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Speranza fino all'ultimo: il ministro del modello cinese ora teme i pieni poteri

Probabilmente, la circolare che riduce l’isolamento domiciliare per gli asintomatici da sette a cinque giorni (con esibizione di test negativo) e per i sintomatici da ventuno a quindici giorni sarà uno degli ultimi atti di Roberto Speranza al Ministero della salute.

Ancora una volta, la decisione è arrivata con i soliti tempi elefantiaci e la retorica che accompagna ogni dichiarazione del ministro ormai uscente: “Dobbiamo conservare un elemento di prudenza e precauzione”. Non importa che, nel Regno Unito o in Spagna, siano stati aboliti isolamento e quarantena o che la maggior parte del mondo occidentale si stia mettendo la pandemia alle spalle derubricandola a virus influenzale.

Diritto di voto a rischio

Speranza va avanti per la sua strada fino all’ultimo giorno del suo incarico con un’altra grana da affrontare: come garantire il diritto di voto ai cittadini costretti in casa dalle regole ministeriali?

Le norme predisposte risultano piuttosto cervellotiche perché bisogna comunicare la positività agli uffici comunali che provvederanno poi a inviare presso il domicilio del malcapitato un’apposita squadra con le solite tute da astronauta a raccogliere il voto.

Una procedura più che complicata che sobbarcherà i Comuni di un lavoro supplementare e costringerà tanti cittadini a disertare il seggio.

Dichiarazioni paradossali

D’altronde, l’isolamento domiciliare resta un punto fermo della politica ministeriale e dei consulenti scientifici di riferimento. Chissà per quale motivo nella perfida Albione sono così irresponsabili da aver eliminato questa farraginosa burocrazia pandemica già all’inizio dell’anno.

Invece, in Italia, l’intransigenza sanitaria ci toccherà almeno fino a quando non si insidierà un nuovo governo. D’altronde, il ministro Speranza per tutta l’estate ha rilasciato delle interviste abbastanza surreali. “A volte ci vuole coraggio nel dire la verità. Sarebbe bello dire che la pandemia ha acquistato un biglietto aereo ed è volata via su Marte, ma non è così”, ha dichiarato a la Repubblica qualche giorno fa.

Ora, al di là della solita frase fatta, in questi ultimi due anni e mezzo, sono mancati proprio il coraggio e la verità richiamati dal ministro, come sta impietosamente dimostrando la realtà dei fatti.

Quanto al coraggio, va senza dire che la strategia dei due governi che si sono succeduti nella fase pandemica è stata di assoluta retroguardia, un copia e incolla in salsa italiana dell’autoritarismo cinese.

Qualcosa di talmente insolito e sconosciuto per una democrazia occidentale che il Washington Post arrivò a scrivere di un’Italia come Paese laboratorio e di esperimento sociale consistente nella limitazione di libertà e diritti.

Perciò, appaiono più che paradossali le dichiarazioni del ministro che, forte del seggio garantitogli da Letta nel collegio blindato di Napoli, vuol scongiurare il rischio di una svolta autoritaria e impedire che il centrodestra pretenda “pieni poteri”. Be’, se una deroga alle regole di una normale democrazia liberale ci sono state, chi ha governato nell’era Covid dovrebbe saperne qualcosa.

Così come risulta ormai inconsistente il riferimento ai fantomatici no-vax, figura mitologica creata ad arte per far digerire le durissime regole sanitarie tra cui il Green Pass.

Infatti, il vero problema non è stato la renitenza alla puntura ma la coercizione imposta attraverso uno strumento surrettizio come il certificato verde che, a proposito di verità e di “evidenze scientifiche” tanto care al ministro, doveva essere l’assicurazione di ritrovarsi tra persone non contagiate o non contagiose.

Misure prive di basi scientifiche

Ora che sappiamo com’è andata, che tanti tri-dosati non solo si sono contagiati ma hanno sviluppato anche la malattia, sarebbe il caso anche di riscrivere la trama del romanzo pandemico. Peraltro, l’impalcatura del Green Pass si reggeva proprio su questo presupposto risultato inconsistente.

Lo stesso Andrea Crisanti, ora candidato nel Pd, aveva riconosciuto che il lasciapassare andava considerato uno strumento politico e non sanitario. Il ministro, dal canto suo, bolla come “sciocca propaganda che poco mi interessa” ogni critica che gli viene rivolta.

Chiede un confronto televisivo con Giorgia Meloni ma, durante la sua gestione pandemica, non ha mai accettato il contraddittorio rifugiandosi nella comfort zone della stampa d’area. Eppure di domande da rivolgere al ministro ce ne sarebbero a iosa.

Si potrebbe iniziare dall’ultima questione emersa, quella sull’efficacia degli antinfiammatori pubblicata su Lancet a seguito di uno studio dell’Istituto Mario Negri che, in pratica, liquida il protocollo “paracetamolo e vigile attesa”.

Oppure dalla congiura del silenzio calata su chi ha avuto fiducia nello Stato e poi ha subito reazioni avverse o degli studi che parlano di indebolimento del sistema immunitario nel caso di dosi ripetute e ravvicinate. Ne parlò anche un membro del Cts, Abrignani, del rischio di iperstimolazione e di una successiva non reazione dell’organismo alle infezioni.

Così come pare che i lockdown non abbiano alcuna base scientifica e che pure l’efficacia protettiva delle mascherine non sia provata. Per cui, di fronte a questo mare magnum di quesiti e sui dubbi che ingenerano, ci sarebbe da discutere per ore. Forse per giorni interi. In nome del metodo scientifico e della verità, tanto vituperate da marzo 2020 in poi. Anche se la verità, come scriveva Joseph Conrad, può essere assai crudele. Più crudele della sua caricatura.

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