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Privatizzare tutto: incubo dei “benecomunisti” ma unica difesa dall’invadenza dello Stato

Il 28 luglio del 2016, al Mises Institute di Auburn, in Alabama, l’economista e filosofo politico Walter Block tenne una lezione analitica e divertente, perché Block sa davvero essere spassoso coi suoi aneddoti quando parla, il cui estremo sunto potrebbe tradursi in ‘privatizzare tutto’.

“The Case for Privatization – of Everything” è divenuta a suo modo un assoluto classico nella altrettanto classica produzione concettuale di Block, autore di quel “Difendere l’indifendibile”, in Italia pubblicato da Liberilibri, che potrebbe essere definito caposaldo e pietra miliare della filosofia politica libertarian e anarco-capitalista: sempre Block, che a quel volume ha fatto seguire la pubblicazione di una seconda parte, ha anche curato un corposo saggio che in questi grami tempi di schermaglie sul Ddl Concorrenza e sulle concessioni demaniali balneari appare come il proverbiale raggio di luce in fondo al tunnel, “Water Capitalim: the Case for the Privatization of Oceans, Rivers, Lakes, and Aquifers”.

Privatizzare tutto è l’incubo della politique politicienne e di tutto quel vastissimo, tribale pantheon di statalisti allo stadio terminale: e il partito statalista ne è così consapevole e terrorizzato da aver fatto divenire quel motto un volume di reazione, nel senso letterale del termine, partorito da due teorici del benecomunismo come David Cohen e Allen Mikaelian, nel loro “The Privatization of Everything”, il cui sottotitolo tradotto recita pomposamente “come il saccheggio dei beni pubblici e dei beni comuni ha trasformato l’America e come possiamo reagire”.

Cotanta verve retorica ha non casualmente suscitato il tripudio di Naomi Klein e di altri statalisti assortiti. E non c’è dubbio che un simile libro potrebbe anche farsi strada in Italia, dove pure però rischierebbe di annegare nella enorme concorrenza, qui concorrenza sì, di altri testi in cui tutto deve essere statale, centralizzato, pubblico.

L’incubo dello statalista assertore della matrice pubblica di vari beni e di determinati servizi e funzioni, in un range oscillante dalle spiagge alla sanità, dall’istruzione ai trasporti e alla realizzazione stessa delle strade, è l’irruzione del privato, con le sue logiche predatorie, di saccheggio appunto, e la costruzione di perimetri escludenti. Barriere, confini, palizzate, vengono considerati l’elemento tipologico caratterizzante la proprietà privata: non a torto, certamente, visto che un bene può essere considerato davvero mio solo se ho l’effettivo potere di escludere gli altri.

Lo Stato che manda in malora il “bene comune”

Il punto è che lo stesso Stato è escludente, marginalizzante, affogato in logiche coercitive e tribali, che annacquano le aziendalizzazioni della macchina pubblica e le pseudo-privatizzazioni modellate faticosamente nel corso degli anni: lo Stato esercita con strumenti coercitivi il potere di predazione, di verifica, di controllo, di soggezione, ed è lo Stato che lungi dal permettere il ‘comune’ e pubblico accesso a determinati beni, li lascia andare in malora secondo logiche di puro disinteresse.

Un parco pubblico aperto a tutti, in maniera solo formale, diventa, e ce lo insegna il crudo empirismo delle cronache, un inferno di sporcizia, degrado, tossicodipendenza, che escluderà fattualmente i cittadini dalla possibilità di frequentazione, visto che nessuno sano di mente porterebbe a spasso il figlio piccolo o il cane tra cumuli di sporcizia o correndo il rischio di bucarsi con una siringa.

Il potere pubblico, quindi, ipocritamente, ti dice che quel parco o quella villa urbana sono a disposizione di tutti, senza curarsi davvero che lo siano. E questo nonostante le tasse, statali e locali, che ogni cittadino paga e che si disperdono nei mille, disfunzionali rivoli di un trasporto pubblico inefficiente, di una gestione del ciclo dei rifiuti che definire disfunzionale sarebbe eufemistico, in una irrazionale cura del verde urbano e così via.

A questo si obietta di solito: colpa dell’evasione fiscale, se tutti pagassero non ci sarebbero di questi problemi. In realtà questi problemi originano semplicemente, e drammaticamente, dalla logica di tendenziale irresponsabilità del funzionario pubblico, mai chiamato a rispondere della sua gestione per quanto disastrosa essa possa essere, e da una politica che coltiva e culla logiche feudali ingerendosi in maniera capillare in ogni ambito.

Un parco privato, a differenza di quello pubblico, avrà il costo di un biglietto, e per questo verrà visto come escludente ed egoista, ma sarà curato, sorvegliato, sistemato e potrà essere pacificamente e con soddisfazione goduto da chiunque.

Anche qui si obietta: senza coercizione pubblica, i privati potrebbero fare ciò che meglio credono e vogliono, imponendo ai cittadini dei costi esosi. In questa prospettiva, il problema è semplicemente la chiave monopolistica, perché se invece, prescindendo pertanto dall’allocazione strutturalmente pubblica, vi fossero nella medesima città cinque parchi privati sarebbe la concorrenza stessa a determinare l’impossibilità di fughe in avanti predatorie sul costo del biglietto, incidendo sulla modellazione del prezzo di accesso.

Un parco che offra pochi e scadenti servizi e abbia un costo del biglietto particolarmente alto, sperequato rispetto quanto offerto, sarà destinato in regime di reale concorrenza a ripensare la sua attività, la qualità dei propri servizi e i propri prezzi.

D’altronde, la creazione di un cartello oligopolistico dei cinque parchi presenti sarebbe invero più facilmente propiziata dalla presenza di una politica cittadina o dalla regolazione locale o statale piuttosto che dal libero accordo di ‘cartello’ dei cinque gestori/proprietari dei parchi privati: il che è quanto avviene, ad esempio e non casualmente, proprio sul delicato versante delle concessioni balneari.

Le privatizzazioni “all’italiana”

Non casualmente, le sedicenti privatizzazioni cui abbiamo assistito in Italia sono sempre state inquinate, distorte, segmentate e frammentate da rendite di posizione politiche e da monopoli traslati dalla sfera pubblica a quella solo formalmente privata di un capitalismo corporativo che dipende nella sua più pura essenza dal potere politico.

Ripercorrendo le vicende giudiziarie che hanno delineato il quadro complessivo della sedicente privatizzazione della sanità ci rendiamo conto di come in tutte quelle indagini fossero sempre presenti politici e dirigenti pubblici tribalmente fedeli alla politica, un insieme che distorce la logica privata e orienta funzionalmente la scelta dell’affidamento di un servizio o di un bene a favore sempre di nomi ricorrenti o riconducibili comunque a un preciso ambito politico.

Il Ddl Concorrenza e il caso balneari

La vicenda, oggettivamente grottesca, delle concessioni balneari è platealmente istruttiva: un disegno di legge sulla concorrenza divenuto ostaggio di una microscopica ma potentissima corporazione che reclama, ironico paradosso, la continuità nella gestione e nella concessione, contro qualunque ipotesi pro-concorrenziale, nel nome della… pubblicità di quei beni.

Avendo sviluppato una sorta di autocoscienza proprietaria, il concessionario del lido, e il politico che lo spalleggia, non sosterranno però le logiche dell’efficienza privata ma quelle della matrice strategica e pubblica di quel bene, che non dovrebbe essere messo a gara poiché ciò comporterebbe rischi per la piena fruibilità da parte della collettività del bene stesso.

Le contraddizioni dei benecomunisti

Ma non è certo l’unica, patente contraddizione in cui lo statalista possa incorrere. Gran parte dei movimenti benecomunisti, che pasteggiano concettualmente a base di beni comuni e sfera pubblica demiurgica, saranno poi i primi a lamentare il potere coercitivo quando questo cade come una scure nel loro piccolo orticello: la sindrome NIMBY che rappresenta fattore costitutivo di movimenti come quello no-Tav e no-Tap, e che ha letteralmente gonfiato di voti il ventre del Movimento 5 Stelle nel momento di sua maggior crescita, i cui esponenti hanno ben precise coordinate ideologiche assolutamente stataliste e a favore del mantenimento pubblico di qualunque funzione, esplode nella sua scintillante contraddittorietà quando poi lo Stato pretende l’avanzamento infrastrutturale irrompendo nel loro orticello.

Non potendo ammettere la contraddizione, saranno lesti quindi a lamentare la lesione di altri beni pubblici; l’ecosistema, le montagne, la natura, i boschetti, il cammino antico rimasto inesplorato che verrebbero tutti danneggiati in maniera più o meno irrimediabile dalla realizzazione di trafori, industrie, ferrovie, in poche parole dalla civilizzazione e dalla modernizzazione.

La verità, tornando a Block, è che la concorrenza, nel suo senso più puro e reale, è un fattore irrinunciabile della condizione umana: chi crede nell’essere umano, deve credere davvero nella concorrenza. Cosa che non avviene quando si recede allo stato di soggezione dalle logiche assistenzialistiche di uno Stato che decide per noi, esige tasse, “concede” diritti e libertà, sussidia, eroga redditi variamente denominati, secondo la volontà dei reggitori politici di un dato momento storico.

La privatizzazione come scelta morale

La privatizzazione non è soltanto un fenomeno devoluto alla efficienza economica, ma ha profonde radici morali: è la opposizione frontale alla coercizione della sfera statale e del potere pubblico, alla tirannia della maggioranza, l’unico reale antidoto all’abuso dei metodi coercitivi a cui lo Stato, lo abbiamo visto nel corso della storia, antica, recente e recentissima, sovente fa ricorso. Il privato, innervato nel mare aperto della concorrenza mercatoria, è chiamato ad essere funzionalmente più efficiente della sfera pubblica, una sfera la cui “responsabilità” è solo artificiale e molto spesso inesistente, in quanto non direttamente sopportata da chi ha sbagliato nel prendere una data decisione.

Ma la privatizzazione è anche la soluzione etica migliore poiché ha radici volontarie e non coercitive, è la traduzione in chiave economica e filosofico-politica della libertà. E questo lo capiscono persino i più strenui sostenitori del benecomunismo quando lo Stato invade i loro sedicenti ‘beni comuni’ e le loro aree di interesse che essi gestiscono, piaccia o non piaccia loro ammetterlo, secondo logiche proprietarie.

Privatizzare tutto non è solo un comodo slogan dettato dal rifiuto della logica coercitiva dello Stato: è piuttosto la volontà consapevole di palesare ed esibire, affinché gli individui la comprendano bene, la contraddizione insanabile di un potere pubblico che da un lato ambisce a moralizzare il comportamento del singolo, indirizzandolo lungo strade di azioni imposte, e che poi dall’altro lato non riesce a ‘moralizzare’ se stesso. Uno Stato che ha dovuto escogitare persino punizioni contro la sua stessa sfera, come nel caso certamente paradossale dei reati contro la pubblica amministrazione.

Si dice: è il costo del vivere in maniera più o meno ordinata in società. Ma in realtà, la corruzione, la concussione, rappresentano la classica punta dell’iceberg dei costi occulti determinati dalla presenza stessa del potere pubblico e dalla politica: logiche castali, affiliazioni tribali, familismo, clientelismo non necessariamente sfociano in fattispecie penali ma gravano comunque su cittadini, imprese, logiche concorrenziali.

E più lo Stato dice di voler porre freno e rimedio a queste distorsioni, più finisce per espandersi mediante ragnatele di controlli e oneri burocratici e di organismi pubblici ad hoc la cui unica risultante è annegare il cittadino sotto una spessa coltre di incombenti amministrativi e di costi, mentre i funzionari pubblici rimangono tendenzialmente intoccati non dovendo direttamente sopportare il costo delle loro decisioni erronee.

Privatizzare tutto significa nei fatti ricordare, con forza, a chi sostiene che lo Stato in fondo è il minore dei mali che, proprio come scriveva Hannah Arendt, quando scegliamo il minore dei mali stiamo comunque scegliendo il male.

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