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Un ossimoro per contrastare Pechino: la “deterrenza inclusiva” di Blinken

Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha tenuto un importante discorso alla George Washington University, nel quale ha delineato la strategia Usa nei confronti della Cina comunista. Dopo aver riconosciuto che la Repubblica Popolare è l’unico Paese che ha sia l’intenzione di rimodellare l’ordine mondiale che il potere economico, militare, diplomatico e tecnologico per farlo, l’importante esponente dell’attuale amministrazione Usa ha detto che, a suo avviso, la parola chiave per miglior are i rapporti con Pechino è “diplomazia”.

L’ambiguità strategica su Taiwan

Peccato però che il discorso di Blinken metta a nudo la debolezza e le incoerenze della politica degli Stati Uniti verso la Cina. Ha pur messo in rilievo i “problemi interni” cinesi, citando Taiwan, Hong Kong e il Tibet, nonché la continua espansione militare nel Mar Cinese Meridionale, definendola “illegittima”. Tuttavia, elencando Taiwan tra i cosiddetti “problemi interni”, ha fornito a Xi Jinping un prezioso assist riconoscendo, implicitamente, che Pechino ha ragione quando proclama che l’isola è “roba sua”, e che gli americani non devono occuparsene.

Eppure il presidente Biden ha affermato in modo esplicito che gli Stati Uniti – con il concorso del Giappone – difenderebbero militarmente l’isola qualora la Cina desse corso alla minaccia, più volte ripetuta, di annetterla perché la considera parte integrante del proprio territorio. E infatti aerei da guerra cinesi hanno di nuovo violato lo spazio aereo di Taiwan dopo il discorso di Blinken, a riprova del fatto che Pechino non si fa affatto impressionare dalle promesse di Biden a Taiwan.

Il vero problema è che, a dispetto di ogni promessa, gli Stati Uniti assecondano lo slogan “Una sola Cina”. Con Taipei non intrattengono rapporti diplomatici ufficiali e non sono favorevoli alla proclamazione d’indipendenza di Taiwan. E anche questo è un fatto importante. Pur essendo, de facto, uno Stato indipendente e sovrano, de jure l’isola non lo è.

Tale è il prezzo (molto alto) che gli Usa hanno pagato quando Nixon e Kissinger, nel 1972, visitarono a Pechino Mao Zedong, istituendo rapporti diplomatici ufficiali con la Repubblica Popolare Cinese, al contempo tagliandoli con la Repubblica di Cina (cioè Taiwan).

Da allora la ex Formosa vive in una sorta di “limbo” diplomatico. Pochissimi Paesi al mondo la riconoscono quale nazione indipendente, e Pechino è riuscita a isolarla sempre più. Letteralmente pagando alcuni Stati che prima la riconoscevano, e di fatto impedendo la partecipazione dei suoi rappresentanti alle riunioni dei più importanti organismi internazionali, Onu e Oms in primis.

Resta da capire, tuttavia, come gli americani possano davvero difendere militarmente Taipei se non sono affatto disposti a riconoscere che si tratta di uno Stato indipendente e sovrano. È, questa, la celebre “ambiguità strategica” nella quale gli Usa sono rimasti impigliati dopo aver riconosciuto ufficialmente la Cina comunista già ai tempi di Mao Zedong.

Il “Grande timoniere” e il suo ministro degli Esteri, Zhou Enlai, avevano subito messo in chiaro di considerare Taiwan parte della Repubblica Popolare. Al tempo gli americani non mossero grandi obiezioni, giacché l’intento era quello di staccare Pechino da Mosca (l’Unione Sovietica era, allora, ancora viva e potente).

La “deterrenza inclusiva”

Si noti che, durante il suo discorso, Blinken ha usato a piene mani una delle parole chiave della sinistra tanto americana che europea: “inclusione”. Ha infatti coniato un’espressione nuova e piuttosto bizzarra: “deterrenza inclusiva”. Quale sia il suo significato non si capisce bene.

La deterrenza ha la funzione di scoraggiare le mire aggressive dell’avversario, facendo intendere che si è disposti a usare le armi – anche nucleari – per impedirgli di mettere in atto i suoi progetti di aggressione. Ma, se questo è vero, lo stesso concetto di “deterrenza inclusiva” diventa un ossimoro.

Gli Stati Uniti hanno creato numerose alleanze militari ed economiche in funzione anti-cinese. Il “Quad” con India, Australia e Giappone. Lo “Aukus” con Australia e Regno Unito. E il più recente “Indo-Pacific Framework” (Ipef) al quale hanno aderito 12 nazioni asiatiche che si sentono minacciate da Pechino. Un indubbio successo, che rischia però di essere vanificato dall’ambiguità Usa e dall’utilizzo di strani concetti come quello di “deterrenza inclusiva”.

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