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Il valore della pacificazione ancora sconosciuto ad una certa sinistra – Lorenzo Gioli

Talvolta, sono i piccoli episodi di cronaca relegati nelle pagine interne dei quotidiani locali a fotografare con maggiore chiarezza la realtà circostante, nel nostro caso un Paese lacerato, ferito, sconvolto da profondi cambiamenti.

Cambiamenti a destra e a manca

Da un lato, l’insediamento del primo governo di destra nella storia repubblicana (Alleanza nazionale, antenato di Fratelli d’Italia, aveva già governato con Silvio Berlusconi, ma gli equilibri di forza all’interno della maggioranza erano ribaltati rispetto ad oggi).

Dall’altro, l’elezione di Elly Schlein alla guida del principale partito di opposizione con annesso corollario ideologico, distante anni luce da ogni vocazione riformista (ostilità al “liberismo selvaggio”, che come ha recentemente ricordato Andrea Cangini in Italia non è mai esistito, dirigismo in ambito sociale ed economico, amore sfrenato per il “dirittismo” e per l’inclusività in salsa woke).

Il naufragio di Cutro

Insomma, il clima politico è destinato a diventare sempre più polarizzato e polarizzante, alimentando polemiche sterili oltreché discutibili da un punto di vista morale. Si pensi alla tragica vicenda di Cutro, strumentalizzata da alcuni esponenti della sinistra per minare la credibilità del titolare del Viminale Matteo Piantedosi e del ministro delle infrastrutture Matteo Salvini, dal quale dipende l’autorità marittima (in seguito all’annegamento di oltre 70 migranti, fra cui molti bambini, Giuseppe Provenzano, già ministro per il Sud e la coesione territoriale nel governo Conte II, ha addirittura invocato un’indagine per strage colposa).

Accertare eventuali errori e ritardi nella gestione dell’operazione di salvataggio è doveroso. Altra cosa è accusare il governo di aver permesso la morte dei migranti, come alcuni hanno subdolamente suggerito parlando di “strage di Stato”.

La lezione di Almirante e Berlinguer

Ma torniamo alla cronaca. La Giunta comunale di Grosseto, nella persona di Fabrizio Rossi, assessore alla toponomastica, ha avanzato una proposta rivoluzionaria nella sua genuinità: intitolare due ramificazioni della stessa via a Giorgio Almirante, leader del Movimento Sociale Italiano, nato dalle ceneri della Repubblica di Salò, e ad Enrico Berlinguer, segretario generale del Pci dal 1972 al 1984, anno in cui morì per un’emorragia celebrale.

Come molti di voi sapranno, al momento dei funerali, Almirante entrò nella camera ardente di Berlinguer per rendere omaggio al suo avversario, un gesto simbolico con cui si concluse la lunga corrispondenza che i due avevano intrattenuto durante gli anni di piombo per arginare gli opposti estremismi, come ha raccontato Antonio Padellaro in un suo libro (“Il gesto di Almirante e Berlinguer”, Paper First, 2019).

Il “comunista Berlinguer” e il “fascista Almirante” contrapposero al fanatismo dei terroristi la ragionevolezza che si richiede a un uomo o a una donna delle istituzioni, chiamati a garantire l’interesse nazionale. Ragionevolezza di cui avremmo bisogno oggi più che mai per stemperare un dibattito così proteso allo scontro e alla tifoseria, come dimostrano le polemiche (surreali) seguite alla proposta della Giunta di Grosseto.

L’indignazione dei “buoni e giusti”

Venerdì scorso, l’Anpi — organizzazione tutt’altro che trasversale — ha lanciato una raccolta firme da allegare a un appello rivolto al prefetto per “non autorizzare l’intitolazione di uno spazio pubblico del capoluogo maremmano a Giorgio Almirante, gerarca fascista recentemente destinatario delle mal riposte attenzioni della Giunta comunale di Grosseto”. La logica, purtroppo, è sempre la stessa: spaccare il Paese in due, attribuendo (o revocando) patenti di legittimità.

Da un lato, “i buoni e i giusti” per dirla con il professor Luigi Curini. Dall’altro, i deplorables, coloro che non meritano rispetto, che possono essere vilipesi a testate e a reti quasi unificate. Ormai è un fatto acclarato: chi non appartiene al pantheon culturale del progressismo viene automaticamente condannato alla damnatio memoriae.

Nonostante l’impegno di Almirante a contrastare il terrorismo nero, per tutta la Prima Repubblica l’MSI è rimasto escluso dal cosiddetto arco costituzionale sulla base del pregiudizio (sbagliato) per cui non può esserci “destra” senza violenza e prevaricazione.

La demonizzazione degli elettori

Rispetto agli anni del berlusconismo, una larga fetta della sinistra ha aggiunto un tassello al proprio racconto. Dalla demonizzazione degli avversari politici si è infatti passati alla demonizzazione dei loro elettori, additati come nostalgici del Ventennio, come “la parte peggiore del Paese”.

Per confutare questa affermazione, basterebbe aver letto la percentuale di consenso ottenuta da Fratelli d’Italia alle elezioni politiche dello scorso settembre. Se il partito guidato da Giorgia Meloni si fosse rivolto soltanto allo storico elettorato della destra sociale, di certo non avrebbe conquistato la fiducia del 25 per cento dei votanti.

“Pacificazione nazionale” — espressione evocata dalla giunta di Grosseto — non significa equiparare i seguaci di Mussolini a coloro che hanno sacrificato la vita per contrastare un regime oppressivo e illiberale, ma riconoscere la legittimità dell’avversario, derivata dalla vittoria nelle urne. Valore, questo sì, antifascista.

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