Salvatore Vassallo: «Il Conte ter potrebbe accontentare tutti…»

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Per il politologo e direttore dell’Istituto Cattaneo, Salvatore Vassallo, un governo Conte ter con Italia Viva è «l’ipotesi più plausibile, se guardiamo agli interessi di fondo degli attori principali»

salvatore vassallo

Salvatore Vassallo, professore di Scienza Politica a Bologna e direttore dell’Istituto Cattaneo, reputa un governo Conte ter con Italia Viva come «l’ipotesi più plausibile» e in caso di elezioni giudica come «molto importante» l’apporto che un eventuale partito di Conte darebbe all’area di centrosinistra.

Professor Vassallo, oggi pomeriggio saliranno al Colle i partiti di centrosinistra. Quali soluzioni vede in fondo a questa crisi?

Gli scenari possibili sono ancora tutti aperti perché la situazione è incerta e fluida. I giocatori, Renzi in primo luogo, hanno dimostrato di non essere del tutto prevedibili. È possibile un governo a guida Pd o Cinque stelle, un esecutivo istituzionale o anche uno di salute pubblica guidato da un “tecnico”. Se guardiamo agli interessi di fondo degli attori principali la soluzione che sembra più plausibile è tuttavia un Conte ter con dentro anche Italia Viva.

Che implicherebbe una ricomposizione tra Conte e Renzi. Crede sia possibile?

I due principali contendenti stanno prendendo atto del fatto che non possono ottenere quello che vorrebbero. Renzi insiste a dire che si può fare governo senza Conte, mentre Conte vuole una maggioranza senza Renzi. Entrambe queste ipotesi sono al momento poco praticabili. Serve un equilibrio basato su un compromesso, perché una soluzione senza Italia Viva non sembra possibile e dall’altra parte i Cinque stelle e il Pd non vogliono rischiare un governo non a guida Conte.

Al contrario, c’è chi pensa che ai due partiti converrebbe abbandonare Conte per non rischiare che un suo eventuale e futuro partito rubi loro voti. Che ne pensa?

Da quello che sappiamo oggi dagli orientamenti dell’elettorato e dallo stato dell’opinione pubblica Conte è una asset di questa coalizione per due ragioni: rende più accettabile la coesistenza dei due partiti e porta un consenso aggiuntivo, difficile da misurare ma di sicuro di una certa consistenza, senza il quale la somma di Pd e Cinque stelle non avrebbe alcuna chance di competere con il centrodestra. Conte, insomma, per loro sarebbe un valore aggiunto.

In che modo verrebbe accolta dagli elettori la sua discesa in campo formale?

Credo che l’area elettorale potenzialmente riconducibile al centrosinistra allargato ai cinque stelle (l’unica formula che può competere con il centrodestra) risulterebbe depressa dal vedere sacrificata la figura di Conte, che finora è stata la più rappresentativa proprio di quest’area. La sua discesa in campo toglierebbe qualcosa ai due partiti ma aggiungerebbe anche voti da elettori che magari finora si astenevano.

In termini di numeri, a cosa porterebbe la presenza di un partito personale del presidente del Consiglio dimissionario?

Se prendiamo per buone le stime sulle intenzioni di voto dei partiti sappiamo che il centrodestra arriva tra il 46 e il 48 per cento. I partiti dell’area di centrosinistra più i Cinque stelle arrivano, insieme, a una percentuale simile. Con una differenza, però. Nel centrosinistra ci sono una serie di micropartiti difficilmente stimabili in termini di risultato che rischiano di sprecare molti voti. Alcuni di questi, peraltro, non sono al momento disponibili a formare una coalizione con i Cinque stelle. Quindi la stima dell’area di centrosinistra deve essere abbassata di cinque o sei punti, e in questo modo un’eventuale partito di Conte potrebbe recuperare una quota di voti equivalente tra elettori, come dicevo, che non si identificano con i partiti o che sono indecisi.

Che ruolo avrà il Quirinale da qui al termine della crisi?

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha già dimostrato di essere un gestore molto oculato dei tempi delle crisi. Lo ha fatto sia imponendo dei vincoli stringenti in alcuni casi sia consentendo qualche lieve deroga nella prima e nella seconda fase di consultazioni dopo il voto del 2018 e dopo la crisi del 2019. Seguendo questo metodo, spingerà i partiti a prendere decisioni nel più breve tempo possibile, ma se intravedesse la possibilità di una ricomposizione tra Conte e Renzi lascerà loro il tempo che giudicherà necessario. Certo, per raggiungere un nuovo equilibrio entrambi dovrebbero masticare molti bocconi amari e quindi serviranno diversi giorni.

Dall’altro lato del campo c’è il centrodestra, che oggi salirà unito al Colle pur con delle sensibilità diverse. Come giudica questa scelta?

Penso che le componenti più forti del centrodestra abbiano un solo e chiaro interesse: stare a guardare il disfacimento interno della coalizione avversa e aspettare il momento delle elezioni.

Eppure Salvini ha aperto a qualsiasi possibilità purché prima si elimini l’ipotesi di un Conte ter. Come reputa la sua uscita?

Credo sia una dichiarazione di circostanza. Quella del leader della Lega, più che una vera apertura, è una mossa per mettere ulteriormente in difficoltà una possibile ricomposizione tra Conte e Renzi. Tuttavia per Salvini ci sono due cose più convenienti di tutte: una è andare al voto, ma tanto prima o poi capiterà, la seconda è togliere di mezzo Conte, per le ragioni che ho appena spiegato, cioè perché vuole azzerare le possibilità di competizione dell’area di centrosinistra.

In caso di elezioni anticipate ne risentirebbe anche la gestione del Recovery plan?

Le procedure europee per la definizione dell’assegnazione dei fondi hanno una loro tempistica e, predisponendosi adesso al voto, il governo italiano risulterebbe indebolito nei confronti dell’Unione europea. Sicuramente dipenderebbe dai tempi e dai modi in cui ci si appresterebbe a tornare alle urne, ma credo che qualche problema lo creerebbe comunque.