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Perché la Cina ora usa l'Onu per le sue rivendicazioni su Taiwan

A seguito delle tensioni generate dalla visita a Taiwan della presidente della Camera dei rappresentanti statunitense Nancy Pelosi avvenuta a inizio agosto, il governo cinese, nell’espressione del Taiwan Affairs Office of the State Council e dello State Council Information Office of the People’s Republic of China, ha pubblicato un lungo documento sulla politica di Pechino nei confronti dell’isola “ribelle”.

Il nuovo “libro bianco”, intitolato “The Taiwan Question and China’s Reunification in the New Era”, è il primo riguardante Taiwan dopo 22 anni, a sottolineare la nuova urgenza cinese di riaffermare fermamente la propria visione della questione nel consesso internazionale. Il documento prende le mosse dalla politica del presidente Xi Jinping stabilita durante il 18esimo congresso del Partito Comunista Cinese (Pcc) nel 2012, riaffermandone la logica e i propositi.

Dopo una lunga digressione storica, che ricorda gli avvenimenti riguardanti l’isola e la Cina continentale a cominciare dal 1600, ma che prende le mosse da un documento geografico del 230, si afferma, a differenza dei due documenti precedenti (del 1993 e del 2000), che il principio legale per il quale esiste “una sola Cina” (One China), ovvero che Taiwan faccia parte della Repubblica Popolare Cinese (Prc), è contenuto nella risoluzione delle Nazioni Unite numero 2758 dell’ottobre 1971.

Quel provvedimento – generato dall’apertura statunitense alla Cina comunista sotto l’amministrazione Nixon in funzione antisovietica – afferma che la Prc è l’unico ente a poter rivendicare il seggio all’Onu, quindi anche la carica di membro del Consiglio di Sicurezza. In particolare si afferma, esattamente, che l’Onu decide di “ristabilire tutti i suoi diritti alla Repubblica Popolare Cinese e di riconoscere i rappresentanti del suo governo come gli unici legittimi rappresentanti della Cina presso le Nazioni Unite, e di espellere di conseguenza i rappresentanti di Chiang Kai-shek dal consesso che hanno occupato illecitamente alle Nazioni Unite e in tutte le organizzazioni ad essa correlate”.

Il testo è passibile di interpretazioni – e distorsioni – ma l’intento dei rappresentati dell’Onu era solo quello di individuare come “Cina” esclusivamente la Prc, non più Taiwan di Chiang Kai-shek. In effetti il principio “One China”, così come l’affermazione che Taiwan faccia parte della Prc e la stessa parola “Taiwan”, non vengono mai menzionati nel testo.

La lettura del nuovo “libro bianco” è interessante anche sotto altri punti di vista: viene infatti riaffermata la volontà di inclusione di Taipei in seno alla “madre patria” secondo il principio “One Country, Two Systems” (un Paese, due sistemi) che è stato applicato per Hong Kong e Macao. Proprio questo passaggio ci offre il primo spunto di riflessione: tale principio è stato recentemente stracciato da Pechino in occasione della sommossa a Hong Kong, che viene definita, nel testo, come eterodiretta (“causata da agitatori anti-cinesi sia all’interno che all’esterno della regione”). Il governo afferma, in questo contesto, di aver “apportato alcuni miglioramenti appropriati e adottato una serie di misure che affrontavano sia i sintomi che le cause profonde dei disordini. L’ordine è stato ristabilito e la prosperità è tornata a Hong Kong. Ciò ha gettato solide basi per la governance basata sulla legge di Hong Kong e Macao e la continuazione a lungo termine di One Country, Two Systems”. Un eufemismo per giustificare il giro di vite rispetto agli accordi originariamente presi.

Proprio questo precedente è quello che, forse più di tutti nel breve periodo, ha contribuito ad aumentare i timori a Taipei: se le promesse di coesistenza di due sistemi in un unico Paese vengono disattese al primo segnale di insofferenza popolare, molto difficilmente le garanzie di Pechino riguardanti il mantenimento di questo status quo per Taiwan verranno credute.

Come ci si aspettava il nuovo “libro bianco” individua gli Stati Uniti come gli attori destabilizzanti della situazione lungo lo Stretto, che, secondo Pechino, ha pesanti ripercussioni sulla stabilità regionale di tutta la macro area geografica del Pacifico Occidentale e Sudest Asiatico.

La retorica cinese, a parte l’enfasi sulla fratellanza tra le popolazioni continentali e isolane, ribadisce la volontà di unificazione attraverso strumenti pacifici, ma – ancora una volta – riafferma il diritto di Pechino di intervenire con l’uso della forza o di altri mezzi necessari (per rispondere n.d.r.) all’interferenza di forze esterne o all’azione radicale di elementi separatisti”. Il separatismo, si afferma, farà “precipitare Taiwan nell’abisso e non porterà nient’altro che un disastro sull’isola”. In effetti nei principi di Pechino per un intervento diretto nell’isola, c’è – oltre a una dichiarazione di indipendenza – l’affermazione di forze politiche separatiste e non meglio definite “rivolte interne” che possano portare a un allontanamento di Taipei dalla sfera di influenza cinese: si riafferma, infatti, che non sarà lasciato nessuno spazio ad attività separatiste in nessuna forma. Ribadito ancora il concetto che Taiwan è un affare interno: viene infatti scritto che “noi cinesi decideremo i nostri affari. La questione di Taiwan è un affare interno che coinvolge gli interessi centrali della Cina e i sentimenti nazionali del popolo cinese, e nessuna interferenza esterna sarà tollerata”.

Ma perché il governo della Prc ora pone enfasi sulla risoluzione 2758 come base per il suo principio One China?

La motivazione va ricercata in quello che sta succedendo in Europa. L’aggressione russa all’Ucraina è stata effettuata in modo assolutamente proditorio in quanto Mosca, secondo la quale il sistema del diritto internazionale viene usato in modo del tutto strumentale da parte occidentale, ha agito senza alcuna base giuridica, avanzando solo motivazioni di tipo storico, contingente e perfino fantasiose (ad esempio la necessità di “denazificazione”).

Pechino sta attentamente osservando quanto accade in Ucraina e la reazione dell’Occidente alla guerra scatenata da Mosca, e proprio per evitare di venire additata quale Stato aggressore, come accaduto per la Russia, ha cercato un principio giuridico in quello stesso sistema di diritto internazionale nato e plasmato dalle potenze vincitrici la Seconda Guerra Mondiale.

La Cina quindi, sta cercando di apparire come un’entità che si muove all’interno del diritto, piuttosto che un attore che vuole cambiarlo in modo violento e radicale come la Russia: dubitiamo fortemente, infatti, che le conquiste territoriali in Ucraina – che stanno per essere russificate in previsione dell’annessione alla Federazione – verranno accettate dalla comunità internazionale in toto, quindi anche quando la guerra cesserà, ci troveremo davanti a uno dei tanti “conflitti congelati” in cui i confini non vengono riconosciuti, a meno che a Kiev non si alzi “bandiera bianca” e si riconoscano le cessioni territoriali in favore di Mosca.

Questo scenario è quello che Pechino vuole evitare qualora si trovi costretta a intervenire militarmente a Taiwan, pertanto appellandosi alla risoluzione 2758 potrebbe cercare di trovare una scappatoia legale, alquanto distorta, stante la natura aleatoria della stessa.

Questo nuovo modo di agire, molto meno assertivo nei modi (ma non nei toni), stona alquanto se pensiamo invece a come Pechino si pone per un altro contenzioso territoriale: quello sul Mar Cinese Meridionale. Lì, infatti, la Cina, che è firmataria dell’Unclos, sta procedendo a una discreta e progressiva nazionalizzazione dell’intero specchio d’acqua, ben oltre i propri limiti di piattaforma continentale. In ultima analisi, quindi, il riferimento alla risoluzione dell’Onu del 1971 è solo strumentale per le contingenze del momento e, riteniamo, foriero di ulteriori preoccupazioni per il futuro dell’isola.

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