Sport

Schwazer, i cinque modi in cui può essersi dopato. I dubbi sulla tesi del complotto contro il marciatore

schwazer,-i-cinque-modi-in-cui-puo-essersi-dopato.-i-dubbi-sulla-tesi-del-complotto-contro-il-marciatore

Un complotto orchestrato in accordo tra i vertici della federazione internazionale di atletica leggera (ieri Iaaf oggi World Athletics) e quelli dell’agenzia internazionale antidoping (Wada) su mandato della federazione stessa e di Madre Russia e con la complicità (tecnica oltre che politica) di un’agenzia che si occupa di prelievi e trasporto di campioni biologici e dei vertici del laboratorio antidoping di Colonia, organismo gestito dallo stato tedesco, uno dei più importanti del pianeta. Questa la tesi della difesa di Alex Schwazer nell’inchiesta nei suoi confronti aperta (da quattro anni abbondanti) al tribunale di Bolzano.

Un complotto, oltre che un mandante, ha sempre un obbiettivo. Quello del «caso Schwazer», concretizzatosi nell’alterazione fraudolenta dei suoi campioni di urina, sarebbe stato di «punire»o «zittire» un atleta che con le sue dichiarazioni (A) aveva mandato a processo alcuni medici federali di caratura internazionale (poi assolti sia sul piano sportivo che su quello penale) e (B) fatto dichiarazioni che rivelavano l’uso massiccio del doping nell’ambiente della marcia russa. E castigare il suo allenatore e mentore (Sandro Donati) da sempre molto critico (e spesso a ragione) contro le politiche federali internazionali.

Se la tesi dell’avvocato Brandstatter, che difende l’ex atleta, fosse dimostrata, la credibilità di tutto il movimento sportivo e antidoping mondiale verrebbe di colpo annullata. L’idea che federazione e Wada pianifichino un controllo antidoping a sorpresa per poi far alterare scientemente un campione di urina da uno dei più importanti laboratori antidoping per incastrare un atleta è non solo altamente improbabile (ma non impossibile) ma anche sproporzionata alla caratura del personaggio e alla portata delle dichiarazioni per cui avrebbe dovuto essere «punito».

Che Alex (e Donati) stessero sulle scatole alla Iaaf (ma non alla Wada, almeno all’inizio) è certo, che questi organismi abbiano messo in gioco tutta la loro credibilità per castigare entrambe coinvolgendo una decina di persone nel ruolo di complici appare statisticamente improbabile, appunto. In ogni caso, un eventuale complotto poteva essere orchestrato in modo enormemente più semplice, ad esempio «inquinando» un bevanda o il cibo dell’atleta prima che questi lo consumasse come aveva ipotizzato all’inizio la difesa riferendosi a un misterioso «scasso» nella macchina (dove erano contenute delle borracce) di Alex mentre lui si allenava. Ipotizzare la manipolazione di una provetta sigillata (nessuna traccia di manomissione dei contenitori è stata trovata durante le perizie) significa complicare enormemente la tesi e la sua dimostrazione.

In ultima analisi, ci sono le perizie presentate dall’incaricato del tribunale e contestate lunedì in aula da Wada e Iaaf. Leggendole con attenzione, non contengono nulla di risolutivo riguardo all’alterazione delle urine se non i risultati di test sulla diluizione del Dna effettuati su un ridottissimo campione di atleti da un ottimo perito chimico, appunto, ma non da un’entità scientifica riconosciuta con un protocollo di ricerca validato e pubblicato.

Se qualcuno avesse davvero «dopato» le urine di Schwazer mentre erano conservate in laboratorio, quel qualcuno meriterebbe il Nobel per la chimica per la difficoltà della procedura. Ultima nota riguarda la parola «plot» citata dalla difesa nelle ormai stranote mail che si scambiarono Iaaf e Wada mentre cercavano di approntare la difesa dalle accuse di manipolazione. «Plot» = complotto per i legali dell’ex marciatore che si guardano però bene dal citare il testo completo del messaggio. Immaginare che due complottisti si autodenuncino in una mail («Complottiamo»?) fa anche un po’ sorridere.

E quindi? E quindi l’inchiesta va avanti e su due binari. Uno quello penale contro Schwazer, verso una probabile archiviazione della sua posizione. L’altro riguarda le supposte manipolazioni. Sapremo mai perché Alex Schwazer risultò positivo al testosterone nel controllo a sorpresa del 1° gennaio 2016? Probabilmente no. Sappiamo però che il motivo va cercato in un numero limitato di ipotesi: doping volontario, uso di un integratore contaminato, contaminazione alimentare, manipolazione pre o post prelievo. Quella post prelievo appare, al momento, la meno probabile dal punto di vista statistico per l’incredibile sequenza di difficoltà da superare per rendere la procedura «pulita» e per l’enorme sproporzione tra i rischi corsi e l’obbiettivo da raggiungere.

15 settembre 2020 (modifica il 15 settembre 2020 | 10:30)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *