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Resa o guerra totale (e nucleare), così l’ayatollah Putin minaccia l’Occidente – Enzo Reale

Come se la realtà non lo avesse assalito, tra rovesci militari e fughe di cittadini russi verso i Paesi confinanti, Vladimir Putin ha firmato ieri pomeriggio davanti allo stato maggiore della nazione i “trattati di adesione” alla Federazione Russa delle autoproclamate repubbliche del Donbass e delle regioni di Kherson e Zaporizhzhia.

Ha inoltre pronunciato un discorso dai toni infuocati nei confronti dell’Occidente e in particolare dei “Paesi anglosassoni”, che per stile e contenuti ha ricordato più i sermoni degli ayatollah iraniani che la diplomazia di una nazione del contesto eurasiatico: un delirio in cui è entrato un po’ di tutto, dal satanismo, alla perversione dei costumi, al colonialismo, al sabotaggio.

Ha poi offerto all’Ucraina una trattativa alle condizioni di Mosca (“i territori annessi non si toccano”), che altro non è che l’ennesimo tentativo di costringere Kyiv alla resa senza dover vincere la guerra.

La risposta di Zelensky

In tutta risposta il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, al termine della preannunciata riunione del Consiglio nazionale di sicurezza e difesa, ha sottoscritto la presentazione della domanda di adesione alla Nato tramite procedura d’urgenza. Una svolta inattesa che, se avrà seguito, è potenzialmente destinata a cambiare gli equilibri non solo del conflitto in corso ma dell’intero scenario politico internazionale.

Alla dottrina Putin, secondo cui ogni attacco ai territori annessi è automaticamente da considerarsi un attacco alla Russia, potrebbe contrapporsi nel prossimo futuro la dottrina Zelensky-Stoltenberg, secondo cui ogni offensiva contro l’Ucraina potrà essere interpretata come un’aggressione a uno Stato membro o “sotto l’ombrello” della Nato.

Il segretario generale dell’Alleanza, in conferenza stampa, non ha però voluto esprimersi direttamente sull’iniziativa di Kyiv, limitandosi a ribadire l’appoggio alleato alla difesa ucraina e il diritto di ogni democrazia di inoltrare richiesta di adesione.

Una guerra fondata sull’autoinganno

Quello di Putin è stato il primo grande pronunciamento dopo la dichiarazione di mobilitazione e i referendum-farsa nei territori ucraini occupati, mentre il numero di fuoriusciti ha già ampiamente superato quello dei riservisti chiamati a servire la “patria in pericolo”.

Anche se Putin batte i pugni sul tavolo ribadendo e facendo ribadire ai suoi sgherri che sul nucleare “non sta bluffando”, la sua sporca guerra e il suo regime decadente sembrano fondarsi ogni giorno di più su un gigantesco e insostenibile autoinganno.

Quella dei quattro distretti interessati è la più grande incorporazione forzata di territori in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e avviene a dispetto del fatto che vaste aree annesse non si trovino in realtà sotto il controllo russo.

Dal centro sono stati nominati i primi gauleiter – più di trenta – incaricati di normalizzare l’amministrazione delle nuove province (non riconosciute come tali nemmeno da un protettorato di Mosca come la Serbia). L’ultimo referendum degno di tal nome nelle zone orientali dell’Ucraina fu quello che nel 1991 sancì – con l’80 per cento dei consensi – il distacco del Paese dalla morente Unione Sovietica.

Una mobilitazione caotica

I 300 mila rinforzi annunciati dal ministro della difesa Shoigu sono destinati a moltiplicarsi nelle prossime settimane, in mezzo a un processo di reclutamento caotico e spesso arbitrario, che ha costretto perfino le fonti ufficiali ad ammettere “errori”.

I nuovi soldati provengono soprattutto dall’Estremo Oriente e dal Caucaso, dove si sono originate le proteste più violente contro la mobilitazione. Quel che sta avvenendo in Russia dall’inizio della guerra è una vera e propria selezione di carne da cannone su basi etniche e sociali.

Le periferie stanno pagando il conto più salato di una “operazione speciale” trasformatasi ormai in un si salvi chi può difficilmente rimediabile senza ulteriori sacrifici umani, mentre le città principali fungono da scudo protettivo di élites impaurite ma incapaci di ribellarsi apertamente alla volontà del despota del Cremlino.

La grande fuga

Da qui la grande fuga. Biglietti aerei esauriti per le destinazioni che non richiedono il visto d’entrata. Automobili incolonnate per chilometri al confine con la Georgia, invasa nel 2008 ed oggi terra d’accoglienza dei renitenti alla leva, in una nemesi storica senza precedenti.

Migliaia di persone autorizzate ad attraversare a piedi per evitare incidenti, in un esodo che ricorda l’uscita precipitosa da Berlino Est nelle prime ore della costruzione del Muro.

Centomila russi accolti come profughi dal Kazakhstan, in quella che il presidente Tokaev sta gestendo come una vera e propria emergenza umanitaria (“scappano da una situazione desolante, dobbiamo prenderci cura di loro”, ha dichiarato). E, dulcis in fundo, carovane di mezzi in attesa di passare la frontiera con la Mongolia.

Putin in un vicolo cieco

Questo lo stato dell’arte a sette mesi dall’inizio dell’invasione e ventidue anni dopo l’ascesa al potere di Putin. Un regime ormai avvitato su se stesso che, tentando di scaricare sull’Ucraina le tensioni endogene, sta invece portando la guerra al proprio interno e creando le condizioni per un’implosione assolutamente impensabile soltanto un anno fa.

Come già sottolineato in un precedente articolo, Putin non può semplicemente ritirarsi. Infilatosi in un vicolo cieco, intrappolato in un conflitto che ha provocato e che sa di non poter più vincere (i suoi soldati ne erano consapevoli fin dall’inizio, secondo le intercettazioni pubblicate dal New York Times), non ha oggi altra scelta se non quella di alzare continuamente la posta con l’obiettivo di rompere il fronte occidentale pro-Ucraina, frenare la controffensiva militare e consolidare le conquiste territoriali.

Se questo non avverrà, nell’ottica paranoica di un tiranno alle corde, meglio la guerra totale di una sconfitta umiliante e una fine ingloriosa del suo sistema di potere.

Significative, al proposito, le recenti dichiarazioni di Sergey Karaganov, uno degli ideologi della Grande Russia: l’ex consigliere di Vladimir Putin ha sostenuto nel corso di un’intervista che, anche se la Russia non dovesse prevalere sul campo di battaglia, il cambiamento del sistema internazionale che la guerra in Ucraina ha messo in moto rappresenterebbe lo stesso una vittoria per Mosca.

Tagliati i ponti con l’Occidente

L’escalation delle ultime due settimane va quindi interpretata nell’ottica della strategia del caos che il Cremlino sta orchestrando davanti alle insuperabili difficoltà dell’invasione: il referendum-farsa e la sanzione formale delle annessioni, la mobilitazione parziale destinata a diventare generale, la minaccia dell’uso di armamenti nucleari, il più che probabile sabotaggio dei gasdotti.

Secondo Putin, le relazioni con l’Europa e l’Occidente sono ormai così compromesse da poter permettersi di tagliare ogni ponte fino a provocare la resa negoziata e indotta (dagli alleati) dell’Ucraina o un conflitto generalizzato.

La soluzione, ma improbabile

Il degrado del putinismo è ormai irreversibile, inutile perdersi in prospettive illusorie di compromesso con l’aggressore. Per quanto si tratti al momento di uno scenario improbabile, la soluzione di questa crisi devastante per gli equilibri del continente europeo risiede in una ribellione delle élites russe che conduca alla decapitazione del regime.

Solo mettendo Putin in condizione di non nuocere – con l’arresto o l’eliminazione fisica – si potrà sperare di garantire la sopravvivenza dell’ordine internazionale e salvare quel che resta della Russia. Ne sembra perfettamente consapevole lo stesso Zelensky che ieri ha dichiarato di essere pronto a sedersi al tavolo delle trattative, a patto che Putin non sia più presidente.

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