ponte-morandi,-la-consulta:-«il-governo-ha-agito-in-una-«situazione-di-eccezionale-gravita»

Il verdetto è arrivato ieri sera dopo un’intera giornata di discussione; prima nell’aula del quinto piano del palazzo della Consulta attrezzata per le udienze «in presenza», con tutte le garanzie dettate dall’emergenza Covid, e poi in una camera di consiglio durata meno di due ore. In sostanza i giudici costituzionali hanno ritenuto che il legislatore, nell’immediatezza, si sia mosso come in autotutela escludendo chi, in quanto «manutentore» della struttura, poteva avere responsabilità nel suo cedimento. Senza violare i principi di ragionevolezza, né le garanzie sul «giusto processo» e a difesa della libertà imprenditoriale e di concorrenza. In attesa della sentenza che sarà depositata nelle prossime settimane, il comunicato emesso dalla Corte lascia intendere che hanno fatto breccia le ragioni esposta dall’Avvocatura dello Stato a difesa della legge, contro le eccezioni di incostituzionalità sollevate dal Tribunale amministrativo regionale della Liguria al quale si era rivolta proprio Aspi, la concessionaria Autostrade per l’Italia.

Tutto lecito perché «il principio della responsabilità oggettiva esiste», aveva spiegato l’avvocato Vincenzo Nunziata per conto del governo: «La presunzione della colpa in capo al custode di un bene in assenza di cause di forza maggiore è prevista dal codice civile», e nel caso del ponte Morandi il «custode» era proprio Aspi, l’ente societario con il quale il 14 agosto 2018 s’è rotto il rapporto fiduciario. Perché secondo il legale del governo, la tragedia di due anni fa non ha colpito solo le persone e le famiglie convolte, bensì lo Stato in quanto tale; è stata compromessa la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni rivelatesi incapaci di garantire la sicurezza della circolazione. Di qui la decisione di tagliare fuori Aspi dalla ricostruzione, in base a norme eccezionali varate per fare presto. Assicurandosi però di fare bene.

Anche questo aspetto contestavano gli avvocati di Autostrade e quelli della società Pavimental, ammessa a presentare un’offerta ma senza possibilità di aggiudicarsi l’appalto perché controllata da proprio da Aspi (in parte direttamente, e per il resto attraverso Atlantia): l’ente concessionario, in quanto tale, avrebbe potuto fare meglio di altri il lavoro. «Non a caso il collaudo e la gestione della nuova struttura sono stati affidati ad Aspi», ha spiegato l’avvocata Luisa Torchia. Ma a parte ciò, gli «sconfitti» lamentavano molte violazioni nell’esclusione dalla trattativa privata (con l’obbligo, però, di risarcire gli espropriati e pagare le spese della nuova opera). «In nome dello stato d’emergenza non si può azzerare lo Stato di diritto», aveva ammonito il professor Massimo Luciani. E negli atti del collegio difensivo c’erano toni molto duri sui presunti diritti conculcati dal Decreto Genova: «Norme con intento punitivo», dettate da «retorica politica e ad uso mediatico»; in sintesi: «Un monumento all’inciviltà giuridica».

I legali di Aspi, come il Tar della Liguria, lamentavano un’anticipazione del giudizio sulle cause e le responsabilità del crollo: «Il legislatore s’è sostituto al giudice, imponendo norme afflittive sulla base di una presunzione di colpevolezza e spazzando via tutte le garanzie». Un giudizio sommario e anticipato, senza contraddittorio e senza garanzie. Ma, ha replicato l’Avvocatura dello Stato, Aspi non era un passante capitato per caso sul ponte. Il fatto che avesse degli obblighi, che sia indagata nell’inchiesta penale e «non possa nemmeno avvicinarsi» ai resti del ponte sequestrati dalla magistratura, ha inciso sull’estromissione. Al pari della situazione di emergenza creatasi con il crollo. Il momento di «eccezionale gravità» in cui la politica ha fatto le proprie scelte si è rivelato determinante: sia su quelle decisioni sia sulla loro legittimità costituzionale certificata ora dalla Corte.

8 luglio 2020 (modifica il 8 luglio 2020 | 23:23)

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