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La “War on drugs” va a braccetto col boia – Il Riformista

Il rapporto 2022 di Harm Reduction International

Marco Perduca — 24 Marzo 2023

La “War on drugs” va a braccetto col boia

Chi chiama proibizionismo il “sistema internazionale di controllo delle droghe” sa che la guerra alla droga è da sempre una guerra contro le persone, persone che coltivano usano e, naturalmente, scambiano le sostanze contenute nelle Convenzioni Onu. Nell’introduzione al suo rapporto di quest’anno, l’International Narcotics Control Board, INCB, si scaglia contro quelle giurisdizioni che stanno legalizzando la cannabis ma non dedica altrettanta evidenza all’uso della pena di morte per reati “droga-correlati”.

La pandemia ci ha confermato la preferenza popolare dell’uso di sostanze psicoattive per lenire gli effetti dei lockdown senza che ci fosse un aggravamento della pressione penale. Il ritorno alla “normalità” dal 2022 ci restituisce un quadro di inaudita violenza di stato contro chi usa e traffica “droghe” Secondo il rapporto di Harm Reduction International (HRI) relativo all’anno scorso, almeno 285 persone sono state giustiziate per reati di droga in Cina, Iran, Corea del Nord, Arabia Saudita, Singapore e Vietnam. Le esecuzioni per droga sono state circa il 30% di tutte le esecuzioni confermate a livello globale. L’aumento rispetto al 2021 è stato del 118% e dell’850% rispetto al 2020!

Dal 2007 HRI monitora l’uso della pena di morte per reati di droga in tutto il mondo offrendo una panoramica che fornisce aggiornamenti su legislazioni, politiche e pratiche relative alla lotta alla droga. L’uso della pena capitale da parte di decine di Paesi costituisce una chiara violazione degli standard internazionali, secondo i quali la pena di morte non può essere applicata a fattispecie, come il traffico di droga, che non raggiungono la soglia dei reati “più gravi”. Non solo le esecuzioni, nel 2022, sono aumentate anche le condanne a morte confermate per reati di droga, con almeno 303 persone condannate in 18 paesi. Ciò segna un aumento del 28% rispetto al 2021. Secondo le stime di HRI, almeno 3.700 persone sono nel braccio della morte in tutto il mondo per “reati di droga”, cifre che non tengono conto delle esecuzioni extragiudiziali connesse alla lotta al narcotraffico che nell’estate del 2021 sono state chiaramente stigmatizzare dal Comitato Onu in materia.

Tanto l’Assemblea generale delle Nazioni unite del 2016 quanto la Commissione Onu sulle droghe e l’INCB – quando era a guida tedesca e olandese – si sono sempre dichiarati contrari all’uso della pena di morte come sanzione per le violazioni del “controllo internazionale delle droghe”, l’attenuamento della retorica anti-terrorismo ha fatto però tornare in auge altre preoccupazioni “securitarie” per giustificare un indiscriminato uso della violenza di stato per imporre il proprio controllo sulla società e le sue componenti “devianti”. Il numero di esecuzioni è da sempre una stima per difetto perché, trattandosi di regimi che reprimono anche la circolazione delle informazioni, risulta difficile poter avere accesso a dati verificabili. Se alcuni paesi, come Iran, Indonesia, Vietnam o Laos pubblicizzano le esecuzioni per provare le loro politiche di “tolleranza zero”, nel Golfo l’interesse a far conoscere come la si pensa su alcune questioni è pari allo zero – si agisce e basta.

Significativa per esempio l’assenza di dati dall’Afghanistan dove si concentra quasi il 90% della produzione globale di oppio per eroina e dove dal 2021 sono tornati i talebani che, almeno a parole, si sono sempre dichiarati violentemente contro la coltivazione del papavero. Mancano all’appello anche i dati di Laos, Myanmar e Thailandia che da un paio di anni sono tornati a quantitativi di produzione di oppio talmente importanti da far parlare nuovamente di triangolo d’oro. Un altro “narco-stato” di cui non si parla mai è la Corea del Nord, luogo di raffinazione di sostanze psicoattive chimiche e centro di distribuzione di eroina verso i mercati asiatici. Ma è il caso dell’Iran che da sempre resta il più grave: l’odio nei confronti delle donne si conferma anche in questo caso. Infatti, oltre un quarto delle esecuzioni hanno riguardato donne che, ragionevolmente, vista l’oppressione nei loro confronti della Repubblica islamica, non fanno parte dei vertici di organizzazioni criminali ma sono, eventualmente, l’ultimo anello della catena di piccolo spaccio o vittime di macchinazioni di uomini.

Quando alla fine degli anni Ottanta si tornò a evocare la necessità di una Corte penale internazionale la si ritenne indispensabile per processare il narco-traffico internazionale. Paradossalmente uno degli ultimi casi portati all’attenzione della Corte dell’Aia prima dell’aggressione russa dell’Ucraina è stata la situazione delle Filippine dove, sotto la direzione dell’allora Presidente Rodrigo Duterte, decine di consumatori sono stati uccisi da esercito, polizia e milizie. Se in quanto tale il proibizionismo non è un crimine, l’uso sproporzionato di sanzioni penali e punizioni lo è sicuramente e la pena di morte ne è la pistola fumante.

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