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Reddito di cittadinanza ed evasione: “Il governo punisce chi prende 400 euro e non vede i professionisti che dichiarano poco” – Il Riformista

I poveri? Prima di tutto occorre conoscerli, sapere cosa è la povertà, studiarla, fare indagini e ricerche. Il reddito di cittadinanza? È un provvedimento perfezionabile ma necessario, perché toglierlo? Perché dire ai poveri che sono tali per loro colpa e scatenare risentimento verso chi percepisce 400 euro al mese mentre i grandi evasori non vengono toccati? Con Luigino Bruni, economista, docente alla Lumsa di Roma, autore di diversi studi, firma di Avvenire, cerchiamo di andare a fondo sulle tematiche economiche italiane di queste settimane.

Dove nasce l’idea che essere poveri è una colpa?

È un’idea antica, è presente nella Bibbia, basti pensare al Libro di Giobbe: diventare poveri è una colpa. Essere malati è il simbolo di un castigo di Dio. Il cristianesimo ci ha messo molto tempo per liberarsi dall’idea che una persona è povera perché ha fatto qualcosa di male, se non lui i suoi parenti. È nell’Ottocento e nel Novecento, nel mondo cattolico, a farsi strada l’idea, con la democrazia, che forse si tratta di sfortuna ma certo non di colpa. Oggi è tornata in auge nel mondo del business, nel mondo anglosassone, legandosi alla tematica della meritocrazia. Ma dobbiamo notare che in Europa, dopo il secondo dopoguerra, abbiamo inventato il welfare, ma negli ultimi 20 o 30 anni stiamo tornando indietro, ripiombando in un mondo più primitivo. Certo, c’è e ci sarà sempre qualche fannullone, ma la minoranza non è la regola.

Mi pare di capire che la tanto sbandierata meritocrazia non sia esattamente la soluzione. È così?

La meritocrazia negli ultimi decenni è stata vista come una forma alta di giustizia, da contrapporre come la soluzione che cerchiamo di fronte a clientelismo e raccomandazione. Banalizzando così, è facile ottenere del consenso, chi non sarebbe d’accordo? Ma ci sono diversi aspetti da considerare, come faccio vedere nel mio recente libro La civiltà della cicogna (Sanpino Editore). Legittimiamo le disuguaglianze chiamandole meritocrazia, attraverso il dogma che il talento equivalga al merito, piuttosto che al caso o alla fortuna. Remuneriamo chi ha talento, chi ha una condizione sociale di partenza che lo ha aiutato. E la condizione sociale di partenza non c’entra niente con il merito. Prendiamo in considerazione la scuola: dovrebbe ridurre il divario culturale, non aumentarlo. Se anche la scuola deve venire immaginata come il luogo di raccolta dei meritevoli, distinti dalle altre classi, si distrugge l’idea di ridurre il divario sociale attraverso l’istruzione. E dove mettiamo i ‘non meritevoli’? Non sono questioni da poco, è in gioco la democrazia, che in questi decenni ha avuto un ruolo fondamentale nel far crescere in positivo tutta la società.

Dunque perché eliminare uno strumento che comunque funziona abbastanza come è il reddito di cittadinanza?

Proprio perché c’è un legame profondo tra l’idea di merito e la proposta di eliminare o ridurre il reddito di cittadinanza. Chi non se lo merita, non deve averlo. Ai poveri che potrebbero lavorare, non glielo riconosco, perché sono fannulloni. Però, pensiamoci un momento: avere la possibilità di lavorare e non farlo, è una questione molto complessa. I politici sono lontani dalla realtà dei poveri e teorizzano in una maniera incompetente. È necessario conoscere i veri poveri. Voglio dire che se a 40 anni, ad esempio, una persona non lavora, accade per ragioni profonde, da esaminare. Il non lavorare è già povertà, preferire stare sul divano piuttosto che lavorare, significa avere un disagio profondo. Implica provenire da un ambiente degradato, da un ambiente dove non ci sono possibilità, da situazioni di partenza magari aggravate dalla presenza di dipendenze o delle difficoltà cognitive e si tratta di persone che vanno aiutate, non fatte ricadere nel circuito del malaffare o come manodopera della criminalità. La povertà è mancanza di capitali: educativi, sociali, culturali, psicologici, emotivi, affettivi, scolastici, e per rimettere le persone in carreggiata servono degli anni. E intanto che facciamo? Devono morire di fame? Ecco l’ideologia. I poveri sono tutti furbetti? Direi di no, direi che non vanno umiliati ancora di più.

Cosa suggerisce, in concreto?

Il reddito di cittadinanza è qualcosa, tutta l’Europa ha delle forme di sostegno e sussidio e sono pochissimi i paesi che ne sono privi. Dunque non va tolto. Certo va monitorata l’applicazione, ma non bisogna toglierlo. Oppure – come si dice – bisogna toglierlo a chi non accetta un primo lavoro? Penso sia necessario cambiare strada, perché altrimenti come si gestirebbe il disagio sociale? E poi è assolutamente necessario avvicinare le istituzioni alla povertà. Sul reddito di cittadinanza, in Italia, mancano studi veri, e da quanto mi risulta c’è stato solo un tentativo di analisi da parte dell’Inps, non portato a termine. Si parla di povertà senza conoscerla, si parla dei ‘furbetti’ senza conoscerli. E poi, scusi, ma chiudiamo gli occhi sull’evasione fiscale dei ricchi e ci concentriamo su chi percepisce 400 euro al mese? I professionisti dichiarano in media 15mila euro di reddito – una cifra lontana dal vero – e parliamo di chi ha 400 euro? È necessario non manipolare i dati, studiare la realtà, evitare di fare dei danni sociali e mantenere il reddito. In questo modo contrastiamo le categorie ideologiche astratte di quanti parlano di poveri senza averli mai visti. Le persone non sono dei pacchi tutti uguali. Una persona di 60 anni magari è perfettamente occupabile mentre una di 40 ha situazioni, patologie, problematiche che la rendono inadatta ad un impegno lavorativo. Però il primo ha l’età per essere non occupabile e il secondo è occupabile. Così si procede in astratto, per algoritmi elaborati in laboratorio e non si vedono le persone reali, concrete e le loro situazioni.

E l’idea del Ministro dell’Istruzione: togliere il reddito di cittadinanza a chi non ha completato gli studi?

È una visione punitiva. Un giovane che non termina il percorso scolastico è vittima di un mondo sbagliato. Allora invece di aiutarlo, lo puniamo di più. Mi ricorda quegli slogan del tipo ‘punirne uno per educarne cento’, di un mondo che non vorrei vedere. Oppure, dare voce all’idea ‘li facciamo lavorare così imparano’. Ma il lavoro non è punizione. Per questa propaganda rischiamo di mangiarci decenni di conquiste sociali e del lavoro, perché le persone vanno aiutate, in maniera autentica, non vanno ulteriormente umiliate o punite.

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Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).

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