Salute

Tumore del colon, il test sul sangue occulto che fa chiarezza

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Con 49mila nuovi casi registrati nel 2019 il tumore del colon-retto è il secondo tipo di cancro più frequente nel nostro Paese ed è anche il secondo nella poco ambita classifica dei più letali.Eppure nove casi su dieci potrebbero essere evitati perché c’è un metodo efficace, gratis (in Italia) e del tutto indolore per eliminare le lesioni pre-cancerose prima che si trasformino in una neoplasia vera e propria: il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci. Ma la metà degli italiani non coglie l’opportunità. L’esame viene offerto dal Servizio sanitario nazionale a tutti i cittadini fra i 50 e i 70 anni che ricevono, ogni due anni, una lettera da parte della propria Asl con l’invito ad andare nella farmacia più vicina a ritirare un piccolo contenitore nel quale raccogliere un campione di feci, per poi restituirlo e ricevere la lettera con il referto a casa nell’arco di un paio di settimane.

9 tumori su 10 da lesione pre-cancerose

 «Quasi il 90% dei carcinomi del colon-retto si sviluppa a partire da adenomi che impiegano anni (tra 7 e 15, in media) per trasformarsi in forme maligne – spiega Giordano Beretta, presidente dell’Aiom, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica -. È in questa finestra temporale che lo screening con il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci (in sigla Sof) consente di fare una diagnosi precoce ed eliminare i polipi prima che abbiano acquisito caratteristiche pericolose. Nel nostro Paese viene offerto gratuitamente all’interno dei programmi di screening, eppure in media l’adesione è ferma al 42%». Che motivo può esserci per non fare un esame gratuito che potrebbe salvarci la vita? Molte persone sono «scaramantiche», si appellano a un poco sensato «preferisco non sapere», altre temono la sofferenza, che però nulla ha a che fare con il test Sof.

Con lo screening meno ammalati e decessi

«Non c’è un solo motivo valido per non cogliere questa opportunità – sottolinea Beretta, che è responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo -. Con lo screening diminuisce del 20% il rischio di ammalarsi di carcinoma colon-rettale e del 40% quello di morirne, perché scoprire un tumore allo stadio iniziale significa trattamenti meno invasivi e maggiori probabilità di guarigione. A cui si aggiungono i vantaggi per il Ssn in termini di spese minori per terapie più complesse, lunghe e costose. La loro rimozione prima dello sviluppo della neoplasia ha fatto sì che i casi di tumore del colon in Italia siano persino diminuiti nell’ultimo anno. Visto, però, che l’adesione degli italiani è inferiore alla media europea (42% contro il 49,5%) Aiom ha deciso di una campagna per informare e convincere i nostri connazionali a non buttare la lettera d’invito nel cestino». Se il Sof risulta positivo si procede, sempre gratis e in tempi rapidi, con una colonscopia che consente una diagnosi precoce, eliminando contestualmente anche eventuali lesioni benigne e maligne in fase iniziale. Un esame temuto da molti perché ritenuto molto doloroso, oltre che sgradevole: si esplora l’intestino attraverso un tubo flessibile introdotto per via anale.

I vantaggi della colonscopia tradizionale

«L’esame in sé dura in media circa mezz’ora e con un’adeguata sedazione non si avverte alcun male – dice Pier Alberto Testoni, direttore dell’Unità di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva al San Raffaele di Milano -. La preparazione prevede di bere il giorno precedente al test da 2 a 3 litri di liquidi (frazionati in due dosi) che causano diarrea, indispensabile per “pulire” l’intestino in modo che le sue pareti siano meglio visibili. In compenso può salvarti la vita, ha dimezzato nell’ultimo decennio le morti per cancro al colon. Nessuna metodica preventiva al mondo ha avuto lo stesso impatto». Esiste anche la colonscopia virtuale: non viene introdotto l’endoscopio anale e dunque non c’è alcun fastidio. Ma serve sempre una preparazione e, nel complesso, l’accuratezza è minore. Non vede le lesioni piatte, che sono le più pericolose, e neppure quelle di dimensioni inferiori ai 5 millimetri. Motivo per cui, nelle persone a cui viene prescritta, va ripetuta ogni 2-3 anni e non ogni 5. E, soprattutto, la versione virtuale non permette di eliminare contestualmente le lesioni benigne o maligne che vengono individuate. Nel caso bisogna poi comunque procedere con quella “tradizionale”, che è migliorata moltissimo: «Ora consente di togliere adenomi e carcinomi di ogni dimensione, purché non siano in profondità, che fino a qualche anno fa non si potevano asportare in endoscopia – precisa Testoni -. Con le nuove tecnologie si sono fatti grandi progressi: l’alta definizione e l’intelligenza artificiale permettono di scoprire qualsiasi irregolarità della superficie della mucosa, invisibile all’occhio umano. E rimuovere le lesioni in endoscopia significa anche poter ricorrere meno alla chirurgia invasiva, con vantaggi per pazienti e Ssn: solo un paio di giorni di ricovero in ospedale, una migliore qualità di vita senza gradi ferite o tratti di intestino asportati e costi minori».

Dove si può fare prima del 45 anni

Alcune Regioni si stanno organizzando per ampliare la fascia d’età invitata allo screening con il test Sof includendo i cittadini dai 45 ai 75 anni. «È fondamentale fare accertamenti in caso di perdite di sangue, il primo campanello d’allarme per la presenza di un carcinoma colorettale – spiega Alessandro Repici, responsabile dell’Endoscopia digestiva all’Istituto Clinico Humanitas di Milano –. Quando si presentano altri sintomi (dolore intenso e occlusione intestinale) la malattia è già in stadio avanzato. A partire dai 40-45 anni il medico di famiglia o lo specialista possono comunque prescrivere Sof e colonscopia tramite Ssn a chi ha una storia familiare con più casi di tumore del colon-retto in parenti di primo grado (fratelli, sorelle, genitori, figli), specie se diagnosticati prima dei 50 anni. I controlli successivi verranno poi stabiliti in base agli esiti e valutando il singolo caso».

18 agosto 2020 (modifica il 21 agosto 2020 | 17:48)

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