Voti e affari: la rete di Lorenzo Cesa in Calabria

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Voti e affari: la rete di Lorenzo Cesa in Calabria

Come minimo la Calabria non porta bene a Lorenzo Cesa. Ai tempi di Luigi De Magistris pm Catanzaro, il segretario dell’Udc uscì indenne dalle indagini dell’attuale collega che si è candidato alla regione Calabria dopo avere fatto il sindaco nella sua Napoli. Poi ci fu l’intricata vicenda di Claudio Scajola, ex ministro forzista arrestato per avere contribuito alla fuga di Amedeo Matacena junior, e di Marcello Dell’Utri, scappato da una condanna per mafia nel Libano dove troneggiava la figura di Amin Gemayyel, ex presidente della repubblica, ras della Falange cristiano-maronita ed elemento di spicco dell’Internazionale Democristiana con lo stesso Cesa.

Del resto, Cesa è un puro prodotto del vivaio Dc con regolare arresto ai tempi della prima Tangentopoli quando era pupillo di Giovanni Prandini, vorace ministro dei lavori pubblici, e suo monomandatario all’Anas.


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Nella maxi operazione in tutto il territorio nazionale coinvolto anche il segretario nazionale dell’Udc, che si è dimesso. Il procuratore: «Quella di oggi è un’indagine dove appieno si dimostra il legame tra mafia e potere senza infingimenti»

La Calabria, portatrice di voti, è sempre stata un male necessario per l’ex europarlamentare nativo di Arcinazzo, paese di un migliaio di anime fra la provincia di Roma e la Ciociaria. 


Lo è stata almeno fino a maggio del 2019, quando Cesa non è stato confermato a Strasburgo e si è dovuto accontentare di piazzare il suo collaboratore nella giunta Santelli eletta un anno fa. Si tratta del commercialista Francesco Talarico, messo agli arresti giovedì 20 gennaio nell’operazione “basso profilo” della Dda di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri.

I maligni romani osservano che adesso i tre senatori Udc sono più aggredibili dalle sirene del rimpasto contiano a palazzo Chigi. I maligni calabresi notano che la voce di Cesa su Wikipedia è stata aggiornata con pochi minuti dopo il lancio della notizia sui siti. Si presume, non da lui che si è dimesso dalla guida dell’Udc ma si proclama innocente ed esprime fiducia nella magistratura. A guardare con occhio spassionato la richiesta di misure cautelari, l’ex europarlamentare non dovrebbe correre troppi rischi. Il suo interessamento benevolo verso l’associazione criminale vera e propria sembra limitato a qualche incontro con la frangia imprenditoriale e alle dichiarazioni di Ercole D’Alessandro, maresciallo della Guardia di finanza ed ex braccio destro di polizia giudiziaria di Gratteri, quando il magistrato che lo ha spedito in galera era procuratore aggiunto a Reggio Calabria. D’Alessandro non dice sempre la verità, anzi a volte millanta. Lo fa, per esempio, quando indirizza il suo nuovo datore di lavoro dopo il pensionamento dalla Gdf, il palermitano Luciano Basile proprietario della Sicurtransport, al manager della Sacal e gestore dell’aeroporto di Lamezia per ottenere un appalto. Il manager, che è l’ex numero della Dia Arturo De Felice, cade dalle nubi di fronte alle strizzate d’occhio di Basile.

Altre volte però l’inchiesta si avvicina alla sostanza dei veri rapporti d’affari, quelli che qualificano il crimine organizzato calabrese molto al di là del narcotraffico e delle estorsioni. È un terreno dove, da sempre, gli investigatori cercano soddisfazione trovandola raramente. Più si sale, più ci si confronta con figure capaci di applicare i gradi di separazione.

Così, una volta ancora, emerge il rapporto molto stretto fra Cesa e Antonio Speziali, figlio dello scomparso parlamentare forzista Vincenzo, fondatore della Calme (cementificio) e componente del consiglio di reggenza di Bankitalia in quanto presidente della Popolare di Crotone.

Antonio Speziali, 59 anni, è primo cugino di Vincenzo junior, residente a Beirut e sposato con una parente di Gemayyel, pedina fondamentale della rete dei fuggiaschi Matacena e Dell’Utri, secondo Giuseppe Lombardo, aggiunto della Dda reggina.


Speziali è un nome che conta nell’imprenditoria nazionale. Ha soci locali come il gruppo Archinà ma lavora, o lavorava perché i fatti sono soprattutto riferiti al 2017, con Impregilo, Astaldi, Vianini, Pavimental (gruppo Autostrade) e Komatsu, che nel documento giudiziario viene storpiata in Comasso o Comazzo. Ha rapporti con Finmeccanica e un accesso all’Anas grazie a Rocco Girlanda, forzista ma vicino a Cesa.


Eppure un collaboratore di giustizia del clan lametino Iannazzo-Cannizzaro-Da Ponte dichiara al pm catanzarese Domenico Guarascio: «Giovanni Trapasso mi diceva: non fategli truffe ad Archinà, è un amico. I lametini mi dicevano: non vi prendete il cemento da Speziali e non glielo pagate, che Speziali è una persona vicina a noi. Cioè queste forme di rispetto noi le abbiamo, tra virgolette».

Il quadro non si ferma al catanzarese ma arriva fino allo Stretto.


Sono finiti in carcere per l’appoggio elettorale a Talarico e per il comitato d’affari, Antonino Pirrello e Natale Errigo, 34 anni, imparentato con la cosca apicale De Stefano di Archi e consulente di Invitalia di Domenico Arcuri. È una delle piste più promettenti dell’inchiesta.