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“The Fight” di Norman Mailer resta insuperabile nella letteratura sportiva: il capolavoro di Muhammad Ali contro Foreman: – Il Riformista

“Rumble in the jungle”

Antonio Lamorte — 30 Ottobre 2022

“The Fight” di Norman Mailer resta insuperabile nella letteratura sportiva: il capolavoro di Muhammad Ali contro Foreman:

Norman Mailer spiega come sprecare la sua prima esclusiva, il suo scoop: neanche capisce bene come ma si ritrova nello spogliatoio di Muhammad Ali allo Stade Tata Raphael a Kinshasa intorno all’alba del 30 ottobre del 1974. E lui che più che fare domande, vuole rendere omaggio al campione del mondo dei pesi massimi, campione per la seconda volta, che ha appena mandato al tappeto George Foreman all’ottavo round della “Rumble in the Jungle”. È il combattimento che travalica i confini della boxe, come Italia-Germania ai Mondiali di calcio del 1970, o come Borg-McEnroe a Wimbledon del 1980. Il vero incontro del secolo impresso per sempre da Mailer nel suo The Fight che in Italia torna nella nuova edizione (traduzione di Alfredo Colitto, pagg. 256, euro 19) de La Nave di Teseo.

Che fosse anche difficile da trovare, dopo le due edizioni Mondadori ed Einaudi, in tempi di ipertrofico storytelling sportivo era un assurdo. Che cosa se ne può fare di tutte queste pagine, questi narratori da social, improvvisati aspiranti Federico Buffa, a confronto con il racconto dello scrittore statunitense di cui La Nave ha pubblicato negli ultimi anni anche Il nudo e il morto e Il canto del boia. Scrittore che nel suo romanzo, reportage, cronaca, psicoanalisi, aneddotica, new journalism, no fiction non cerca lo scoop ma insegue i dettagli, sguardi e gesti, scava, si allena con Ali, incrocia altri narratori e giornalisti nelle febbrili e afose notti africane. E che non si risparmia, nessuna concessione al politically correct – e infatti a un passo dal centenario la sua opera è sotto le lenti della cancel culture, soprattutto per il saggio del 1957 The White Negro.

Norman Mailer si rende personaggio: si riferisce a se stesso in terza persona. È lo scrittore che per il suo prossimo romanzo ha ricevuto un milione di dollari, senza rischiare nulla a differenza dei due pugili che invece si pesteranno per cinque milioni. È la metafora la regina del racconto, il grottesco che affiora qua e là, complice anche l’Africa che sembra far esplodere la follia in ognuno e tutto intorno. L’incontro del secolo è “un combattimento tra due neri in una nazione nera, organizzato da neri e visto da tutto il mondo” come recita la cartellonistica fatta affiggere a Kinshasa. Una vittoria del “mobutismo” che era riuscito a coniugare “aspetti oppressivi del comunismo con quelli peggiori del capitalismo”. Mobutu Sese Seko è il dittatore che avrebbe regnato fino al 1997 dopo due colpi di stato: del corpo del presidente e icona dell’indipendentismo africano Patrice Lumumba erano rimasti solo pezzettini. “L’Africa ha la forma di una pistola, dicono qui, e lo Zaire è il grilletto”, dice un fonte sul posto allo scrittore.

Lo stadio, per esempio, era stato costruito come un regalo alla popolazione, con il lavoro e le tasse del popolo. E in quegli stessi spogliatoi di Ali e Foreman si erano consumate esecuzioni. Niente di male per Don King, manager dalla vita come un romanzo. 60mila persone a vedere l’incontro in piena notte per favorire il fuso orario, centinaia di Paesi collegati in tutto il mondo. Attorno ad Ali aleggiava il tanfo della sconfitta che lui faceva brillare con un contatto costante con la stampa, poesie, il trashtalking che aveva rivoluzionato lo sport. Assurdo: era l’underdog, il più grande sportivo di tutti i tempi sfavorito. Perché dall’altra parte c’era George Foreman, campione in carica, “più che un uomo sembrava un leone in posizione eretta”, e che invece lasciava lievitare nel silenzio l’istinto omicida che sul ring lo rendeva un boia: aveva giustiziato Joe Frazier e preso la cintura. Un demolitore orgoglioso della bandiera a stelle e strisce. Era una guerra di religione all’interno della boxe. 97 e 99 chili.

Il racconto fermenta nell’attesa del match: è essa stessa il match. Ancora ineguagliato il racconto dell’incontro, che trascende dalla cronaca sportiva, entra ed esce dal quadrato come si entra ed esce dai colpi, schiva e sventaglia tra il racconto della boxe, l’evoluzione dei protagonisti da un round all’altro, il Muntu e il Kuntu, l’antropologia africana, la società dello spettacolo nel ventesimo secolo. Ali ribalta ogni pronostico rovesciando la sua boxe, fa passare il “controllo del centro” – il parallelo è con gli scacchi – dalle corde: con il rope a dope fa assorbire le mazzate di Foreman, dissipa quella violenza, trasmette alle sedici la carica di quella brutalità. Il quinto round entra nella storia come uno dei più belli di sempre. Il ko all’ottavo arriva come un “proiettile”, una vertigine lunga due secondi, lunghissima, con Ali a scortare al tappeto lo sguardo spento di Foreman.

Ali è di nuovo campione dopo che il suo rifiuto di arruolarsi per il Vietnam – “nessun vietcong mi ha mai chiamato negro” – gli costa licenza e cintura. Mailer in un certo senso gli somiglia. Ali è il “principe del Paradiso” che “proprio come Marlon Brando interpretava un ruolo come se fosse un prolungamento naturale del proprio stato d’animo, così Ali trattava la boxe”, un uomo che combatteva per dimostrare anche altre cose: che per rendere immortale quella vittoria non poteva non chiuderla in maniera leggendaria. “Mio dio! Tutto! Voleva davvero tutto”. E lo scrittore fa passare dall’evento, da due giganti della noble art, la sua riflessione sul suo rapporto con la lotta per i diritti della comunità afroamericana, do quella musulmana. Èinvidioso verso questo nuovo popolo, risentito per ogni aspetto della loro vita. “La sua luna di miele con l’anima dei neri, un’orgia sentimentale nei momenti peggiori, aveva ricevuto una mazzata durante la stagione del Black Power”.

Lo scrittore ci pensa nel volo di 19 ore assediato nello scalo a Dakar, in Senegal, da migliaia di persone che vogliono vedere, toccare Ali che però non è a bordo. Mailer gioca a dadi, beve, improvvisa stratagemmi con una hostess. E nel lungo viaggio scava nel doppio sradicamento degli afroamericani: dalle radici africane e dalla società degli Stati Uniti. La boxe al massimo del suo splendore nei pesi massimi degli anni ’70 è uno spettacolo impareggiabile e un mezzo per attraversare tutto il resto. The Fight resta un capolavoro ancora insuperato: un po’ come il capolavoro di Muhammad Ali nella notte di Kinshasa.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

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