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Vent’anni fa le Olimpiadi a Sydney: sono state le più belle di sempre?La nostra top 3 dei Giochi

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«Benvenuto mondo». La scritta campeggiava a fianco delle piste dell’aeroporto di Sydney ed era un segno di affetto, visibile all’atterraggio, che riconosceva pure un dato di fatto: l’Australia, il movimento olimpico incontrava di nuovo dopo Melbourne 1956 (raggiunta con viaggi epici), è davvero lontana. Ma grazie allo sport avrebbe conosciuto un abbraccio planetario. 15 settembre 2000, i primi Giochi olimpici del terzo millennio prendevano il via in una terra affascinante e in una città che non può non piacere. Ed è anche sulla base di questa suggestione che Sydney 2000 ancora oggi è ritenuta la più bella edizione di sempre dell’evento dei cinque cerchi. Vero? Non vero? Più sì che no, nonostante non manchino gli appunti. Ma ad ogni modo i Giochi australiani sono in buona compagnia al top della classifica che mette in fila le edizioni dagli anni 70 in poi: abbiamo così scelto altre tre Olimpiadi da Oscar.

Il meglio dei «Giochi dei canguri», come fu spiritosamente ribattezzata l’Olimpiade di Sydney? Di sicuro la capacità organizzativa. Quattro anni prima, nell’edizione del Centenario ospitata da Atlanta (e non da Atene, bocciata in modo clamoroso vista la ricorrenza), le cose erano andate molto male proprio sotto questo profilo. E c’era stato pure il famoso attentato al parco olimpico, raccontato di recente dal film «Richard Jewell» di Clint Eastwood. Difficile fare peggio, ma nemmeno scontato fare meglio. Gli aussie furono all’altezza della loro missione con strutture sportive eccezionali e all’avanguardia – impianti pensati per il riutilizzo futuro – e con servizi impeccabili. Nulla venne lasciato al caso e ci fu pure l’offerta di una perfetta copertura radiotelevisiva. I Paesi partecipanti furono 199, due in più rispetto ad Atlanta: le Nazioni debuttanti furono Eritrea, Micronesia e Palau, mentre quattro atleti di Timor Est gareggiarono sotto la bandiera olimpica; l’Afghanistan, invece, fu escluso per la sua politica discriminatoria verso le donne.

Sotto gli occhi di Olly (scritto sottolineato) e Syd. (scritto con un punto dopo la “d”), le due mascotte, si celebrarono le gesta di tanti campioni: tra questi, Maurice Greene e Marion Jones, nei 100 metri; l’eterno Michael Johnson che vinse di nuovo i 400; Cathy Freeman, l’aborigena che accese il braciere olimpico e che trionfò nei 400 metri dando uno schiaffo al razzismo. L’Italia andò benissimo: 34 medaglie (13-8-13), con successi memorabili (il primo dei tre titoli olimpici della Vezzali nel fioretto, la beffarda vittoria degli spadisti sui protervi francesi) e soprattutto con l’esplosione della squadra di nuoto. Tanti si ricordano di Massimiliano Rosolino, ma il primattore fu Domenico Fioravanti, il primo azzurro olimpionico in questo sport e in assoluto il primo ranista a imporsi nei 100 e nei 200 (impresa non ancora uguagliata). Qual è allora l’appunto da muovere a Sydney 2000? Forse l’aver ricorso ad alcune soluzioni «easy»: il Main Press Center, ad esempio, era una sorta di maxi-prefabbricato realizzato in legno. Sciatteria? No, pragmatismo di stampo anglosassone. Ma è poca cosa rispetto al bello che si è visto.

Barcellona 1992

I Giochi di Sydney hanno in realtà un avversario durissimo nella nomina a «Olimpiade migliore di sempre». Parliamo di Barcellona 1992, definiti i «Giochi della nuova frontiera» perché il mondo si ritrovò a ripartire dopo il collasso dell’Urss e dell’intero blocco dell’Est (la Germania si ritrovò unita e alcuni ex stati sovietici parteciparono sotto l’egida della CSI, Comunità degli Stati Indipendenti, che vinse il medagliere) e a vivere l’abbattimento del muro tra professionismo e dilettantismo: il Dream Team Usa del basket diventò così l’icona, oltre che dell’Olimpiade, di questo storico passaggio. Ma fu prima di tutto Barcellona la grande protagonista: ancora oggi la trasformazione che ebbe la città catalana – per quanto alcune opere furono completate anni dopo l’evento – è citata come la dimostrazione dei vantaggi che può portare l’organizzazione dei Giochi. Viabilità rivista e potenziata, un nuovo porto, palazzi moderni, scale mobili per salire al Montjuich (dove c’era il cuore dei Giochi) e molto altro ancora: è grazie a questo che Barcellona ha costruito una bellezza che dopo 30 anni, anziché spegnersi, è fiorita ancora di più. Un’edizione caratterizzata dal boom di partecipazioni per l’epoca (9094 atleti, 172 Paesi) fu valorizzata da alcune chicche: l’inno dei Giochi «Barcelona» fu composto e cantato da Freddie Mercury (scomparso però l’anno prima) e Montserrat Caballet, in un mix tra rock e musica lirica, tra inglese e spagnolo; e il braciere fu acceso da un arciere paraplegico (molti pensarono che la freccia infuocata avrebbe dovuto finire nel tripode, in realtà era previsto che lo sorvolasse e che il calore bastasse a fare reazione con il gas che saliva), il segnale che lo sport stava entrando anche nella realtà dei diversamente abili. Il festival dei campioni, Dream Team a parte, fu di altissimo livello: Linford Christie, Vitaly Scherbo, Marie-José Peréc, ancora Carl Lewis, Tamàs Darnyi, Alexander Popov sono alcuni dei nomi indimenticabili. L’Italia non andò benissimo: 19 medaglie, 6 d’oro, un bottino peraltro sufficiente a centrare un decoroso dodicesimo posto. Ci fu la solenne delusione del volley maschile, buttato fuori nei quarti dall’Olanda, ma in compenso il Settebello che in finale sconfisse i padroni di casa della Spagna e… gli arbitri.

Pechino 2008

La prima volta dei Giochi in Cina è legata al concetto di opulenza e di esagerazione. E’ innegabile che Pechino 2008 sia stata figlia di un Paese definitivamente lanciato verso il consumismo e la ricerca di benessere. Il tutto, peraltro, comandato da uno Stato che magari lascia fare ma che non abbassa la guardia. Così in questo mix di polemiche (la questione del Tibet ha tenuto banco per almeno un mese: poi, ovviamente, nessuno ne ha più parlato), di austerità di stampo militare – la Cina in avvicinamento alla sua Olimpiade è stata «ripulita» su vari fronti e si è pesantemente intervenuto su tante abitudini che erano consolidate, ad esempio quella di sputare per strada – e di liberalismo si è celebrata un’edizione “no limits” sotto il profilo finanziario. Pechino è stata rivisitata, potenziata nei mezzi di trasporto e nelle vie di comunicazioni; con un sistema di cannoni ad acqua si è anche cercato di risolvere il problema dell’inquinamento, per quanto durante i Giochi le condizioni siano state accettabili e almeno in un giorno, il 15 agosto, si sia visto un cielo blu come raramente si incontra. Sono Olimpiadi da non scordare per le imprese sportive – Usain Bolt e Michael Phelps, nell’atletica e nel nuoto, le icone – per la bellezza di certi impianti (su tutti il Water Cube, centro per il nuoto, e lo Stadio Nazionale «Bird’s Nest», realizzato da Herzog & de Meuron, un capolavoro di architettura e di ingegneria) e per la geniale scelta nel rito dell’ultimo tedoforo: come dice giustamente l’Enciclopedia Treccani, «l’immagine del ginnasta Li Ning che fluttua nell’aria sorretto da un cavo metallico quasi invisibile, compiendo un giro di campo all’altezza dell’ultimo anello prima di accendere il braciere, farà parte per sempre dell’immaginario collettivo legato ai Giochi olimpici».

15 settembre 2020 (modifica il 15 settembre 2020 | 08:40)

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