Roberto Fico, il presidente esploratore specializzato nei compiti ingrati

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Roberto Fico, il presidente esploratore specializzato nei compiti ingrati

E così siamo al Fico bis, nel senso del presidente-esploratore. È infatti a Roberto Fico, presidente della Camera, punto di riferimento per un certo M5S di sinistra e detto “compagno” più che altro per il fatale destino a restare minoranza, che il capo dello Stato Sergio Mattarella ha affidato l’ingrato compito: esplorare. Vale a dire: cominciare a riappattumare la maggioranza, sfilare gli alibi di Matteo Renzi, imbrigliare la voglia di scarto (e voto) di Giuseppe Conte, evitare lo sbriciolarsi dei Cinque stelle e lo scindersi del Pd, allineare gli orientamenti, insomma superare la crisi innescata da Italia viva dieci giorni fa e culminata martedì con le dimissioni del presidente del Consiglio. A Fico dunque, conclusa la tre giorni di consultazioni, Mattarella con il piglio di chi abbia fretta ha affidato fino a martedì il mandato esplorativo: dovrà stabilire in sostanza se la maggioranza fatta da Pd, M5S, Iv, Leu è in grado di ricostituire un governo e, quindi, se anche stavolta a guidarlo possa essere Conte, posto che tre partiti su quattro, a colloquio al Quirinale, l’hanno già indicato come premier.

Compito ingrato, ma meno difficile del suo battesimo come esploratore. Il medesimo compito e la medesima maggioranza erano infatti, per ironia, al centro dell’unico altro mandato presidenziale ricevuto da Fico nella sua vita. 
Era il 23 aprile del 2018
, si era votato da due mesi e mezzo, il suo compito era stabilire le reali intenzioni del Pd circa l’alleabilità coi Cinque stelle: l’incarico cominciò malissimo, con Renzi che gli sbatteva la porta in faccia attraverso Matteo Orfini e Andrea Marcucci (già capogruppo al Senato), e finì nel nulla, cioè come si sa col governo gialloverde. Ma erano altri tempi, per tutti gli attori in campo: ci sarebbe infatti voluto un anno e mezzo, per far maturare ad alleanza di governo il dialogo tra i dem e i grillini. Paradossali, a rileggerle poi, le parole con le quali Fico il 26 aprile 2018, tre giorni dopo, aveva riconsegnato la questione a Mattarella: «Il mandato ha avuto un esito positivo», aveva detto. Aggiungendo: «Il dialogo è avviato». Un mese dopo, il 1 giugno, avrebbe giurato il governo di Salvini e Di Maio.


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Una classe politica irresponsabile, mentre la pandemia continua a infuriare. Arrivato all’ultimo anno di presidenza, tocca a Sergio Mattarella provare a fermare con il nuovo governo la corsa verso il baratro

Ecco, anche se questa volta un esito del genere possiamo già escluderlo, in questo Fico è sempre stato perfettamente di sinistra: a perdere, riesce benissimo. Voleva lo ius soli e voleva le unioni civili (M5S si astenne e si sfilò), era per la linea Gino Strada sui migranti, contrario all’accordo con la Lega e in ultimo è tra coloro che più spesso si spendono per la verità su Giulio Regeni. Dice parole giustissime, non sa renderle carne. Più o meno solitario, sempre sul punto di fare la guerra o almeno una scissione, rassegnato a non farla mai. Coerente ma inerte. E forse alla fine paradossalmente «il più pragmatico di tutti noi», come ebbero a dire Di Maio e Di Battista, sul treno di ritorno da Milano, nell’aprile 2016, dopo i funerali di Gianroberto Casaleggio.

Così, da un pezzo la sinistra che pure aveva visto in lui la scintilla di una speranza, l’ha lasciato da tempo a vivere quieto tra i broccati di Montecitorio, in una specie di serena indifferenza, come per una potenzialità ormai del tutto espressa. Risultando peraltro ormai poco calzante anche la figura di leader dei ribelli, custode delle sacre origini. Il ruolo ormai è passato del tutto ad Alessandro Di Battista, che anche stavolta, fuori dai Palazzi freme e scalpita.

Mentre dentro ai Palazzi è a Fico che tocca tenere in piedi l’ipotesi Conte, cucire la tela squarciata del governo. Per neanche goderne, poi, se pure gli riuscisse di portare a casa il risultato.