Sì ai limiti per i pignoramenti dei redditi dei professionisti

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Con un’interrogazione parlamentare della Lega si risolleva la questione del diverso trattamento tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi. Pardi, Cnf: «Un contributo al superamento dell’ingiustificata discriminazione»

Una interrogazione parlamentare ai ministri dell’Economia e della Giustizia, presentata a febbraio 2020 (la n. 5-03536) da Massimo Bitonci, richiamata da un recente comunicato stampa della Lega, ha portato alla ribalta una questione annosa, ossia l’iniquo diverso trattamento in materia di pignoramento tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi.

Come è noto, l’art. 545 del codice di procedura civile, come modificato dall’art. 13 del D.L 83/2015 (convertito dalla legge 132/2015), prevede diverse limitazioni per il pignoramento, ma essi sono riferiti solo ai percettori di stipendi e pensioni. Infatti, i lavoratori dipendenti possono vedersi pignorato il salario solo nella misura del 20%, per debiti derivanti da imposte, o di altro genere, e se vi sono pignoramenti per crediti alimentari, si può arrivare al 50%. I pensionati possono vedersi pignorata il 20% di quella parte della pensione che eccede il 150% del valore dell’assegno sociale (ossia 672 euro).

Quando poi salari e pensioni sono versati in un conto corrente, il pignoramento, se avvenuto prima dell’accredito, ha per limiti quelli sopra esposti, ma se è stato effettuato dopo l’accredito di stipendi e pensioni, allora la somma assoggettabile al pignoramento è quella superiore al triplo dell’assegno sociale (1.345 euro).Se però il creditore è l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, il pignoramento dello stipendio è soggetto al limite del 10% quando l’importo è inferiore ai 2.500 euro, e al 14,3% (1/7) se l’importo è tra 2.500 e 5.000 euro.Invece non ci sono limitazioni al pignoramento dei redditi e delle risorse finanziarie dei lavoratori autonomi, compresi i professionisti.

In questo contesto si inserisce l’interrogazione dell’esponente leghista, con la quale si evidenzia che non sono previsti limiti al pignoramento per lavoratori autonomi e disoccupati (che possono vedersi pignorato il 100% del saldo del conto corrente), pur costituendo due categorie meno tutelate da un punto di vista contrattuale (gli autonomi) e di welfare (i disoccupati) rispetto alle prime (dipendenti e pensionati).In pratica, qualunque accredito o bonifico in entrata nel conto di un professionista non potrà essere da lui utilizzato, finché il debito non sarà completamente ripagato, senza considerazione del cosiddetto «minimo vitale», ossia senza la possibilità di pagare alcunché, dalle rate ordinarie di mutui agli affitti, dalle utenze agli acquisti dei generi alimentari essenziali.

L’interrogazione conclude segnalando che questo differenziale di trattamento è tanto più insostenibile in questo particolare contesto storico, caratterizzato dalla crisi del Covid-19, che ha colpito principalmente i lavoratori autonomi e coloro che sono privi di lavoro.Questa interrogazione è stata poi rilanciata da un comunicato dell’agenzia stampa Lapresse il 14 aprile scorso, attraverso il quale la Lega ha ribadito il suo no al pignoramento al 100% del conto corrente delle partite Iva, e con le parole dei suoi deputati Laura Cavandoli e Massimo Bitonci, ha chiesto di: “limitare questa misura [del pignoramento, ndr] così come previsto per lavoratori dipendenti e pensionati. È una questione di sopravvivenza, specie in questo periodo di pandemia e di crisi economica. Bene dunque che il governo, in risposta alla nostra interrogazione, abbia assicurato in proposito attenzione e considerazione per i lavoratori autonomi privati dei mezzi economici necessari per condurre un’esistenza libera e dignitosa come previsto dalla Costituzione”.

Secondo Arturo Pardi, coordinatore della commissione di Diritto tributario del Cnf, questa proposta va condivisa e apprezzata, in quanto prevede per i compensi di lavoro autonomo gli stessi limiti previsti dall’ordinamento per il pignoramento dei crediti derivanti da lavoro dipendente e di pensione. «Questa iniziativa parlamentare si innesta – evidenzia Pardi – sullo stesso solco di altri provvedimenti volti a tutelare il decoro del professionista, come è stato il caso della legge sull’equo compenso, e rappresenta un contributo nello sforzo di superamento dell’ingiustificata discriminazione, tuttora presente, tra il compenso di lavoro autonomo e quello di lavoro dipendente. Inoltre, un provvedimento normativo nato in risposta a questa interrogazione, oltre a rimediare a una stortura che rischia di privare il lavoratore autonomo dei mezzi di sussistenza nel caso di pignoramento, potrebbe essere l’occasione per armonizzare le norme che regolano i pignoramenti che esegue l’Agenzia delle entrate e i creditori privati».