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Come la criptovaluta entra nel settore vino e food

nuova moneta

Come la criptovaluta entra nel settore vino e food

I primi anni che le criptovalute sono comparse sembravano qualcosa di oscuro. Era il 2009 quando si incominciò a parlare di Bitcoin. Sono trascorsi anni e la criptovaluta è diventata una moneta digitale usata e con caratteristiche completamente differenti dalle FIAT, quindi dalle monete con una loro fisicità quale l’euro o il dollaro.

Quando si parla di criptovaluta uno  dei  concetti che torna più frequentemente è quello di volatilità per cui alcuni vedono la gestione di queste monete come un giro sulle montagne russe.

Le  criptovalute e  Bitcoin hanno infatti delle oscillazioni finanziarie che possono essere verificate in tempo reale. Analogamente si può sapere il prezzo del Bitcoin sul dollaro e sulle valute di cui si voglia.

Come la criptovaluta entra nel settore vino e food

Le multinazionali e i progetti legati alla diffusione di criptovalute

Grosse aziende come Mastercard stanno facendo sperimentazioni sull’utilizzo della moneta digitale con progetti specifici. Mastercard, per esempio, ha un progetto pilota in Australia e in Thailandia. Coca-Cola ha attivato 2000 distributori (sempre in Australia) affinché si possa prelevare la bevanda scelta con i Bitcoin.

Il Bitcoin entra anche nell’alimentare. L’ha già fatto Starbucks dove, attraverso una un’App , si riesce ad acquistare il caffè o il cappuccio desiderato con questa moneta. In realtà si sta andando anche ben oltre.

L’applicazione della criptovaluta o della sua tecnologia entra anche in un ambito alimentare più diffuso, sotto diverse forme: questo è solo l’inizio di una crescita sempre maggiore. Vediamo qualche caso a livello pratico.

Il caso del vino: gli italiani in pole position

Nell’ambito del vino la criptovaluta è già una realtà e serve sia come metodo di acquisto, che come investimento in bottiglie. In questo caso l’investimento può essere riscatto quando si vuole, annullando la volatilità e la possibilità di perdita del capitale.

Una delle iniziative innovative del settore è nata in Italia. Un’azienda vinicola ha coniato il Bitwino ovvero una nuova criptovaluta. La garanzia dell’investimento sarà il vino dall’azienda Mazzarini che si è fatta promotrice in prima persona. 

Il concetto d’investimento in vino si sta diffondendo sempre di più tanto che è stata creata anche la prima Blockchain dedicata al vino e chiamata  Italian wine Crypto bank. Il progetto ha origine a Hong Kong, ma la mente creatrice è quella di un italiano, ovvero Rosario Scarpato, esperto nella promozione internazionale di vino. 

Il fine ultimo è quello di poter comprare e investire su vini pregiati usando la criptovaluta. Interessante sia per chi è nel settore, sia per chi volesse diversificare gli investimenti della criptovaluta con un margine di rischio basso, visto che il valore del vino ha una crescita dal 4 al 10% annuo. 

Risulta una mossa interessante anche nel mercato del vino perché amplia l’offerta a un pubblico più giovane, che va dai 25 ai 35, anni e che non andrebbe probabilmente in aziende agricole ma investe in criptovaluta.

La tecnologia della criptovaluta per una filiera alimentare sana e  trasparente

Quando si parla di cibo, prima che un alimento arrivi sulle nostre tavole la catena è molto lunga e spesso non conosciamo i vari passaggi. Il Bitcoin si basa sulla tecnologia della Blockchain dove ogni transazione è visibile a tutti e registrata. Questa logica tecnologica  è utilizzata da qualche anno in ambito alimentare, per creare un rapporto di trasparenza che vada dall’agricoltore al consumatore.

Se prima la priorità era quella di creare dei prodotti che fossero belli e quindi commerciabili, l’interesse adesso si sposta sulla sicurezza dell’alimento stesso. I maggiori pericoli sono la sofisticazione, che aggiunge a prodotti delle sostanze non loro al fine di migliorarne l’aspetto, ma che non sono sempre così salutari. Non meno grave la contraffazione dove ad alimenti vengono sostituiti degli ingredienti. 

Un terzo elemento di pericolo è l’alterazione del prodotto, che può avvenire nella lunga catena che va dalla produzione alla tavola, passando in ambienti diversi con condizioni di temperature diverse: si può avere una degenerazione dell’alimento e questo non è salutare. 

Cosa c’entra quindi la criptovaluta con tutto questo? Semplicemente si è adottata la stessa logica delle Blockchain. Esiste un  registro virtuale dove ogni transazione viene registrata ed è agli occhi di tutti: dall’agricoltore al consumatore, passando per il distributore. Si parla quindi di trasparenza in tutta la catena alimentare e tracciabilità, lo stesso concetto che il Bitcoin e le criptovalute usano.

La logica della Blockchain si diffonde

Se in realtà non sono ancora molti in Italia a usare questa metodologia di tracciabilità, benché sarebbe una soluzione di garanzia anche per i prodotti Made in Italy, realizzati con tutti i protocolli richiesti, in America la logica della Blockchain, applicata ad altri settori, si sta diffondendo. 

Tutto questo non solo nell’alimentare ma anche in settori come l’immobiliare. Questi implica il fatto che si sta ampliando l’uso della logica alla base della criptovaluta. Una volta che dovesse entrare nell’abitudine la conseguenza della diffusione della criptovaluta come moneta dovrebbe essere più semplice anche ai molti.

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