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Politically correct o gogna?

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Mezzogiorno, 10 luglio 2020 – 10:17

di Sebastiano Maffettone

Si , si, lo so. Ci sono cose più urgenti cui pensare. Dal Covid 19 che ancora non si dissolve alla crisi economica e alla tenuta del governo italiano. E tuttavia ci sono fatti culturali che rivelano la presenza di un clima dominante. È di ieri la notizia che 150 intellettuali di prestigio negli Stati Uniti — che vanno dal linguista radicale Noam Chomsky alla madre di Henry Potter JK Rowling passando per lo scrittore indiano Salman Rushdie e la romanziera femminista Margaret Atwood — hanno sottoscritto una lettera aperta, pubblicata su Harper’s Magazine e ripresa da molti giornali, contro il politically correct. L’occasione di tanto sfoggio di firme illustri sarebbe dovuto alla situazione spirituale che regna nel mondo dei media dopo l’assassinio di George Floyd da parte della polizia. La sostanza dell’appello consiste infatti nel protestare contro il clima di caccia alle streghe che ha seguito l’evento in questione, clima che — pur motivato da un’ingiustizia tragica per giunta aggravata dal razzismo — trasforma in un «brand dogmatico e coercitivo» la discussione pubblica. La quale, manco a dirlo, dovrebbe essere invece critica e aperta. Ora, sia ben chiaro: su questo punto di sostanza non c’è molto da dubitare.

Tutti quelli che nutrono buon senso liberale preferiscono una discussione aperta e libera a sommari processi morali fatti sui giornali. E di questi processi morali in pubblico, spesso condotti in maniera del tutto arbitraria e senza possibilità di difendersi adeguatamente, se ne vedono troppi in giro. Come sa benissimo chiunque svolga un mestiere come il mio, costretto a tenere tutte le porte aperte dall’ingresso dell’Università a quello del suo studio quando una studentessa viene a chiedere le tesi di laurea.

Concesso tutto questo, vuol dire che i 150 illustri firmatari dell’appello in questione hanno ragione? Beh, si e no, direi. Meglio ancora solo in parte. La mia resistenza dipende non dalla protesta contro il public shaming come si chiama in Us la gogna mediatica, che come già detto è sacrosanta, ma dalla confusione che si fa tra questa protesta e la critica del politically correct. Detto in soldoni, la mia tesi è che il politically correct non va confuso con la gogna mediatica. All’osso, badare ai principi del politically correct altro non vuol dire che cercare di non insultare il prossimo inavvertitamente. Qualche esempio. Se una persona di colore si comporta male con te, non chiamarlo «negro» ma semplicemente «str…»; se un guidatore ti taglia la strada ed è casualmente di genere femminile, pensa che sia un(a) disgraziato(a) e non dire «le donne non sanno guidare». In buona sostanza, il politically correct suggerisce tra le altre cose di prendersela con il responsabile individuale e non con il suo gruppo di appartenenza. Così inteso, il politically correct è una misura minore, poco più che una regola di etichetta. Proprio per questo va adottato come uno stile e senza esagerare.

Tutt’altra cosa sono le campagne moralistiche sui media, la gogna di cui si diceva, che possono distruggere la vita delle persone talvolta senza motivo. Ma, se non ho tutti i torti, come mai in tanti se la prendono con il politically correct? Un po’ certo per la confusione intellettuale dovuta all’ipertrofia di notizie cui siamo quotidianamente esposti. Ma un po’ anche perché sempre di più si diffonde un clima culturale destrorso e reazionario. Che è poi il vero nemico del buon senso liberale, un clima i cui protagonisti sommi sono i vari Trump e Bolsonaro. Onde per cui, se così è , l’argomento in questione non è poi così minore…

10 luglio 2020 | 10:17

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