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Se muore l’auto, muore la nostra industria




In (macro)economia gli eventi non si verificano da un giorno all’altro ma richiedono anni, quando non addirittura decenni, per giungere a compimento. È successo, ad esempio, con la crisi dei conti con l’estero dell’Italia, che «esplode» nel 2011 quando però erano già passati quasi 15 anni da quando, con la fissazione del cambio in vista dell’ingresso nell’euro, la nostra bilancia commerciale e quella dei pagamenti avevano iniziato un percorso di costante discesa verso il territorio negativo.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di settembre 2022

Copione simile si ripeterà con il settore industriale, almeno per come l’abbiamo conosciuto sino ad oggi. Se volessimo individuare il momento in cui potremmo dichiarare la sua fine, l’anno ce l’abbiamo: il 2035. È entro questa data che le case automobilistiche del vecchio continente dovranno dismettere la produzione di veicoli «tradizionali», quelli cioè alimentati a idrocarburi. La decisione è stata presa dal Parlamento europeo lo scorso giugno, approvando una delle tante misure previste all’interno del pacchetto Fit For 55, la rappresentazione plastica della transizione ecologica su cui si è da tempo impuntata – per gli aspetti da disturbo ossessivo-compulsivo lasciamo la parola agli esperti – la Commissione Ue.

L’attacco al settore auto

Si potrebbe obiettare che la scelta riguarda solo le realtà delle quattro ruote. È vero, ma è altrettanto vero che non esiste industria – sia in senso stretto che in senso ampio – senza settore auto. La storia europea, italiana in particolare, degli ultimi decenni è lì a dimostrarlo: le sorti della nostra economia sono spesso e volentieri andate a braccetto con quelle delle grandi società produttrici di veicoli. Il perché è presto detto: il comparto dell’automobile è ad alta intensità sia di capitale che di lavoro, genera un indotto che spazia in tutti i campi – dalla lavorazione delle materie prime (acciaio in particolare) alla meccanica, dal design alla commercializzazione dei prodotti – e perciò impatta sensibilmente, ad ogni livello. In Italia vale ancora il 6% del Pil, rappresenta l’11% del fatturato manifatturiero e occupa oltre 160mila addetti, che diventano più di 250mila considerando gli indiretti. Un peso ancora notevole, nonostante la…

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