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Razzismo, l’Nba torna in campo (ma altre tre partite vengono rinviate)

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NEW YORK — I campioni del basket americano tornano in campo venerdì dopo la protesta per un altro nero disarmato vittima della polizia a Kenosha, in Wisconsin, che ha bloccato per due giorni i playoff del campionato Nba. Un gesto senza precedenti che ha fatto infuriare la Casa Bianca: prima il genero del presidente, Jared Kushner, per il quale i cestisti sono fortunati a potersi permettere il lusso di non lavorare senza soffrirne sul piano finanziario. Poi il capo di gabinetto del vicepresidente, Mike Pence, che ha definito la protesta assurda e sciocca, chiedendo perché la Nba, popolare anche in Cina, non protesti per le violazioni dei diritti umani in quel Paese. Infine lo stesso Donald Trump che ha accusato la Nba di fare politica: «Hanno ascolti in calo perché la gente si è stufata di loro».

Come al solito il presidente mette in dubbio la popolarità di chi vuole attaccare. Ma i giocatori agiscono anche perché consapevoli della loro enorme popolarità. Mercoledì hanno discusso per ore e di nuovo ieri mattina: si sono divisi, hanno litigato, hanno ricomposto i contrasti, ma quello che sta avvenendo nella «bolla» di Orlando è comunque destinato a cambiare la percezione e il ruolo dello sport in America in modi ancora non del tutto prevedibili. In passato, a parte i casi isolati di Mohamed Alì, che pago il suo impegno politico con un lungo isolamento, e quello dei velocisti neri che salirono col pugno chiuso sul podio olimpico di Città del Messico nel 1968, gli incroci tra sport e impegno contro il razzismo, sono stati limitati. I campioni neri del basket Nba scesero in campo anche il 5 aprile 1968, il giorno dopo l’assassinio di Martin Luther King.

Altri tempi. Oggi l’Nba e altri campionati americani sono diventati non solo un business enorme, ma anche una piattaforma planetaria coi giocatori trasformati in celebrity dalle reti sociali che garantiscono loro una notevole influenza anche politica su milioni di follower, soprattutto giovani. LeBron James e le altre stelle del basket avevano già fatto sentire la loro voce a sostegno di Black Lives Matter in primavera, dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis. Ma la decisione della lega professionistica di riprendere il campionato, dopo la lunga interruzione per la pandemia, proteggendo gli atleti all’interno di una «bolla» impenetrabile agli estranei e, in teoria, anche al coronavirus, svolgendo tutti gli incontri di fine stagione nello stesso luogo, ha creato le condizioni per un salto di qualità nell’impegno politico e sociale degli atleti.

Senza la distrazione delle famiglie, tutti insieme nei resort di Bay Lake a Orlando, in Florida, gli atleti — in gran parte afroamericani — si sono trovati sempre più spesso a discutere sul loro ruolo nello sport e nella società. Che si sarebbero create tensioni è stato evidente fin da quando i Toronto Raptors sono arrivati, attraversando quartieri di ville che esibiscono slogan pro-Trump su due pullman con le fiancate inneggianti a Black Lives Matter: un’organizzazione che, secondo il presidente, semina odio. Potendo confrontarsi senza mediazioni, i giocatori hanno discusso e hanno lanciato varie iniziative. All’inizio LeBron James dei Lakers, Marcus Smart del Boston Celtics e Paul George dei Los Angeles Clippers hanno parlato ripetutamente per tenere viva la memoria di Breonna Taylor, uccisa dalla polizia nel suo letto, a casa sua.

Poi un gruppo di giocatori di tre team, Toronto Raptors, Indiana Pacers e Portland Trail Blazers ha cominciato a discutere di riforma della pubblica istruzione e si è impegnato in un progetto per diffondere tra i fan la consapevolezza dell’importanza del voto. A una delle loro riunioni ha partecipato anche Michelle Obama. Campagne alle quali stanno aderendo allenatori e dirigenti, anche bianchi: Gregg Popovich, coach dei San Antonio Spurs, da giorni va in giro con una maglia sulla quale è scritto: «Vota, la tua vita dipende da questo». I Lakers e i Clippers volevano arrivare addirittura a una conclusione anticipata del campionato. Una mossa radicale che non è passata. Ma non per questo la protesta è meno clamorosa: scendere in campo aiuta i campioni a far sentire la loro voce.

27 agosto 2020 (modifica il 27 agosto 2020 | 22:11)

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