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Quando Rossana Rossanda disse: “Berlinguer un grande che sbagliò tutto”

In occasione del centenario, ripubblichiamo una lunga intervista rilasciata diversi anni fa da Rossana Rossanda, nella quale si ripercorre la storia del Pci e del manifesto e si esprime un giudizio molto critico nei confronti dell’ex segretario comunista.

Rossana Rossanda ha conosciuto Berlinguer personalmente. Abbastanza bene. Negli anni Sessanta, prima della radiazione del suo gruppo dal partito. E poi, da leader del manifesto, ha battagliato con Berlinguer per tanti anni, finché Berlinguer è morto. Non è mai stata tenera con il segretario del Pci e anche oggi la sua analisi è molto critica, è severa. Rossana Rossanda è stata parlamentare del Pci tra il ‘63 e il ‘68. Una sola legislatura. La federazione di Milano gli propose di fare anche la seconda, sebbene a quel punto il suo dissenso col partito fosse già piuttosto netto. Lei però disse di no. Nel mondo stavano succe­dendo tante cose interessanti, di cui voleva occuparsi: la legislatura finì proprio durante il maggio francese.

Hai nostalgia di quel periodo? E forse anche un po’ di nostalgia del Pci?
Il Pci a quel tempo era una gigantesca macchina che pro­duceva cultura, conoscenza. Quello che non ho mai perdona­to al Pci degli anni successivi, e poi al Pds e ai Ds, è di avere fracassato questo colossale ufficio studi.

Quando hai conosciuto Berlinguer?
Nei primi anni Sessanta. Ricordo un episodio curioso, a questo proposito. Doveva essere il ‘64 o il ‘65, poco dopo la morte di Togliatti. Longo era segretario di transizione. Una volta incontrai Amendola in ascensore e lui mi chiese: “Allo­ra, chi sarà il prossimo segretario del Pci?” Io risposi a lume di logica: “Non so, bisogna vedere se nel partito prevale la destra o la sinistra; il prossimo segretario sarai tu o sarà Pietro Ingrao … “. Lui scosse la tesa e mi disse di no. Disse che lui o Ingrao avrebbero diviso il partito e questo non si poteva fare. E poi disse: “stringiamoci tutti attorno ad Enrico, capito?”… Io non avevo proprio capito. Gli chiesi: “Chi è Enrico?” Non mi veniva neanche in mente Berlinguer, non è che Berlinguer nel ‘64-’65 fosse una figura di spicco. Lui mi disse chi era Enrico e che sarebbe stato lui il successore.

Quindi la candidatura fu decisa molto prima del ‘69, quando emerse in alternativa a Napolitano?
Sì, credo che sia stata una candidatura costruita dal partito a tavolino. Con molto anticipo e molto lavoro. Mi ricordo un’altra cosa. Nel Pci non si personalizzava. Per esempio non sono mai state usate le fotografie dei dirigenti nei manifesti: nome cognome e basta. Si fece un’eccezione solo per Togliat­ti, un paio d’anni prima che morisse, quando andò per la prima volta in Tv. Per il resto niente. I volti erano proibiti. Per Berlinguer fu diverso: la sua faccia fu usata moltissimo nella propaganda del Pci. Fece parte della strategia mediatica del Pci. Forse anche perché era bello, perché aveva questo volto scavato, sofferto, intelligente, piuttosto carismatico…

Tu, in quegli anni, lo conoscevi appena?
Sì, anche perché lui, lo sai, è sempre stato un tipo molto riser­vato. Io quando stavo a Botteghe Oscure stavo alla commissio­ne culturale. Avevamo le stanze al quinto piano. Mi ricordo che con me c’era Sandro Curzi, c’era Chiarante, c’era Ledda, c’era Romagnoli. Sai chi era Romagnoli? È morto giovanissimo, era bravo, intelligente, era una delle grandi promesse della Cgil. Noi eravamo un gruppo di giovani, un po’ agitati, e tra noi c’era un bel clima. Man mano che scendevi di piano trovavi i leader più importanti, fino ad arrivare al secondo piano, il piano nobi­le, dove c’erano i grandi. Togliatti, Amendola, Ingrao, Pajetta. Su da noi però salivano quasi solo Pajetta e Amendola. Pajetta perché era un tipo che voleva essere ovunque. Amendola per­ché era un organizzatore occhiuto, voleva controllare. Amen­dola era liberale in economia, ma in politica non molto. In poli­tica era rigido e aveva un’idea molto rigida del partito. In quel periodo conobbi Berlinguer, che era stato assegnato all’orga­nizzazione. Però non lo vedevo quasi mai. Lui certo non era il tipo da venirci a trovare al quinto piano, come Amendola e Pajetta. Era un uomo di partito. Proprio partito-partito. Mi ricor­do che una delle prime volte che ebbi a che fare con lui fu a metà degli anni Sessanta in un’occasione un po’ particolare. Mi ero accorta di stare male, dovevo operarmi e sembrava anche che fosse una cosa piuttosto grave. Allora andai da lui per dirgli della malattia e per avvertirlo che per un po’ di tempo sarei spa­rita dalla circolazione. Lui si rabbuiò. Mi disse: “Che disdetta, proprio adesso che c’è la campagna elettorale… “. Non so che campagna elettorale fosse, non importantissima, una tornata di amministrative, credo: so però che io ci rimasi male. Mi sarei aspettato che mi avesse chiesto della malattia, avesse dimostra­to dispiacere per la mia situazione, un po’ di preoccupazione, invece lui parlò solo di campagna elettorale. Il partito, il parti­to. Da allora non ebbi più molti contatti, finché lui non diventò vicesegretario del Pci.

Cioè al XII congresso, quello del ‘69. Che fu un congresso di scontro tra voi del futuro manifesto e il partito. Giusto? Voi avevate presentato una mozione congressuale contrapposta a quella della maggioranza.
Sì, fu un congresso di scontro politico. Berlinguer in quel­l’occasione fu garante che noi avremmo avuto diritto pieno di parola. Di tutto il nostro gruppo solo io ero riuscita a farmi eleggere delegata al congresso. Però Pintor e Natoli erano membri uscenti del comitato centrale e quindi potevano anche loro intervenire. Naturalmente ai congressi non è che poi pos­sono parlare davvero. tutti gli aventi diritto. Si dividono gli interventi, su basi territoriali, o di incarico, o di competenza eccetera. Berlinguer ci garantì che avremmo parlato tutti e tre. E in tre giorni diversi. Ottenemmo una posizione non eccel­lente per i nostri interventi: i secondi a parlare per tre mattina­te successive. Come sai, i primi interventi della mattina non sono i più ascoltati, in genere. Le sale sono ancora vuote e disattente. Però ci fu questa forma di cortesia: non il primo inter­vento, cioè il peggiore possibile, ma il secondo. Comunque quando parlammo Luigi, Aldo ed io, la sala non era affatto vuota, non mancavano i giornalisti e avemmo anche molto suc­cesso. Prendemmo grandissimi applausi. Io parlai di politica estera, Natoli di politica interna e Pintor del partito. Ci diedero 20 minuti di tempo per i nostri discorsi. Io iniziai così il mio intervento: “Mentre noi discutiamo a questo congresso, le truppe di un paese socialista stanno occupando un altro paese socialista…”. L’invasione della Cecoslovacchia era avvenuta da pochi mesi. Non fu accolto bene questo mio inizio di dis­corso. Seduto alla presidenza c’era Ponomariov, che rappre­sentava il Pcus, e.che io conoscevo anche molto bene, perché spesso, quando era a Milano, veniva a cena a casa mia. Quan­do io dissi quelle parole, Ponomariov si alzò e uscì dalla sala. Indignato. Poi, uno dopo l’altro, si alzarono tutti i delegati dei vari paesi socialisti e uscirono anche loro. Restò al suo posto, immobile, solo il rappresentante del Vietnam del nord. E questo fatto a noi piacque molto. Ne discutemmo nei giorni successi­vi, ci sembrò un segno importante. Il Vietnam era il Vietnam.

Il vietnamita non uscì per simpatia verso di voi?
Purtroppo, scoprimmo dopo, non uscì per una ragione diversa: in quel momento non aveva l’interprete e quindi non aveva capito cosa avevo detto…

Il congresso si concluse con la elezione di Berlinguer alla vicesegreteria, e cioè con la sua designazione a erede di Togliatti e di Longo…
Sì, Berlinguer tenne un discorso di insediamento molto aperto. Aperto soprattutto nei nostri confronti. Fece ragiona­menti di sinistra, importanti. Io allora compii un gesto che penso sia stato sbagliato. Quando si trattò di illustrare la nostra mozione, la illustrai ma dissi che non la mettevamo ai voti per­ché avevamo trovato interessante il discorso di Berlinguer.

Perché dici che fa una scelta sbagliata?
Perché noi avevamo creduto che quel discorso di Berlin­guer fosse la vera ricerca di una ricomposizione con noi. Che sarebbe finita l’emarginazione, che ci avrebbero proposto di tornare a lavorare, con le nostre idee, dentro al partito. Inve­ce passarono i mesi e noi fummo lasciati ai margini. Non arri­vò nessuna proposta. Noi eravamo tutti “bestie di partito”, volevamo lavorare nel partito, non ci fregava niente del Par­lamento o cose simili. In tutto quel periodo non ci chiamaro­no. Mi ricordo solo una volta che mi chiamò Pajetta e mi chiese un articolo per l’Unità. Avevano arrestato due dissi­denti sovietici che si chiamavano Danijel e Sinijavski. Mi disse di scrivere su di loro. Poi quando gli portai l’articolo mi disse che non andava bene e che non lo pubblicava. Pajetta era così. Togliatti era diverso. Quando dirigevo la commis­sione culturale del Pci, una volta Togliatti mi chiese di scri­vere un pezzo per Rinascita di polemica con un discorso di Krusciov sugli intellettuali. Io scrissi un articolo che iniziava così: “Non siamo d’accordo con Krusciov … “. Glielo mandai. Il giorno dopo, mentre era riunita la segreteria, Togliatti mi mandò a chiamare e mi fece consegnare un bigliettino scritto con il suo famoso inchiostro verde. Diceva. “L’articolo va bene ma non va bene come inizia. Devi iniziare: siamo d’ ac­cordo con il compagno Krusciov … e poi mettere tutte le cri­tiche”. Io gli risposi con un altro biglietto. “No, io non sono d’accordo e quindi non posso iniziare scrivendo: sono d’ac­cordo”. Allora lui mi mandò un altro biglietto proponendomi di iniziare con le parole. “siamo perplessi… “ Io gli risposi: “no, non sono affatto perplessa, dissento e basta… “ Allora lui mi mandò un altro biglietto ancora, un po’ ironico e un po’ brusco. “Scusa, ma chi è il segretario del partito: tu o io?” Poi proseguimmo la trattativa per ore a suon di bigliettini finché non trovammo un compromesso, come si faceva sempre nel Pci. Pajetta invece non trattò: non pubblicò l’articolo e basta.

Siamo arrivati alla primavera del ‘69. E voi decideste di fare la rivista, cioè il manifesto.
Decidemmo il primo aprile. Delegarono a me il compito di informare il partito. Allora io andai da Enrico Berlinguer. Gli dissi: “Non vengo a chiederti un consiglio, vengo a informarti che noi facciamo una rivista. Non ti chiedo un consiglio per il semplice motivo che so che tu mi consiglieresti di non farla.” Lui mi disse: “Sì, ti consiglio di non farla… “. Io gli spiegai che la decisione era irrevocabile e gli chiesi se ci sarebbero state sanzioni amministrative. Lui mi disse: no. Lui escluse sanzio­ni. Ne parlai con Ingrao, e Ingrao fu molto scettico. Mi disse: “Berlinguer non potrà mantenere questa promessa, le sanzioni ci saranno perché la pressione nel partito sarà fortissima”. Quando in maggio il primo numero della rivista era pronto, portai a Berlinguer le bozze. Lui le lesse e il giorno dopo mi chiamò. Era molto allarmato. Mi disse: “altro che rivista di ricerca, questa è una rivista politica, di lotta politica… “. Berlin­guer, aveva ragione. Poi mi disse: “Io sto partendo per Mosca dove devo fare un discorso importante e impegnativo alla con­ ferenza dei partiti comunisti. Possiamo evitare che io sia assa­lito dai sovietici per via della vostra rivista?” Gli dissi di sì, che avremmo rinviato di qualche giorno l’uscita della rivista.

Il manifesto uscì in giugno.
E appena uscì il manifesto, si riunì la quinta commissione del comitato centrale. Non mi ricordo bene cosa fosse questa quinta commissione, era qualcosa che aveva a che fare con la disciplina. Credo che in quella riunione i toni furono alti, si gridò molto contro di noi. Allora Berlinguer mi chiamò di nuovo e mi disse. “Siete sicuri di volere andare avanti? Per il partito è un grosso problema … “. Io gli dissi che saremo anda­ti avanti e lui mi comunicò che ci sarebbe stato un comitato centrale sul manifesto. Si tenne la riunione del comitato cen­trale e lì fu espresso un giudizio molto negativo sul manife­sto, ma i toni furono civili. Io conoscevo come si faceva lotta politica in altri partiti comunisti, e vidi che nel Pci si era molto più educati. Non ci dissero che eravamo traditori, spie e quelle altre cose lì che si usavano a quell’epoca. Diedero un giudizio politico pesantissimo su di noi, ma un giudizio politico. Ci dissero che eravamo un gruppo di sinistra e una frazione. E la parola frazione era una parola nefasta nel Pci, Comunque il comitato centrale si concluse con la condanna politica e con la richiesta a noi di riflettere. Nessuna minac­cia di cacciata dal partito o altro. Nei mesi successivi ho avuto molti incontri con Berlin­guer. In luglio e in agosto. Lui continuava a ripetermi che quello che noi stavamo facendo metteva in difficoltà il par­tito, e che bisognava trovare una soluzione. Mi diceva: “Non so se sono giuste o sbagliate le cose che andate dicendo, non è questo il punto. Può anche darsi che alcune delle idee che voi sostenete debbano essere messe in circolazione nel par­tito, e che si debba discuterle. Però non in questo modo. È molto rischioso. Per esempio può succedere che così come voi avete fatto una rivista, anche qualche altro gruppo decida di fare una rivista, magari di segno opposto, e allora il danno sarebbe molto grave”. Non so bene a cosa pensas­se, e a chi pensasse, ma credo che lui temesse un dissenso organizzato e finanziato dai sovietici. E pensava che un dis­senso organizzato di questo tipo sarebbe stato letale per il Pci. Voleva trovare una via d’uscita. Mi fece varie proposte che io respinsi.

Quali furono queste proposte?
Mi propose di assumere la condirezione dell’Istituto Gramsci, e di affidare al Gramsci il compito di discutere i temi che noi ponevamo. Poi mi propose di allargare la dire­zione del manifesto ad altri compagni che non facessero parte del nostro gruppo, mi pare di ricordare che fece il nome di Trentin e di qualcun altro…

Voi non prendeste in considerazione queste proposte?
Noi rispondemmo di no. E in settembre uscimmo col secondo numero della rivista, il più famoso, quello che aveva in copertina il titolo: “Praga è sola”. Allora si riunl di nuovo la quinta commissione. Berlinguer mi chiamò di nuovo, mi disse che la situazione stava precipitando, che i sovietici non accet­tavano, eccetera. Bufalini poi disse a Natoli che loro fino a quel momento erano riusciti a tenere buoni i sovietici, pro­mettendo che il dissenso sarebbe rientrato. Che era un maldi­pancia passeggero. Dopo il numero con “Praga è sola” i sovie­tici si arrabbiarono moltissimo e chiesero un taglio netto. Si tenne una seconda riunione del Comitato centrale che avanzò alle federazioni la proposta di discutere e condannare i nostri errori. Nelle federazioni ci fu una grande discussione, ma non ci furono grandi condanne. Alla fine Berlinguer mi chiamò di nuovo e mi disse che gli spazi ormai erano troppo stretti: biso­gnava chiudere. Disse che a novembre ci sarebbe stata una riunione del Comitato centrale nella quale ci sarebbe stata la proposta di radiazione se noi non avessimo fatto un passo indietro. Gli dissi che noi non facevamo passi indietro. Il Comitato Centrale si riunì il quattro novembre. Prima della riunione Berlinguer mi disse che uno di noi avrebbe avuto diritto di parola senza limiti di tempo, e che poi, alla fine della discussione, prima delle conclusioni, avremmo avuto anche un diritto di replica senza limiti di tempo. Berlinguer era attentissimo a queste cose. Era civilissimo e correttissimo. Io par­lai mezz’ora. Poi prima del voto ci fu una interruzione dei lavori. Quando rientrai nella sala del comitato centrale per il voto, vidi che c’era una barriera di fotografi. Mi colpì molto quella barriera, quei flash. Capii che eravamo fuori, definiti­vamente fuori: fu un momento di grande tristezza, di dolore. Fu l’unico momento di vero dolore.

Non hai più visto Berlinguer?
No, non credo. Fino agli anni 80 non l’ho più visto. O forse l’ho incontrato per caso qualche volta in aeroporto. Di Berlinguer ho questo ricordo. Un uomo molto corretto, senza mai prepotenza, senza impulsi ad offendere, a ferire. Longo con noi fu più duro. Usò la frase che aveva usato Togliatti con i dissidenti filo-jugoslavi (Cucchi e Magnani) e cioè disse “i pidocchi nella criniera di un cavallo di razza”. Berlinguer mai. E non ci disse mai neppure: “Piantatela, siete dei pazzi che state sbagliando tutto”. Non espresse mai disprezzo per le nostre idee. Fu il più aperto, forse. I vecchi erano veleno­si. Anche Terracini e Secchia, che erano considerati di sini­stra e che erano stati emarginati dal gruppo dirigente, però con noi furono spietati. Mi ricordo che nei primi tempi dopo la radiazione, l’Unità ci mosse qualche attacco feroce. Quel­li del tipo “chi li paga? …” e cose simili. Poi questi attacchi cessarono all’improvviso e non ci sono più stati. Io sono con­vinta che cessarono perché era intervenuto Berlinguer. Più tardi però ho avuto l’impressione che con il passare degli anni Berlinguer avesse chiuso con il suo atteggiamento di disponibilità e di apertura. Non solo verso di noi, ma in generale verso i movimenti. Berlinguer aveva avuto un atteg­giamento di dialogo e di apertura al dubbio di fronte ai gran­di sconvolgimenti del ‘68 e del ‘69. Da un certo momento in poi questo atteggiamento sparisce. Credo che fu il suo errore. L’errore che ha pagato nel ‘79, quando fallì la politica di solidarietà nazionale e lui si trovò che aveva tagliato i ponti alle spalle e non c’erano vie solide d’uscita.

Parliamo di Berlinguer del ‘77. Quello con il quale tu più hai battagliato.
Faccio tre critiche. La prima cosa che non mi piacque fu quando lui esercitò una pressione su Lama, a metà degli anni 70, per ridurre la libertà di dialettica sindacale. In quel momento la Cgil stava svolgendo un ruolo molto di sinistra in Italia, era ancora condizionata dalla spinta formidabile del ‘68-’ 69 e anche della stagione successiva, con la battaglia contrattuale del ‘72, la nascita dei consigli eccetera. A quel punto si creò una tensione tra sindacato e partito. Berlinguer operò per contenere questa spinta del sindacato. Non so se fu una idea sua o di altri, non so se intervenne autonomamente o spinto da Amendola e dalla destra del Pci. Seconda critica. Quando nel ‘74 ci fu la crisi dell’ energia, Berlinguer intervenne al comitato centrale e parlò della “produzione come bene in se”. Cioè assunse una posizione che andava oltre l’interclassismo tradizionale. Fu una rottu­ra ideale. La terza critica è la più importante: il compromesso storico. Io considero quei suoi articoli del ‘73, quelli nei quali lanciò la parola d’ordine del compromesso storico, un errore gravissimo. Per il loro contenuto e per il momento in cui vennero pubblica­ti. E cioè mentre in Italia era ancora fortissima la spinta del ’68.

Spiegami bene perché il compromesso storico secondo te è stato un errore.
Era un progetto politico abbastanza alto. Partiva da un giu­dizio negativo, giusto, sulla modernizzazione capitalistica, e cioè su un progetto e una cultura che trasformavano il mercato e la merce in valori, anzi nei valori principali. Berlinguer pensò che bisognasse ostacolare questa tendenza, e che la cul­tura cattolica e quella comunista erano diverse, avevano altri valori e potevano impedire quel tipo di modernizzazione. Lui credeva molto a questo. Forse anche perché era stato influen­zato da Franco Rodano che lavorava da tempo a un’idea di que­sto genere e all’incontro tra comunisti e cattolici. Poi c’era anche Bufalini che spingeva in quella direzione. Bufalini era una persona per bene, anche se con noi fu sempre molto aspro. Del resto tutti i dirigenti del Pci che io ho conosciuto, al di là della loro posizioni politiche, mi sono sempre sembrati perso­ne per bene. E poi allora c’era uno stile, anche nelle polemiche; più garbato rispetto ad oggi. Oggi se vuoi criticare qualcuno il minimo che puoi fare è dire che è un assassino figlio di spie …

Queste però non sono ancora critiche al compromesso storico …
L’errore fu un enorme errore di valutazione. Soprattutto dopo il Cile, Berlinguer si era convinto che in Europa cre­scesse un pericolo autoritario, che se la sinistra avanzava e rendeva più forti le sue posizioni questo aggravava il perico­lo, e che l’emergenza nazionale fosse quella di scongiurare questo pericolo. E così preparò la proposta di compromesso storico senza avere la garanzia di un comportamento adegua­to della Dc. Non c’era in quel momento nessuna decisione da parte di Moro di procedere seriamente in quella direzione. Vedi, io ho un’opinione su Moro diversa da quella più diffusa. Io non esalto la figura di Moro. Credo che Moro fosse un debole e che avesse un’idea intrigante della politica. Se leggi i diari di Pietro Nenni trovi molte cose a questo proposito. Soprattutto le pagine che si riferiscono al ‘63 e al ‘64, cioè al primo governo di centrosinistra e poi alla crisi Sifar, al “tin­tinnar di spade” e alla minaccia di golpe. Nenni racconta un Moro che fa un passo avanti, due indietro, mezzo avanti, mezzo indietro … ma a Nenni viene il dubbio che tutto que­sto non sia né indecisione, né prudenza, ma che sia un modo per fregarti. Penso che avesse ragione. E penso che Berlin­guer si fece un po’ fregare da Moro e dalle sue prudenze. Quando nel ‘76 decise di dare l’astensione del Pci al gover­no monocolore dc di Andreotti, il Pci in cambio non riceve niente. Assolutamente niente: portò solo sangue alla Dc.

Tu dici: questo compromesso storico era sbagliato e non era realizzabile. Ma anche se fosse stato realizzabile era sbagliato. Mi hai spiegato perché pensi che non fosse realizzabile. Ma perché era anche sbagliato?
Il Pci in Italia era un grande partito socialdemocratico con saldi principi. Questo era. Voleva le riforme. Leviamoci dalla testa che sia esistito in qualche momento del dopoguerra un partito comunista che si preparava a prendere il potere. Questo non lo ha fatto mai. E non solo perché, dopo Yalta, le condi­zioni geo-politiche non lo permettevano. Anche per profonde valutazioni politiche. Non solo Berlinguer, ma neanche Togliatti ha mai considerato una disgrazia il fatto che gli equilibri del mondo impedivano al Pci di prendere il potere. Era ben felice che una soluzione alla “polacca” fosse da escludere. Ed era convinto che la situazione italiana consentiva di lottare per­ delle profonde modifiche della società, dell’economia, della politica, senza rotture e senza bisogno di passare dal potere. Cioè pensava che per mantenere aperta una prospettiva socia­lista non fosse necessario tenere aperta la prospettiva della rivoluzione. Togliatti pensava che ci fosse un’altra via. Per questo dico: partito socialdemocratico con saldi principi. Nella proposta di “compromesso storico” avanzata da Berlinguer questa prospettiva per la prima volta scompare. L’idea di lavo­rare per creare un’Italia socialista non c’è più. Cancellata. Inve­ce io penso che quella possibilità fosse ancora viva. Per questo dico che il compromesso storico era sbagliato. Bisognava lavo­rare a un’ipotesi di società che fosse lontana dai regimi comu­nisti dell’est ma anche dalla piattezza socialdemocratica. E c’ e­rano le forze, in quegli anni, per fare questo. Negli ultimi anni 60 e nei primi anni 70 la spinta del ‘68 era ancora formidabi­le, e anche il quadro internazionale era aperto. Erano in corso grandissimi mutamenti, anche nella Chiesa, per esempio, e noi comunisti in Italia contavamo moltissimo: eravamo la cultura politica italiana, influenzavamo fortissimamente e cambiava­mo il senso comune: non dovevamo lasciar cadere tutto que­sto. Nei film e nei romanzi italiani degli anni Sessanta e Settan­ta c’è questa idea, è una cosa che torna sempre: la speranza di cambiare l’Italia, la speranza socialista.
L’errore di Berlinguer? Non capì queste cose. E quando ci fu il golpe in Cile si convinse che Allende avesse perso per­ché si era spinto troppo a sinistra e perché sul piano interna­zionale, e anche in Europa, stesse maturando una spinta rea­zionaria, autoritaria e anche fascista, in parte dovuta all’ec­cessivo avanzamento della sinistra. Non è così mai, e non era così allora. Non è vero che le spinte a destra sono provocate da un eccessivo avanzamento della sinistra. È il contrario. Le svolte conservatrici e reazionarie maturano quando la sinistra arretra, rinuncia all’egemonia del suo pensiero. È sempre stato così. E in quella prima metà degli anni 70 in Europa non stavano avanzando la reazione e il fascismo. Proprio no. Nel ‘74 cade la dittatura in Portogallo e subito dopo in Gre­cia, nel ‘76 finisce il franchismo. Per questo credo che il compromesso storico sia stato sba­gliato. Partiva da un’ipotesi sbagliata e di fatto fece perdere alla sinistra quegli anni decisivi, l’inizio degli anni Settanta, nei quali c’erano le condizioni per una avanzata importantissima. Quando poi ci si accorse che il compromesso storico non stava in piedi, ormai era tardi, c’era stata la svolta in tutto il mondo, la Trilateral aveva portato avanti il suo disegno di restaurazio­ne e aveva vinto il nuovo liberismo della Thatcher e di Reagan.

Ti faccio una obiezione. Con il governo di solidarietà nazionale, e cioè tra il 1978 e il 1979 (dopo il rapimento di Moro e con Andreotti presidente del Consiglio) il Pci ottiene un numero incredibile di riforme. La riforma sanitaria, quella psichiatrica, il nuovo diritto di famiglia, l’equo canone, l’aborto … Allora non è vero che restò a mani vuote?
Io penso che quelle riforme furono la coda del ‘68, furono l’eredità “legislativa” del sessantotto.

Parliamo di Berlinguer e del movimento del ‘77. Berlinguer fu molto critico con quel movimento. Usò delle parole durissime, inusuali per lui. Parlò di “diciannovismo” riferendosi ai movimenti ribellisti del 1919 dai quali poi nacque il fascismo.
Berlinguer è sempre stato molto critico verso i movimen­ti. Almeno, lo è stato dagli anni 70 in poi. Non li ha mai capi­ti, lo hanno sempre preoccupato, ha sempre temuto che espri­messero delle spinte a sinistra incontrollate, che sfuggivano alla politica del partito e che per questo finivano per alimen­tare la destra. Mentre invece la destra ha sempre vinto quan­do queste spinte si sono affievolite, non è mai stato il contrario. In questo Berlinguer era più conservatore di Togliatti. Per esempio Togliatti nel ‘60 non si fece affatto intimorire dalla crescita del movimento, improvvisa e imprevista, e anzi seppe utilizzarla molto bene, seppe – come si dice – caval­carla. Cosa è stato il ‘77? Un movimento per certi versi molto più fragile per altri più avanzato e forte del ’68.

Perché dici più avanzato?
Perché poneva dei problemi molto moderni, Come la libe­razione dal lavoro. È un errore credere che il ‘77 fu l’anno delle Brigate Rosse. Il ‘77 fu l’anno dell’autonomia. Le Br casomai cavalcarono il ‘77, anche perché il movimento fu lasciato solo dalla sinistra storica. Quando Berlinguer, rife­rendosi a quel movimento, dice “diciannovismo”, aggrava, di molto, l’errore che il Pci aveva commesso con il ‘68. Il Pci con il ‘68 era stato eccessivamente prudente, ma anche con momenti di apertura. Come quando Longo si incontrò con i capi del sessantotto romano. Nel ‘77 invece fu chiusura tota­le. E così, quando, due anni dopo, la solidarietà nazionale finì, il Pci si rese conto che in quegli anni aveva solo dato, non aveva niente in mano. La “conventio ad escludendum” si chiuse di nuovo e Berlinguer venne spinto a sinistra dai fatti e· cambiò politica partecipando ai 35 giorni di lotta alla Fiat: ma era troppo tardi, non c’erano più le basi per la svolta, i movimenti stavano perdendo.

L’articolo Quando Rossana Rossanda disse: “Berlinguer un grande che sbagliò tutto” proviene da Il Riformista.

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