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Quando l’Nba schiacciò in faccia al razzismo

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Non è la prima volta che l’Nba schiaccia in faccia al razzismo. Era già successo una volta. Nel 1961. Cent’anni dopo l’inizio della guerra di Secessione dove l’America si era trucidata per dire che siamo tutti uguali. A volte le date. Un secolo dopo un nuovo Lincoln stava alla Casa Bianca. John Fitzgerald Kennedy veniva da Boston. Proprio la città dei Celtics. Il team più prestigioso dell’Nba. La squadra di Bill Russell. Lui sapeva cos’era il razzismo. Ci era nato dentro. In Louisiana, nel profondo Sud degli Stati Uniti. Aveva un talento immenso per il basket. Ma allora (?) non bastava. Essere il più grande. Il più ricco. Il più vincente. Rispettato sul parquet, rifiutato in un bar. Gli capitò a Lexington, Kentucky. I Celtics avevano in programma un incontro di pre-season contro gli Hawks di St.Louis. Due compagni afro-americani di Russell entrarono in una caffetteria e chiesero da bere. Il barista rifiutò. Riferirono l’episodio a Russell che comprò un biglietto aereo per tornare a Boston.

Il resto della squadra, il coach Auerbach e i compagni bianchi lo seguirono. E anche gli Hawks rifiutarono di giocare. Bill Russell a Boston abitava in un quartiere cattolico. L’unica famiglia afro-americana. Vinse undici titoli Nba e l’Olimpiade di Melbourne 1956 con la maglia degli Stati Uniti. Appoggiò il movimento di Martin Luther King e c’era anche lui sul palco il giorno del discorso dell’I have a dream. Ma si rifiutò di stare sul palco accanto a Mlk. Avevano divergenze. Appoggiò la battaglia di Muhammad Alì e la sua decisione di non andare in Vietnam. E’ stato il primo allenatore afro-americano dell’Nba. Continua a lottare. Il suo tweet contro il presidente Trump ha fatto più effetto di un gancio cielo.

28 agosto 2020 (modifica il 28 agosto 2020 | 09:27)

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