Quando il privato diventa agente dello Stato: luci ed ombre nel grande gioco della corsa al vaccino

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di David Lisetti.

La corsa ai vaccini, come ogni gara che si rispetti, ha bisogno di sponsor disposti a finanziare le spese necessarie a tagliare il traguardo e magari ad arrivare primi. 

Le case farmaceutiche impegnate sul fronte della sperimentazione dei vaccini per il COVID-19 hanno avuto la fortuna di avere uno sponsor disposto ad investire tanto nel progetto. In questi casi c’è solo un attore in campo che è nella condizione di poter sostenere tale sforzo. Sto parlando dello Stato, ma di uno Stato nelle piena capacità di spendere nella sua valuta come lo sono ad esempio gli USA, i quali hanno erogato finanziamenti per un valore complessivo di nove miliardi di dollari, i cui maggiori beneficiari sono stati: 

  1. Sanofi e GSK: $2,1 miliardi 
  2. Pfizer e BioNTech: $1,95 miliardi 
  3. Novavax: $1,6 miliardi 
  4. Janssen: $1,5 miliardi
  5. AstraZeneca e Oxford: $1,2 miliardi  
  6. Moderna: $955 milioni 
  7. Merck e IAVI USA: $38 milioni 

Tra queste sette aziende, come è noto, ce ne sono tre che hanno superato tutti gli step di validazione richiesti dai protocolli internazionali sui vaccini; solitamente in una logica di mercato privato le tre fasi di validazione vengono eseguite in successione perché ciò permette di poter contenere i costi in caso di fallimento o del non superamento di una delle fasi previste, ma nel momento in cui è lo Stato a prendersi il rischio di successo o insuccesso di tale sperimentazione (come sta accadendo nel caso del COVID) allora si è nella condizione di velocizzare in modo sorprendente tutto il processo.

Rimangono però molte zone d’ombra, alcune già segnalate dal professore Crisanti, soprattutto sul fatto, decisamente inusuale,  che entrambi i CEO di Pfizer e Moderna abbiano venduto cospicui pacchetti (rispettivamente 5,6 milioni e 2 milioni) di azioni il giorno dopo l’annuncio del vaccino, in quanto, se il vaccino effettivamente ha superato le tre fasi, sarebbe stato molto più profittevole attendere la fase di commercializzazione e sfruttare quindi la salita del valore azionario dei rispettivi titoli.

Molti analisti hanno notato queste contraddizioni costringendo i CEO a rilasciare delle dichiarazioni, le quali però hanno solo acuito le perplessità già sottostanti poiché, in maniera sorprendente, entrambi hanno riportato la medesima motivazione relativamente alla vendita, dichiarando che si trattava di scelte di portafoglio decise mesi prima. 

Il dubbio che le multinazionali del farmaco stiano indietro nella sperimentazione e che le dichiarazioni si basino su dati parziali e non definitivi rimane alto. 

Da questo caso studio possiamo imparare che lo Stato in momenti di crisi risulta fondamentale per imprimere vigorosi avanzamenti nei settori scientifici e tecnologici, permettendo salti in avanti impensabili per il solo settore privato, ma ci costringe anche a riflettere se sia il caso che per la salute pubblica lo Stato si limiti al solo ruolo di finanziatore anziché poter essere elemento attivo nella fasi di ricerca e produzione del vaccino (o di altri farmaci salva-vite).