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Toc toc Italia. La polveriera Libia rischia di esplodere

Mentre i riflettori europei sono puntati sulla guerra di Putin in Ucraina, a poche miglia dalle coste italiane una polveriera rischia di esplodere. È il momento, ora, di occuparsi di Libia. Nel suo interesse e nel nostro. Il commento dell’ambasciatore Stefano Stefanini

In Libia è cominciato il conto alla rovescia. Il 31 luglio scade il mandato della missione Onu (Unsmil) che ha guadagnato al Paese un anno e mezzo di tregua e un accenno di ritorno alla normalità economico-commerciale.

L’Onu ha fatto sperare ma non è riuscita a sciogliere il nodo della divisione politica. L’uscita di scena delle Nazioni Unite lascerà un vuoto d’iniziativa internazionale che Russia, Turchia e altri – che non se ne sono mai andati – si affretteranno a colmare. L’Onu cercava, con la forza della diplomazia e della persuasione, di far imboccare alla Libia la strada della riconciliazione nazionale e della pace. Il contrasto di interessi fra Mosca ed Ankara, non più imbrigliato, conduce nella direzione opposta, della guerra per procura attivamente incoraggiata dalla presenza sul terreno, specie dei mercenari russi della Wagner.

Cosa succede in Libia? Finché non c’è guerra, fa poca notizia, a differenza di quanto succede purtroppo altrove. Gli sbarchi sono sottotraccia. Il gas arriva portando il suo piccolo mattoncino (4%) al nostro fabbisogno energetico. Dato che bastava a rassicurarci, sul versante politico, l’Italia si era adagiata nel pieno sostegno alla rappresentante speciale dell’Onu, Stephanie Williams.

Non faceva una grinza fino a che il processo è rimasto sui binari. Sonni tranquilli e coscienza tranquilla al di qua del Canale di Sicilia. Il deragliamento è iniziato a dicembre quando non si sono potute tenere le elezioni che ne rappresentavano un passaggio chiave. La cabina di regia Onu è venuta progressivamente meno. Gli attori libici hanno ripreso a recitare a braccio – litigando e cercando di farsi le scarpe.  La riconciliazione nazionale è rimasta ai blocchi di partenza. Le scadenze sia di Unsmil sia di Williams si avvicinano. Non ci sono piani B internazionali.

In questi ultimi mesi una Libia (quasi) senza guerra è tornata a dividersi apertamente. Unita non era mai stata ma per un breve intervallo aveva fatto mostra di esserlo col governo ad interim di Abdul Habib Dbeibeh. Peccato che Dbeibeh non ci senta sulla transitorietà. Vuole presentarsi ad elezioni che non si tengono, forte di elargizioni populiste a man larga. Intanto tiene stretto il potere a Tripoli.

Da Tobruk, Fathi Bashaga, sulla scorta di una dubbia maggioranza di voti parlamentari, si proclama Primo Ministro e da vita a un governo parallelo, non riconosciuto delle Nazioni Unite, teoricamente arbitre della transizione praticamente vaso di coccio fra vasi di ferro. Solo la Russia riconosce il governo Bashaga. I russi sono rimasti ben piantati in Libia, con i fidi mercenari Wagner appena assottigliati perché’  richiamati a dar man forte a Mariupol e dintorni. Russia, Turchia, Egitto ed altri non mollano i paletti piantati con le armi sul suolo libico.

La guerra non c’è ma è stata appena evitata di misura. Un paio di settimane fa, Bashaga aveva tentato il colpo di mano. Era arrivato a Tripoli nottetempo, con una manciata di ministri al seguito, per reclamare il potere. L’ingresso di soppiatto non sarebbe stato un granché come insediamento del nuovo governo di unità nazionale. Ma Dbeibeh non si è fatto da parte. Le varie milizie della capitale erano sul chi vive. Accolto da spari anziché da fuochi d’artificio, Bashaga ha avuto il buon senso di andarsene in fretta e furia. Non troppo lontano però. Si è acquartierato a Sirte. Cioè è rimasto in Tripolitania da dove, meglio che da Tobruk, cerca di accreditare il suo governo come espressione nazionale, non della sola Cirenaica, contestando quello di Dbeibeh.

La legittimità è fragile per entrambi. La realtà è il braccio di ferro fra l’asse Tripoli-Misurata, che fa quadrato su Dbeibeh, a quelle dell’asse cirenaico Bengasi-Tobruk. Quest’ultimo continua a far capo al presunto uomo forte di Bengasi, Khalifa Haftar. Bashaga, di Misurata, avrebbe dovuto essere la figura unificante nel processo di riconciliazione. E’ stato invece cooptato da Haftar.

Quest’ultimo aveva cercato di prendere Tripoli con le armi, Bashaga con la politica. Entrambi non sono riusciti. Sono così tornati al punto di partenza. Con la complicità dei rispettivi sponsor internazionali, Turchia dalla parte di Tripoli, Russia ed Egitto da quella di Haftar. Sono soprattutto i russi che soffiano sul fuoco perché hanno di più da perdere dalla ricostituzione di un involucro nazionale libico. Turchi, egiziani e altri attori (emiratini, qatarini, algerini, francesi) sono più disponibili al sedersi in un bazar politico-diplomatico.

Si parla poco di Libia. Il Consiglio europeo si è testé concluso con gli occhi spasmodicamente puntati sull’Ucraina, sul grano che non lascia i silos di Odessa, su Viktor Orban che fa i caporicci per amicizia con Vladimir Putin, sulla macchina di distruzione russa che avanza in Donbas. Giustamente. Ma dimenticare la Libia è un lusso che l’Italia non può permettersi. Sia per l’intensità dei rapporti fra i due paesi, che porta i libici a guardare all’Italia come sponda europea e interlocutore privilegiato, sia perché instabilità a Tripoli e Bengasi significa grattacapi per Roma.

Una spaccatura della Libia fra due governi, quand’anche senza arrivare di nuovo alla guerra civile, ci deve preoccupare per sicurezza, rifornimenti energetici e geopolitica. Vogliamo, di questi tempi, delle basi russe a un centinaio di miglia da Sigonella? Sul fronte immigrazione, cosa aspettarsi quando in Libia, come nel resto del Nord Africa, non arriverà il grano russo e ucraino? È ora di pensarci.

L’Italia non può continuare a nascondersi dietro Nazioni Unite – l’Onu ci ha provato, ha fatto del suo meglio ma ha fallito nell’obiettivo finale; l’Ue è latitante; la cavalleria americana arriverà solo se c’è da fare dell’antiterrorismo, e solo per quello.

L’unica via d’uscita politica è un negoziato per arrivare ad un esecutivo libico unico con formule di divisione del potere. Tocca all’Italia prendere l’iniziativa. Non velleitariamente, portando al tavolo i libici, cercando la sinergia con Parigi, tirandosi dietro l’Europa. Ma qualcuno deve dare un impulso nella direzione giusta. Nell’interesse libico e nel nostro.

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