stefano-domenicali-nuovo-capo-della-f1:-la-scalata-dell’italiano-che-piace-agli-americani

Una rivoluzione è alle porte in Formula 1. Un italiano al volante, non in macchina, ma dietro alla scrivania più importante. Per guidare le decisioni strategiche, per rivitalizzare i conti colpiti dalla pandemia, per traghettare uno sport dominato dagli anglosassoni — la maggioranza delle scuderie è in Inghilterra — verso i prossimi settant’anni. In un ruolo che per importanza è paragonabile alla presidenza della Fifa o del Comitato olimpico.

Stefano Domenicali, 55 anni, imolese, uno dei cervelli più raffinati da esportazione: candidato come «premier dell’alta velocità» dagli americani di Liberty Media, proprietari della F1. Base a Londra, nei centralissimi uffici a St. James Market. Manca ancora la firma ma la trattativa è serrata con l’intenzione di chiudere entro una decina di giorni, in un verso o nell’altro.

L’offerta era arrivata da un po’, del resto il nome dell’attuale numero uno della Lamborghini, ed ex team manager Ferrari, era sull’agenda di tanti, in passato anche dell’Nba: recentemente era stato corteggiato per dirigere la macchina organizzativa di Milano-Cortina. Domenicali però preferisce i motori veri, e le corse, antico amore: anche da top manager del gruppo Audi aveva mantenuto un incarico in Federazione e si divertiva pure da opinionista per la tv britannica Channel 4. Modi calmi, gran oratore, esperto di sport ma anche di industria, è stato identificato come il profilo giusto per sostituire nel 2021 Chase Carey. L’amministratore delegato newyorchese dai baffoni, ex fedelissimo di Rupert Murdoch, proiettato in un mondo sconosciuto per completare la transizione del dopo Bernie Ecclestone.

Approvate le nuove regole dal 2022 e rivisto il sistema di premi per le squadre (il Patto della Concordia), serviva un «uomo» di cultura automobilistica, e profondo conoscitore del paddock, per avviare la fase II. Domenicali non è un tecnico, ma ne sa anche di tecnica. A Maranello arriva dopo la laurea in Economia, nella squadra corse si forma alla scuola di Jean Todt da cui eredita la direzione del team. Suo l’ultimo titolo vinto, il Mondiale costruttori nel 2008.

Tanti rimpianti per i campionati sfiorati da Alonso (2010 e 2012), fino alle dimissioni consegnate a Montezemolo nell’aprile del 2014, dopo il fallimento della prima monoposto ibrida. In Ferrari ha conservato amici ed estimatori, sarebbe anche tornato ma non da numero due.

La sua forza è stata sapersi reinventare: dopo il divorzio con il Cavallino, vola in Germania per raggiungere altri emigrati di lusso, come Luca De Meo, oggi a.d. della Renault, al quale è molto legato. Per il gruppo Volkswagen prepara un piano per lo sbarco in F1, il «dieselgate» lo cancella.

Lui fa il salto in Lamborghini e brucia i record di vendite. La sua possibile nomina al vertice di Liberty fa piacere a tanti: la Ferrari, che aveva bloccato i tentativi di ascesa del capo della Mercedes Toto Wolff, non può non essere felice davanti a un interlocutore così.

Ma guai a farsi illusioni su presunti favoritismi: Todt è presidente della Fia dal 2009, un altro ex, Ross Brawn, è direttore generale di Liberty. Ma in questi anni non hanno mai fatto sconti.

23 settembre 2020 (modifica il 23 settembre 2020 | 23:31)

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