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“Sta sempre peggio, in 12 anni non hanno mai trovato nemmeno una cella più vicino a casa”: il dramma della famiglia di Ezio

“Vuoi sapere come mi sento? Sereno ma c’è un’unica cosa per cui mi piange il cuore. Se mi accade qualcosa, come faranno tutti i miei figli, nuore, nipoti, mamma e papà? Come faccio a non pensarvi? Siete la mia vita. Prego che tutto vada bene”. Così Ezio Prinno, 45 anni, detenuto nel carcere di Opera a Milano scrive alla sorella dalla sua cella. La sua famiglia racconta che Ezio è preoccupato per l’angioma che ha nel cervelletto che cresce sempre di più e che potrebbe operare ma è un intervento molto complicato. Da 12 anni è sempre detenuto in carceri distanti 800/1000 chilometri da casa. Le sue condizioni fisiche e psicologiche peggiorano. “Ezio non sta bene ma in 12 anni non è mai uscita una cella più vicino alla sua famiglia”, spiega l’avvocato Gianpiero Verrengia che da anni si batte per far rispettare i diritti del suo assistito. Soprattutto quello alla salute.

Il 45enne ha tantissime patologie dal diabete alle crisi epilettiche che diventano sempre più frequenti in situazioni di disagio e stress. Tanto che in carcere è costretto a indossare un casco di gomma per evitare che possa farsi male. La famiglia ha raccontato più volte al Riformista che i medici in più occasioni hanno affermato che il suo stato di salute non è compatibile con il regime carcerario. In dodici anni ha ottenuto due soli permessi e per brevissimi periodi per consentirgli i colloqui con la famiglia che vive lontano e in condizioni di difficoltà. Sua mamma Carmela ha numerose patologie che le impediscono di viaggiare. E la famiglia non vive una facile situazione economica. Ma quando Ezio ha rivisto la sua famiglia è stato meglio, le crisi sono diminuite ed era più sereno.

L’avvocato Verrengia periodicamente ha presentato numerose istanze di differimento dell’esecuzione della pena, “perché in condizioni di salute tali da essere incompatibile con il regime carcerario che tutt’ora gli viene imposto. Ha presentato numerose istanze volte ad ottenere permessi di necessità per far visita ai familiari, con le quali ha tentato di ovviare alla costante inerzia dell’Amministrazione”.

“Nei diversi provvedimenti di rigetto ricevuti, invece, la magistratura di sorveglianza ha costantemente rivolto invito al Dap di individuare un istituto di pena più vicino al luogo di residenza dei familiari. L’assistito ha richiesto più volte all’Amministrazione di essere trasferito, il più delle volte senza ottenere risposta, a volte ricevendo poche righe di diniego (da sottoscrivere per notifica) sempre senza poter accedere ad alcun atto del procedimento. Il difensore ha chiesto di poter accedere agli atti relativi alle richieste di trasferimento, ed avere copia dei provvedimenti, senza ricevere alcuna risposta dalla direzione dell’Istituto. Il Tribunale di Sorveglianza, da tempo, ha riconosciuto che ‘la lontananza dai congiunti incide in modo significativo sulla psiche già provata del detenuto’. All’inosservanza della legge si aggiunge pertanto la lesione di una situazione giuridica (la salute) incontestabilmente qualificabile come diritto soggettivo. Proprio la sofferta lontananza dai familiari sembra essere alla base anche di gesti anticonservativi (assunzione 1 incongrua di farmaci, tentativo di impiccagione, tagli ai polsi) ai quali l’assistito si è determinato nei momenti di particolare difficoltà”, si legge nell’ultima richiesta dell’avvocato fatta a fine giugno.

Nonostante tutto per lo Stato non ci sono i motivi per cui Ezio debba avvicinarsi a casa né tantomeno debba stare ai domiciliari. Ma la paura per i suoi familiari è tanta. “Ci hanno detto che il carcere di Opera è l’unico che può curarlo – dicono i familiari al Riformista – Ma ci chiediamo: se l’angioma che ha nel cervello dovesse scoppiare e lui dovesse correre in ospedale quanto tempo ci metterebbero? A Opera ci sono tantissimi detenuti, noi a casa potremmo prenderci meglio cura di lui. Siamo molto spaventati per la sua salute. Anche lui lo è, soprattutto perché dovrebbe affrontare una delicata operazione al cervello e non è facile prendere questa scelta”. Anche solo avvicinarsi a casa e poterlo incontrare ai colloqui garantirebbe a lui e alla sua famiglia una migliore condizione di vita.

Da anni Ezio, padre di 4 figli avuti con tre donne diverse e nonno non vede i suoi familiari. Nemmeno una persona in condizioni economiche accettabili potrebbe regolarmente recarsi a colloquio per dodici anni in un posto lontano centinaia di chilometri da casa, osserva il suo avvocato. Ezio sente sua madre, che è anziana e malata, al telefono per 10 minuti ma questo non basta a calmare le sue ansie.

“L’assistito vuole bene ai suoi familiari e questo sentimento è ampiamente corrisposto; la lontananza da loro, soprattutto nei momenti in cui egli viene a sapere che stanno male o addirittura subiscono reati, lacera continuamente ed in modo profondo l’anima”, scrive ancora l’avvocato al Magistrato. A questo si aggiunge che a Ezio è imposta l’umiliazione del dover indossare il casco di gomma. Il Tribunale del Riesame nel 2014 aveva disposto che stesse in una cella priva di spigoli. “La risposta è stata l’imposizione di un casco con la speranza di attutire i traumi. Il casco è infatti la speranza di attutire il trauma da future cadute, ma soprattutto è la certezza di perdere un altro pezzo di dignità. Il casco non sarebbe necessario se i locali che ospitano il detenuto fossero idonei. Ma già nel 2014 quello stesso Tribunale, oltre a prescrivere l’adozione di accorgimenti relativi al luogo di detenzione, riteneva necessario valutare ‘l’opportunità del trasferimento del detenuto in altra sede, possibilmente più vicina all’ambito familiare, attesa la componente psichiatrica del quadro clinico presentato dal detenuto’”, scrive ancora l’avvocato.

E a questo diniego non c’è stata mai una spiegazione chiara sul perché. Cosa che avvilisce Ezio e la sua famiglia ancora di più. “Eppure, racconta l’avvocato, quando Ezio è stato avvicinato per i colloqui a casa stava meglio. Sembrava un dono per lui, ma era un suo diritto. È assodato che la lontananza incide sulla sua salute”. C’è poi un’altra questione: Ezio dovrebbe essere declassificato dall’alta sicurezza alla media sicurezza, cosa che non è mai avvenuta. Il magistrato di Sorveglianza il 29 marzo 2022 aveva annullato il provvedimento del Dap con cui veniva rigettata l’istanza di declassificazione avanzata da Ezio e dunque ordinava all’Amministrazione Penitenziaria di rivalutare l’istanza di declassificazione nel termine di 2 mesi. Sono passati ed Ezio è ancora lì.

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