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Concorsi ambito sanitario e universitario. Dalla discrezionalità all’arbitrio.

Nella scelta dei vincitori di concorsi pubblici in ambito sanitario e nelle università regna l’arbitrio: non doveva essere tutto discrezionale secondo Cantone (ANAC)?

Che nella pubblica amministrazione il conferimento di incarichi di ogni tipo fosse una questione sempre all’insegna di una trasparenza un pò “opaca”, conformemente alla quasi sardonica (ma perplimente) riflessione del 2016 dell’allora presidente dell’Anac Raffaele Cantone, che suggeriva, nel merito della trasparenza e meritocrazia, che era necessario che la burocrazia dovesse «consentire l’esercizio della discrezionalità, senza che diventi arbitrio» [1] … è un fatto talmente connaturato allo spirito Italico da costituire da sempre l’ennesimo segreto di Pulcinella.

Ad aggravare la questione interviene un motivo di propedeuticità di tale “esercizio discrezionale”, che diviene elemento sempre più determinante all’aumentare del grado di importanza – in sanità come in ogni altro comparto pubblico – delle posizioni messe a concorso.

Facta lex inventa fraus.

Il metodo per aggirare le disposizioni normative de quo (D.P.R. 27/3/2001 n. 220 e D.P.R. 10/12/1997, n. 483) è facilmente intuibile: basta informare i candidati in “odor di papato” degli argomenti DI TUTTE le tracce e DI TUTTE le materie oggetto delle prove concorsuali… ed il gioco è fatto: qualsivoglia traccia sarà estratta a sorte (parafrasando Mike Bongiorno: «la uno, la due o la tre?»), la sorte sarà sempre favorevole ai “predestinati”.

Gli altri candidati? Faranno da “preziosa cornice istituzionale” ad un evento fatto passare per selezione c.d. “eccellente”, che però di mirabile ha soltanto il sotteso inganno, a volte anche evidenziato da altri “sgambetti”, quali porre i quesiti in chiave normativa Regionale o addirittura di Delibere Regionali d’ultim’ora, sebbene solitamente i bandi prevedano – e solo eventualmente – che solo la terza prova orale possa essere «Vertente sull’approfondimento delle materie oggetto della prova scritta, nonché su argomenti relativi alla organizzazione dei servizi sanitari in generale e del Servizio Regionale in particolare». [2]

È così che le aziende Ospedaliere ed Ospedaliero–Universitarie riescono puntualmente a “piazzare” i loro candidati a scapito di quelli esterni; candidati che ovviamente senza l’appoggio delle sigle sindacali potrebbero anche non vincere per la concorrenza interna.

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»…

Ecco perché per mantenere inalterate logiche di marciume si intessono nuovi apparentemente infallibili sistemi per rendere abbagliante ciò che in realtà persevera nella propria improponibilità.

Per questo, ennesimamente, per uno spettacolo di evidente teatrino, ove i sindacati scimmiottano i soliti falsi risentimenti di ritualità (perché alla fine alcun emendamento giunge al temine della trattativa), salta fuori dal cilindro del nuovo testo dell’Aran un nuovo coniglio: ora è il turno del requisito della laurea magistrale per il passaggio all’area delle elevate professionalità del personale che sarà collocato nella nuova “area delle professioni della salute e dei funzionari” e sia per il conferimento degli incarichi di funzione organizzativa … il tutto in realtà per consentire sempre più ad un complesso sistema di esercizio discrezionale di avvantaggiare in competizioni pubbliche determinati soggetti, cui piace il “vincere facile”, cui si contraccambiano servigi da “yes-woman” e “yes-man” …

A chi? Proprio ai sindacati in primis ed alle aziende in secundis.

«Consentire»… una logica di potere.

Purtroppo il sistema della contrattazione decentrata ha messo nelle mani del sistema sindacale una molteplice potenzialità che ha perversamente trasfigurato l’organizzazione, che come originaria mission dovrebbe tutelare i pure sempre più compositi interessi dei lavoratori, quasi rendendola (mantenendo la “linea della cattiveria”[3]) un sistema di monopolio su tutto quanto sia, appunto, negoziabile: ora è il turno della formazione e sebbene sembri si stia cambiando l’orchestra, a dirigere le danze sono sempre i sindacati, che da una parte gestiscono il proprio apparato interno, fatto di persone indottrinate ad hoc da inviare ai tavoli negoziali, dall’altra fanno il bello ed il cattivo tempo con l’Aran, con i Ministeri o con il Governo nelle questioni di carattere nazionale; in entrambe gli scenari gli esiti delle questioni trattate – alla fine – destano però sempre più forti perplessità siano effettivamente strumenti vantaggiosi per i lavoratori.

Che confusione… sarà perché …

A tutto ciò si aggiunge un altro aspetto: la confusione tra ciò che è materia concorsuale e/o di progressione di carriera, e ciò che è inerente l’evoluzione “tout court” dei professionisti sanitari, che – come da prassi – è ritenuta pericolosamente “erosiva” del campo proprio di attività e di responsabilità dei medici; questione da sempre impaludata, ma avulsa a qualsivoglia contrapposizione contrattuale, perché – come noto e come si dimostri – le competenze sono solo stabilite in ambito di Decreti Ministeriali istitutivi le singole professioni.

Pertanto potrebbe quasi risultare accessorio (se non pressoché inutile, vacuo esercizio burocratico) parlare di master di primo livello o di liberalizzazione dell’accesso al corso universitario di laurea magistrale delle professioni sanitarie, perché questo complesso sistema ameboide riuscirebbe sempre a fagocitare qualsivoglia presunto cambiamento, di cui potrebbero a turno agevolarsi o gli enti formativi o i sindacati stessi – certamente non i lavoratori. Perché?

Perché semplicemente a tanta ventilata riforma … non corrispondono né riformate spendibilità dei titoli di studio, né riformati stipendi, conformemente al troppo semplice criterio del computo degli anni di studio.

Repetita (online) iuvant.

Senza ombra di dubbio (la pandemia ci ha reso un indiscutibile giudizio negativo con la DAD) la FAD non è – come si era portati illusoriamente a ritenere – quel metodo che, all’insegna delle logiche di spending review e dell’ottimizzazione dell’uso delle risorse, produce maggiore e/o migliore formazione e qualificazione; al contrario – similmente all’ECM – sembra proprio un metodo ingenerante un ulteriore ingente apparato di moltiplicazione della spesa ed un depauperamento della formazione verso il c.d. “diplomificio”; pertanto, se proprio non si voglia renderla “online free”, certa formazione (soprattutto la post-base), non dovrebbe agevolare quote maggioritarie di eventi online su quelli in presenza, tutt’altro: un buon metodo sperimentato anche da chi oggi scrive è quello di consentire allo studente di rivedere risorse online o in podcast di lezioni però già fruite in presenza.

Ergo: se le università vogliono veramente evolversi in tal senso, investano in una molteplicità di sedi in ambito nazionale, più facilmente raggiungibili; in tal senso potrebbero avvalersi del sistema già esistente delle facoltà di Medicina e Chirurgia, capillarmente distribuite in tutto il territorio nazionale.

Al nocciolo del problema: la questione concorsuale.

Fatto salvo tutto ciò, e quindi anche superando norme ritenute obsolete (Legge 43/2006) che però spetterebbe al parlamento riformare, bisognerebbe anzitutto risolvere le logiche concorsuali, rendendole davvero quei percorsi di selezione eccellente, tagliando così la testa al toro di ogni commistione mirante soltanto a non avere rogne e non fare scelte. [4]

La soluzione, che sembri peraltro già in parte praticata da consorzi di aziende o da alcune regioni, sarebbe quella di evitare la micronizzazione degli eventi concorsuali ed invece centralizzarli il più possibile; ma anche ciò non basterebbe. Per evitare il sistema del “cartello” dei concorsi non c’è che un solo modo: escludere i candidati interni alla azienda interessata ed estinguendo le selezioni interne (come accade all’estero: chi vuol fare carriera prepari prima le valigie, poi – vista sempre la contrattualità, che ha confinato la mobilità volontaria al solo interscampio – sogni il ritorno a casa), facendo così crollare ogni ipotesi clientelare locale.

Carississimo dott. Cantone:

Perdoni l’arroganza, ma il suo messaggio del 2016 non perde nulla della sua ambivalenza e perplimenza, anzi, stando alle evidenze odierne si può certamente affermare che è divenuto inaccettabile consentire l’esercizio di qualsivoglia «discrezionalità»… perché come nel tempo si è dimostrato, inevitabilmente quell’esercizio diventa mero arbitrio.

I metodi per consentire una selezione davvero eccellente in ogni importante ambito pubblico se non esistono di già sarebbero di facile composizione: serve anzitutto la seria volontà di implementarli.

Note.

[1] LINK;

[2] LINK;

[3] LINK;

[4] LINK.

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