Troppi “no” al vaccino in corsia: nel governo torna alla carica il partito dell’obbligo

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Nello show mediatico della campagna di vaccinazione già lanciato dal governo, con esultanze sparse tra i giallorossi speranzosi di poter nascondere definitivamente tutti gli errori commessi durante le varie fasi della pandemia, c’è un problema non da poco che agita i sonni degli esponenti del Conte-bis: nonostante siano stati inseriti tra le categorie a rischio, quelle alle quali somministrare prima di tutti le dosi, molti operatori delle Rsa non hanno ancora aderito alla campagna anti-Covid. Soprattutto al Nord, dove i casi sono più numerosi rispetto alle altre zone dello Stivale.

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Una vera e propria spina nel fianco, per chi in questi giorni parla del vaccino come della chiave per “ritrovare la nostra libertà” e tace, di conto, sui motivi che hanno reso l’Italia il Paese con la più alta mortalità europea tra quelli colpiti dal virus. Anche perché il rischio è che, vista la situazione, anche altri dipendenti della sanità pubblica possano a loro volta rinunciare alla somministrazione delle cure. E così, ecco riaprirsi puntuale il dibattito mai tramontato sull’obbligatorietà del farmaco. Sandra Zampa, sottosegretaria alla Salute, ha già tuonato in merito: “Per chi opera nell’ambito della salute, il vaccino deve essere precondizione per l’assunzione”.

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La sottosegretaria alla Salute dice di essere sicura che i titolari delle Rsa non statali “rifletteranno sull’importanza di garantire la sicurezza ai loro ospiti”. Del resto “mi sembra ovvio e giusto che un familiare, nel momento in cui sceglie una struttura, abbia il diritto di sapere se vengono attuate tutte le precauzioni perché il proprio genitore o parente non venga danneggiato”. I numeri, però, descrivono una situazione ben diversa: in provincia di Brescia, per esempio, solo il 20% dei lavoratori delle Rsa ha aderito, come riportato da Repubblica. E problemi simili ci sono anche in altre zone della Lombardia e in Piemonte. E allora il partito dell’obbligo, sempre forte soprattutto tra le fila del Pd, è tornato ad alzare la voce.

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Si era invocata, in queste settimane, prima l’introduzione di una vera e propria “patente” sanitaria, fondamentale per tornare a svolgere attività quotidiane come nell’epoca pre-Covid. E d’altronde nell’aprile 2020, quando ancora la prima ondata del virus spaventava gli italiani, il segretario dem Nicola Zingaretti aveva lanciato la proposta dell’obbligatorietà delle cure “per tutti gli over 65 e tutte le categorie di lavoratori esposte”. Un totale di 2,5 milioni di persone, secondo il governatore del Lazio, alle quali sarebbe stata tolta la possibilità di dire “no”. Una proposta che aveva scatenato anche tante polemiche. E che però, evidentemente, non è mai tramontata del tutto.

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