Salute

The Lancet e New England Journal of Medicine: parlano i direttori

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Nei pochi mesi trascorsi dall’inizio della pandemia di Covid-19 causata dal virus Sars-Cov-2, la ricerca medica su questa condizione ha iniziato a correre, nell’urgenza di raggiungere nuove conoscenze e fornire indicazioni ai clinici su come intervenire in una patologia finora completamente sconosciuta. Inevitabilmente, le riviste mediche, anche le più prestigiose, hanno dovuto abbreviare i tempi di pubblicazione degli studi che sono stati loro proposti, spesso saltando del tutto la peer-review, il fondamentale processo di verifica degli studi che è la norma per le riviste importanti, e che garantisce, per quanto possibile, la qualità di quanto viene pubblicato. Un fenomeno che ha investito anche le riviste più prestigiose, come The Lancet e New England Journal of Medicine, che si sono viste costrette a ritirare due studi pubblicati da poco, rispettivamente sull’idrossiclorochina e sull’effetto di alcuni antipertensivi sull’andamento del Covid-19, in quanto basati su dati inattendibili, che un’adeguata peer-review avrebbe certamente scoperto, bloccandone la pubblicazione. Ma al di là di questo incidente, che dimostra ancor di più quanto sia importante il processo di selezione e verifica che le grandi riviste mediche fanno di routine, The Lancet e New England Journal of Medicine (Nejm) sono tra le riviste mediche più importanti al mondo. Pubblicano ricerche, articoli di revisione ed editoriali importantissimi per la comunità medica internazionale. Corriere Saluteha intervistato i suoi due direttori, Richard Horton ed Eric Rubin sulle criticità che devono affrontare oggi le pubblicazioni scientifiche, su alcuni problemi della ricerca medica e sulle modalità di funzionamento delle riviste.

Partiamo da una domanda generale: nel corso della loro lunga vita quali articoli pubblicati dalle vostre riviste hanno davvero cambiato la pratica clinica?

Richard Horton, direttore di The Lancet
Richard Horton, direttore di The Lancet

Richard Horton: «È molto improbabile che una singola ricerca modifichi la pratica clinica. Infatti la Medicina è una disciplina molto conservatrice, e a ragione. Ritengo piuttosto che possano averlo fatto alcuni capitoli dalle sezioni che nella nostra rivista chiamiamo Series – articoli su importanti temi, come “autismo” o “diabete”pubblicati in uno stesso numero e accompagnati da editoriali – e Commissions – documenti redatti da gruppi di esperti su grandi temi, come “il futuro della psichiatria” o “integrazione tra oncologia e cure palliative” – . Indico tre differenti aree. Innanzitutto quella riguardante i trattamenti indirizzati a donne e bambini che vivono in aree del mondo con un basso livello di reddito. Aggregare informazioni e prove esistenti su quali interventi funzionano su questo genere di situazioni vuol dire dare un nuovo slancio al movimento che si sta impegnando nel migliorare le condizioni di salute di queste persone. In secondo luogo l’area del rapporto tra clima e salute. Le nostre due Commissions su salute e cambiamento del clima danno un contributo a fare della salute uno strumento fondamentale per un’azione di salvaguardia del clima. Infine, la nostra Series sulle malattie non comunicabili mostra che i disturbi cardiaci, il cancro e il diabete rappresentano importanti priorità di salute, al momento non sufficientemente riconosciute».

Eric Rubin, direttore del New England Journal of Medicine
Eric Rubin, direttore del New England Journal of Medicine

Eric Rubin: «Il New England Journal of Medicine ha ormai più di 200 anni, un periodo lungo, nel quale si è sviluppata la moderna Medicina, e ha pubblicato moltissimi avanzamenti nella pratica medica corrente, come, per esempio, il primo resoconto dell’impiego dell’anestesia per un intervento chirurgico, oppure la prima segnalazione di un’isterectomia, di un intervento chirurgico a cuore aperto, di un trapianto di rene riuscito. Ha anche introdotto molti trattamenti contro il cancro e la leucemia dei bambini, l’impiego del trapianto di midollo osseo e ha pubblicato il primo grande studio clinico realizzato con i nuovi farmaci contro mutazioni che provocano il cancro, e trial sull’immunoterapia dei tumori. Anche l’attuale standard per il trattamento di molte malattie croniche è apparso per la prima volta nelle nostre pagine, comprese la terapia con anticorpi per le malattie autoimmuni e il trattamento e la prevenzione delle complicanze del diabete, così come le misure per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e il trattamento dell’ictus. E per quanto attiene alla mia area di competenza, le malattie infettive,la rivista ha pubblicato i primi resoconti di moderne epidemie, Hiv, Zika, Ebola, e le relative sperimentazioni di farmaci e vaccini».

Qual è la sua fiducia nei confronti della peer-review nel riuscire a selezionare articoli di qualità? Ci sarebbero alternative?

Richard Horton
:«Ritengo che al momento la peer-review rappresenti ancora il sistema migliore per poter sottoporre a una revisione critica nuovi risultati provenienti dalla ricerca, prima che siano pubblicati. Certo non si tratta di un processo perfetto. Ad esempio, non sempre riesce a individuare eventuali frodi nella ricerca. Ma purtroppo non è stato individuato nessun sistema che possa davvero migliorare il processo della peer-review».

Il conflitto di interesse è un serio problema nell’editoria biomedica contemporanea. Come provate a controllarlo?

Eric Rubin: «Diversi conflitti di interesse influenzano la modalità in cui le ricerche sono comunicate. Quelli finanziari si verificano quando gli autori di un articolo potrebbero trarre un beneficio dalla pubblicazione dei loro risultati. Il caso più ovvio: l’industria farmaceutica sponsorizza ricerche che suggeriscono l’efficacia di un trattamento. Per questo chiediamo agli autori, per trasparenza, di segnalare tutte le fonti di guadagno o il possesso di azioni rilevanti per quella ricerca. Inoltre, per revisioni di letteratura ed editoriali – che aiutano a interpretare le ricerche e generano raccomandazioni di trattamento – abbiamo posto dei limiti all’ammontare del supporto finanziario ricevuto dagli autori. Un modello definito con altre importanti riviste biomediche, ma continuiamo a cercare modalità che colgano in maniera efficace i conflitti di interesse, sempre che gli autori li riferiscano in modo veritiero».

Quanto sono cambiate negli ultimi anni sia la ricerca clinica sia il ruolo delle riviste medico-scientifiche?

Richard Horton: «In un certo senso si può dire che ruolo delle riviste mediche sia cambiato davvero enormemente. Per quanto riguarda il nostro caso, cioè quello di The Lancet adesso noi cerchiamo di considerare il nostro compito come qualcosa che va oltre quello di una semplice rivista medica. Ci vediamo piuttosto come attivisti che operano a favore della scienza che pubblichiamo, e quindi non ci consideriamo dei meri disseminatori. Quello che vorremmo riuscire a fare è influenzare le scelte e le politiche della Medicina e della scienza. Si tratta quindi di un intento molto diverso».

Come affrontare il preoccupante fenomeno della resistenza agli antibiotici?

Eric Rubin: «È un classico esempio di evoluzione: facciamo nuovi farmaci e i microbi sviluppano mutazioni che generano resistenza. Abbiamo migliorato la scienza dello sviluppo di antibiotici, ma resta un processo lento. Ci vogliono anni per crearne di nuovi e testarne l’efficacia sui pazienti, e talvolta la resistenza si sviluppa già durante i test clinici. E sono processi costosi, anche più di un miliardo di dollari per un solo farmaco. Il fatto è che gli antibiotici efficaci vanno presi solo per brevi periodi, così che è difficile recuperare l’investimento fatto, quindi molte industrie hanno abbandonato il campo. Governi e fondazioni supportano lo sviluppo di nuovi antibiotici, e ci sono i primi passi avanti per tubercolosi e malaria. Anche la scienza di base, alle fondamenta dello sviluppo di antibiotici e vaccini, per la prevenzione di malattie resistenti ai farmaci, ha fatto passi avanti. Oggi abbiamo farmaci efficaci contro l’epatite C e nuovi vaccini contro Ebola. Necessiterà molto lavoro da parte di scienziati, medici e amministratori, ma l’approccio è di sicuro promettente».

A proposito di resistenza gli antibiotici, si tratta di un problema che va portato all’attenzione di tutti: che tipo di impegno e di azioni si possono mettere in campo per promuovere la diffusione di una conoscenza medica affidabile tra i non addetti ai lavori?

Richard Horton: «La nostra audience principale è quella dei professionisti della sanità e dei responsabili delle scelte politiche. Ovviamente, però, comprendiamo bene il fatto che il pubblico ha un forte interesse nei confronti di quanto viene pubblicato nelle nostre pagine. Quindi posso dire che teniamo sempre molto conto del possibile impatto di quanto pubblichiamo potrà avere a livello del pubblico dei non specialisti».

9 luglio 2020 (modifica il 9 luglio 2020 | 18:18)

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