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“Per vincere il Pd ha bisogno sia di Calenda che di Fratoianni”: la ricetta di Gianni Cuperlo

Dall’Agenda Draghi alle alleanze frastagliate. Senza girarci intorno, Gianni Cuperlo, presidente della Fondazione Pd, affronta con Il Riformista i nodi più spinosi di una spinosissima avventura elettorale.

In campagna elettorale uniti sotto l’insegna dell’agenda Draghi. È il patto Letta-Calenda con il primo che dovrebbe coprire il versante progressista e il secondo quello centrista. La convince questa divisione dei ruoli?

Stiamo ai fatti, per noi la bussola è battere una destra che tutti i sondaggi davano già istradata a Palazzo Chigi. Oggi non è così e se la partita è aperta è perché abbiamo lavorato per degli accordi tanto con Fratoianni e Bonelli che con Azione e +Europa. Adesso siamo al bivio che deciderà la sorte dei prossimi anni e spero che tutti comprendano perché solo la volontà di camminare assieme può garantire quell’alternativa alla destra di cui l’Italia ha bisogno. Sappiamo tutti che contano le risposte ai bisogni delle persone, ma per questo è giusto avere anche una nostra agenda su nodi che da troppo tempo sono rimasti irrisolti.

Ma perché non lo avete fatto con l’ultimo governo?

Noi il governo Draghi lo abbiamo sostenuto con lealtà sino all’ultimo e rivendichiamo le molte cose decisive che ha fatto a partire dalla gestione dei fondi straordinari in arrivo dall’Europa sino alle misure di sostegno di famiglie, imprese e lavoro. Su altri capitoli le differenze dentro quella maggioranza hanno pesato e impedito che si imboccasse la via di riforme coraggiose.

In che senso?

Nel senso che se ragioniamo della delega fiscale noi siamo favorevoli al principio di progressività scolpito in Costituzione. La Lega alimenta l’illusione di una flat tax all’origine di nuovi squilibri. Voglio dire che al di là delle cose buone che il governo ha fatto nell’ultimo anno e mezzo c’erano e ci sono riforme altrettanto urgenti ma destinate a realizzarsi solamente con un governo progressista che abbia nel PD il suo perno. Il “patto” sembra avere come sfondo politologico l’idea che si vince se si occupa il centro.

Non le pare una lettura datata?

Sì, per molti versi lo è, ma pure in questo caso partirei dal merito. In cosa vogliamo si sostanzi l’accordo sottoscritto con Calenda-Bonino e la gamba di sinistra e ambientalista?

Questo dovete dirlo voi, possibilmente con un messaggio comprensibile.

Vero, questa è la prova da superare nei prossimi cinquanta giorni. Ho citato la riforma fiscale perché è parte del capitolo decisivo sul contrasto alle disuguaglianze, ma da subito va accompagnata alla sfida per alzare i salari in modo strutturale, alla necessità di sfoltire la giungla di contratti farlocchi costruiti per ridurre diritti e tutele dei lavoratori meno protetti. Penso a quella transizione ambientale che per risultare concreta agli occhi dei ragazzi di Friday for Future chiede un ventaglio di compensazioni per le categorie più colpite dagli effetti di una rivoluzione che impone un nuovo modello di sviluppo. O guardo all’investimento sul diritto a essere assistiti e curati nel momento della malattia, di una sofferenza che non può mai coincidere con la solitudine o l’abbandono e questo implica investire in un servizio sanitario dotato di risorse, mezzi, personale, recuperando una medicina territoriale e di prossimità.

Ma lei crede davvero che su questi come su altri temi vi possa essere unità d’intenti tra le diverse sigle che avete aggregato? In fondo basta evocare il reddito di cittadinanza o l’invio di armi all’Ucraina perché tra la gamba sinistra e quella al centro il dialogo risulti impossibile.

Non ho la stessa certezza perché so che la buona politica è anche arte del dialogo e la capacità di cogliere le priorità. So che le forze attorno a noi difendono un proprio impianto programmatico, ma questa può diventare una spinta a cercare la giusta sintesi tra posizioni diverse. Per stare al suo esempio, noi il reddito di cittadinanza non lo votammo, eppure oggi siamo coscienti che ha preservato alcuni milioni di famiglie dal precipizio nella povertà. Va rivisto, corretto nei suoi limiti, ma non si tratta di sopprimerlo come vorrebbe la destra e non solo. Detto ciò sono molte di più le scelte che questa nostra alleanza, se confermata, può e vuole condividere. Dall’investimento nei beni pubblici e comuni, su scuola, ricerca, una formazione permanente agganciata ai nuovi contratti nel pubblico come nel privato sino al legame con l’Europa che rimane decisivo per il ruolo internazionale e il sistema di alleanze del paese. Tutti aspetti che la destra mette in discussione tanto sul terreno dei principi costituzionali e dei diritti della persona – andiamo a risentire l’invettiva spagnola alla platea di Vox – che di uno sguardo più rivolto a Budapest e magari anche oltre, verso Est, che non alle capitali dalle quali è dipeso il destino dell’Europa nella seconda metà del ‘900 e sino a noi.

Centro-progressista, dall’alleanza si è chiamato fuori Matteo Renzi. Sarà scontro frontale?

Lo scontro come lo chiama lei sarà con la destra e i valori che sono cuore della sua identità.

Cartellino rosso anche ai 5Stelle. Una rottura “irreversibile”, ha ribadito il segretario Dem. Ma in politica non è buona cosa evitare di dire mai?

“Mai dire mai” era il titolo dell’ultima avventura di Sean Connery nei panni di James Bond. Il punto è che questo non è tempo di eroi intrepidi e solitari, ma di un gioco di squadra dove le regole d’ingaggio siano chiare e condivise. Il Movimento 5 Stelle ha acceso la miccia che ha fatto cadere il governo e si è assunto una responsabilità grave in un momento dove di tutto c’era bisogno meno che di piombare l’Italia verso nuove elezioni. Forse portare sulle spalle il peso dei propri errori evitando il giorno dopo di fischiettare imputando l’abbaglio agli altri è una prova di serietà. Certo che la destra ha cavalcato l’imprudenza di Conte, ma la destra per l’appunto oggi è l’avversario che dobbiamo battere.

L’Agenda Draghi sulla guerra non è certo spendibile per provare a conquistare il voto dei pacifisti. Lo date per perso?

Su questa guerra che prosegue col suo portato di morti e distruzione non c’è nessun calcolo elettorale che abbia un fondo di moralità. È un conflitto che va fermato quanto prima e conta soltanto questo. Noi abbiamo compiuto una scelta coerente dal primo giorno: condannare l’invasione di uno Stato sovrano, sostenere la resistenza legittima del popolo e del governo ucraino, aprire le frontiere dell’Europa con l’accoglienza di milioni di profughi, applicare sanzioni pesanti a Mosca per indurre Putin a recedere dalla sua concezione neo-imperiale e criminale, infine favorire ogni tentativo della diplomazia teso a sbloccare le derrate di cereali ferme nei porti del Mar Nero dal 24 febbraio e che espongono interi paesi e il continente sotto di noi ai pericoli di una carestia drammatica. Il rispetto verso chi sull’invio di armi a Kiev ha espresso una posizione critica non è mai venuto meno, ma l’azione del governo anche in quel caso era chiamata a una scelta netta col suo corredo di interrogativi etici oltre che politici e di strategia. Quella responsabilità ce la siamo assunta e oggi non rinunciamo a una mobilitazione incessante perché si arrivi a una tregua e a un percorso di pacificazione.

Cosa la spaventa di più della destra a trazione Meloni-Salvini?

Il loro volto vero, quell’invettiva che la leader di Fratelli d’Italia ha recitato dalla tribuna della peggiore destra spagnola. La negazione dei valori di tolleranza, inclusione, esercizio delle libertà di scelta negli aspetti fondamentali della vita di ciascuno, principi che affondano le radici nell’Illuminismo, nella tradizione sui diritti della persona connessi sempre al riconoscimento dei doveri di una cittadinanza aperta e mai respingente. Ma mi preoccupa anche l’aspetto della coerenza verso il sistema di alleanze che l’Italia ha coltivato nel corso dei decenni.

Siamo di nuovo al pericolo del governo filo Putin?

No, ma parlo di una questione altrettanto seria. Sul Sole 24 Ore di domenica scorsa un analista rigoroso delle questioni europee come Sergio Fabbrini si è chiesto se Salvini e Meloni siano in grado di accettare i vincoli della nostra costituzione materiale. Lui si riferiva al legame con l’Europa e alla nostra interdipendenza nei confronti della sfera comunitaria. Non era una domanda retorica perché parliamo di forze che hanno sistematicamente criticato il Next Generation EU definendolo una “fregatura” che avrebbe costretto gli italiani a versare “lacrime e sangue”. Nello specifico Fabbrini si riferiva alle proposte di revisione costituzionale che Giorgia Meloni ha depositato nella legislatura che si sta chiudendo con la modifica degli articoli 11 e 117 della Carta là dove, nelle intenzioni della destra, si dovevano cancellare i riferimenti ai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali del nostro paese. Il punto è che sinora in Europa a percorrere questa strada è stato solamente il tribunale costituzionale polacco e allora la domanda è dove si volgerebbe lo sguardo di un’Italia governata da quella destra. Noi non abbiamo dubbi né sui valori né sulla collocazione internazionale del paese e anche per questo, perché parliamo di questioni decisive per il destino di tutti, credo che la partita sia aperta e che noi la possiamo vincere.

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