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Perché il 22 maggio è sempre il grande giorno del calcio italiano

Roma, 22 mag – Effettuerà l’ennesimo sorpasso Inzaghi, lo specialista in ribaltoni finali (anche subiti), o completerà il capolavoro Pioli? Con le due gare in programma alle ore 18.00 si conclude l’appassionante lotta al vertice tra Inter e Milan: in serata sapremo finalmente quale squadra si cucirà al petto lo scudetto 2021/22.

Curriculum dell’allenatore nerazzurro a parte – tricolore della Lazio, il 5 maggio, la rimonta subita nel 2018 – tutto fa pensare che questa notte la Madonnina si vestirà di rossonero: classifica, avversario, tenuta difensiva, forma dei migliori giocatori. E anche la storia: sì, perché in 90 anni di girone unico, quando si parla dei 5 capovolgimenti riusciti all’ultimo respiro, sappiamo che in mezzo c’è sempre stata la Juventus, la quale ha inaspettatamente festeggiato in quattro occasioni. Oggi tagliata fuori dalla lotta al titolo, il destino risulta avverso alla Vecchia Signora solamente nel primo anno del nuovo millennio.

22 maggio, le regine d’Europa

Fin qui ciò che in questa calda (non solo per il clima) domenica spaccherà in due il belpaese calcistico. Ma chi scrive – per quanto sia appassionato delle storiche rivalità proprie del pallone italico – alle grandi divisioni interne ha sempre preferito le migliori sintesi: l’altra chiave di lettura di giornata accomuna infatti Inter, Juventus e Milan, 74 scudetti – compreso quello che si assegnerà in serata – in tre.

Insieme le strisciate contano anche 12 coppe dei campioni. Come ricordato dal sito dell’UEFA infatti, le uniche connazionali ad aver trionfato in Champions l’hanno fatto almeno una volta infatti proprio in data 22 maggio, l’italian day appunto. Un giorno che – al di là del calcio – è comunque pregno di importanti ricorrenze nazionali: nel 1873, ad esempio, muore Alessandro Manzoni, il romanziere che più di tutti ha contribuito a unificare linguisticamente il nostro paese. Ma coincide anche con l’effettivo inizio dei lavori dell’EUR (1937, già E42: la costruzione fu “anticipata” il mese precedente dalla piantumazione di un pino – simbolo di immortalità ed eternità – operata direttamente dall’allora primo ministro), oggi uno dei più eleganti quartieri di Roma nonché emblema di oggettiva bellezza architettonica.

Mezzo secolo di calcio

Dalla finale di Londra – nel mitologico Wembley – del 1963, quando il Milan alza per la prima volta la coppa dalle grandi orecchie, fino a Madrid 2010, teatro dei sogni della seconda Inter morattiana che proprio in terra spagnola fa sua l’ultima Champions portata a casa da un’italiana. In mezzo il successo romano (1996) della miglior Juve targata Lippi. Tre affermazioni diverse – solamente per il fatto di essere distanziate da mezzo secolo di evoluzione calcistica – ma con basilari punti in comune.

Gioco e senso di appartenenza

Innanzitutto un tris di allenatori – Rocco, Lippi, Mourinho – che facendo giocare in maniera accorta le proprie squadre hanno fatto la storia del calcio. Certo l’attenzione alla fase difensiva così cara sia al selezionatore campione del mondo che all’attuale tecnico della Roma non può essere derubricata nell’ormai pensionato catenaccio, ma insomma un’importante linea di continuità è riscontrabile. Inoltre al di là dei protagonisti in campo – senza campioni, semplicemente, non si vince – le 3 strisciate d’Europa sono accomunate dall’aver fondato le proprie “fortune” su blocchi ben definiti. Italiani quelli di Milan e Juve, argentino il gruppo forte nello spogliatoio interista. In quest’ultimo caso la famosa “spina dorsale” (Samuel, Zanetti, Cambiasso, Milito) pur non essendo composta da connazionali, è figlia di una delle due nazioni sudamericane – l’altra è l’Uruguay – con un’altissima percentuale (circa l’80%) eurodescendiente.

La sola possibilità di schierare elementi di grande valore è quindi condizione minima ma non sufficiente. Guida valida, rinnovamento del gioco “all’italiana” e zoccolo duro dallo spiccato senso di appartenenza: un sintetico ma fondamentale promemoria per ogni società che abbia una qualsivoglia ambizione europea. Sembra scontato, ma dopo anni passati a veder festeggiare gli altri tanto ovvio forse non è.

Marco Battistini

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