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Regionalismo, Calderoli e De Luca più simili di ciò che si pensa – Il Riformista

Osservatorio napoletano

Rosario Patalano — 22 Novembre 2022

Regionalismo, Calderoli e De Luca più simili di ciò che si pensa

Con la formazione del nuovo governo, il dibattito sull’autonomia differenziata, in attuazione del terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, ha ricevuto una drastica accelerazione, impressa dal neoministro Calderoli. Secondo la bozza in discussione, presentata dal ministro, l’autonomia può essere avviata, “fino alla determinazione dei livelli essenziali nelle materie”, sulla base “del criterio della spesa storica sostenuta dalle amministrazioni statali nella Regione per l’erogazione dei servizi pubblici corrispondenti alle funzioni trasferite”. In pratica, Calderoli, propone la soluzione più drastica e immediata, suscitando come è ovvio la reazione avversa delle Regioni meridionali, Campania e Puglia in primo luogo.

Si avvia, così, una nuova fase della lunga e complessa vicenda della trasformazione in senso federale (o quasi) dello Stato italiano. Una scelta politica che in questi ultimi venti anni è stata largamente condivisa sia a destra che a sinistra dello schieramento politico. Non dimentichiamo che il processo prende avvio dalla legge costituzionale 3 del 2001, voluta dal Centro Sinistra, che modifica il Titolo V stabilendo che le regioni con i bilanci in ordine possano richiedere l’attribuzione di maggiori competenze rispetto a quelle normalmente previste per le Regioni a statuto ordinario. E un altro impulso decisivo, dopo anni di stallo, è stato dato dal governo Gentiloni, nel febbraio 2018, con la sottoscrizione di accordi preliminari con tre regioni (Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, le prime due rafforzate da consultazioni referendarie) per l’individuazione delle materie oggetto della devoluzione nell’ambito delle politiche del lavoro, istruzione, salute, tutela dell’ambiente e dell’ecosistema.

A questo processo si aggiunse anche la Regione Campania, che, nel luglio 2019, approvò una bozza di accordo preliminare da sottoporre al governo, con “la piena determinazione – così si legge nel documento – ad accettare la sfida di competitività derivante dall’attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, nell’ottica di una più efficace ed efficiente erogazione di servizi pubblici ai cittadini campani e cogliendo le opportunità, in tal senso, offerte dal ricorso ai principi e ai criteri – scientificamente validati e sostenuti – dei fabbisogni e dei costi standard”. Su questa base la Regione Campania chiedeva l’attribuzione di materie come valutazione di impatto ambientale, autorizzazioni paesaggistiche, istruzione e formazione professionale, autonomia piena in materia sanitaria, pagamento dei contributi comunitari destinati alle imprese agricole, rete regionale dei musei e dei beni culturali. Di fatto, la principale regione del Mezzogiorno accettava la sfida dell’autonomia, anche senza la definizione preliminare dei livelli essenziali delle prestazioni e dei relativi fabbisogni e costi standard, che tuttavia dovevano essere varati entro e non oltre il primo anno. Una visione molto simile a quella della bozza Calderoli, anche se più precisa e stringente rispetto ai tempi (non si capisce perché oggi il presidente De Luca si oppone).

Si può dire per questa complessa vicenda dell’autonomia regionale che “ubi Erasmus innuit, ibi Lutherus irruit”, nel senso che la posizione ideologica della destra è stata superata dalle scelte istituzionali compiute dalla sinistra nel suo tentativo di guadagnare consensi nell’elettorato del Nord o rivendicare, come nel caso della Campania, un orgoglio campanilistico che non ha alcuna solida base reale nella sua debole struttura produttiva (la regione Campania, ricordiamolo, è al penultimo posto in Europa per tasso di occupazione, seguita dalla Sicilia). Se questi sono i fatti, l’unità nazionale, incarnata dallo Stato nazionale, è stata già infranta, nell’opinione pubblica (lo dimostra il successo dei referendum indetti da Lombardia e Veneto, o le rivendicazioni autonomistiche campane) ed il movimento regionalistico è accelerato dal processo di integrazione europeo. Chi può negare che oggi il Centro-Nord ormai è inserito nel nucleo più sviluppato dell’economia europea e che il destino delle regioni meridionali è oggi più legato alla Grecia e alla Spagna di quanto non lo sia alla Lombardia e al Veneto. Nel contesto europeo prevalgono gli interessi regionali e non quelli nazionali.

L’Unione Europea crea un contesto che riproduce l’assetto del Sacro Romano Impero, in cui all’autorità imperiale sovranazionale corrispondevano piccole sovranità su base regionale e non c’era spazio per la formazione di entità statali nazionali. Più si rafforzerà il processo di integrazione, più sarà ridotta e inutile la funzione dello Stato nazionale. In questo contesto, il sovranismo assume il ruolo di una battaglia ideologica di retroguardia, di un disperato tentativo di fermare un processo irreversibile, come la frammentazione regionale, la cui ineluttabilità è dettata dagli interessi economici. Questo governo si muove su questa contraddizione, che prima o poi gli sarà fatale. Se esiste spazio per un nuovo meridionalismo, il terreno su cui confrontarsi sarà il contesto europeo e non il declinante Stato nazionale.

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