Perché abbiamo bisogno di buon calcio dopo un anno così difficile

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Italia divisa Europei-k60E-U32701281924326YG-656x492@Corriere-Web-SezioniUna strana Italia affronta l’Europeo di calcio rinviato di un anno per la pandemia. Squadra di vecchi e di giovani, di oriundi e di emigrati, la nazionale parte dall’Olimpico di Roma contro la Turchia che, insieme all’Ucraina, è la più politicizzata fra le partecipanti al torneo.

Le favorite sono altre ma i 27 risultati utili consecutivi all’attivo del ct Roberto Mancini creano illusioni con qualche fondamento. Fra i punti deboli, c’è un reparto di centrali difensivi piuttosto in avanti con gli anni e la labilità dei nostri centravanti. L’elemento di forza è il centrocampo dove spicca l’interista Barella, che ha i mezzi per diventare l’italiano più forte dai tempi di Francesco Totti. Le sorprese sono nei piedi di Domenico Berardi, che può mostrare un talento non più inquinato da comportamenti dispersivi, e – si spera – di Lorenzo Insigne, arrivato al punto della carriera in cui deve provare di essere un campione intero invece di mezzo. Potrebbe essere una nazionale a guida meridionale come era in larga parte nel 2006. Nell’ultima amichevole contro i cechi hanno segnato un calabrese, due campani e un sardo.

Ci sarà il pubblico all’Olimpico. Tornerà il rumore che esalta e stordisce chi gioca, anche se sarà impossibile dimenticare il Covid-19. Gli azzurri sono tutti vaccinati. Altre squadre non hanno voluto concedere una corsia preferenziale. Fra queste, ci sono la Spagna che ha perso Sergi Busquets, uno dei centrocampisti più forti del mondo, e la Svezia che ha contato fra i positivi al virus lo juventino Dejan Kulusevski e il bolognese Mattias Svanberg.

Si pensava che l’opinione pubblica italiana avrebbe reagito male agli azzurri che scavalcavano la fila dei vaccini. Non gliene è fregato niente a nessuno. Del resto, il governo ha smarrito ormai ogni linea guida pur di arrivare ai grandi numeri il più in fretta possibile ed era impensabile rischiare il bis del focolaio di Coverciano di inizio aprile, quando una trentina fra giocatori e membri dello staff si sono contagiati.

Il discorso sui favoriti alla vittoria finale passa sempre dagli stessi nomi: Belgio, Francia, Spagna, la Germania, che ha appena vinto l’Europeo Under 21 con cinque o sei giocatori destinati a grandi carriere (Baku, Dorsch, Schlotterbeck, Wirtz, Raum, forse Adeyemi).

L’Inghilterra, come sempre dal 1966, si presenta con annunci trionfali per bocca di uno dei suoi giovani leoni, Foden. Prima o poi, torneranno a vincere. Ma non stavolta. L’Italia sta lì nella pancia del gruppo, per dirla in termini ciclistici, e va bene così. Il girone dovrebbe essere vinto senza grandi problemi e l’ottavo di finale del 26 giugno a Londra dovrebbe prevedere uno scontro non impossibile con l’Ucraina o la Macedonia del Nord dell’ottimo Goran Pandev.

Il torneo vero inizierà da lì in avanti. Anche di buon calcio c’è bisogno dopo un anno orribile e ancora troppi morti.

PS

Per fortuna nel frattempo hanno riaperto i locali. Il Degustatore è stato avvistato dalle parti di Pizzo (Vibo Valentia) a ingozzarsi di gelato e brioscia, se non era tartufo, circostanza smentita dal collega dr. Flavio Tranquillo, impegnato nei playoff Nba ma originario dei luoghi.

Il Degustatore ha anche riaperto l’armadio delle felpe e ha indossato quella con la scritta Italia provocando un’ondata di gesti scaramantici. C’è quasi da provare nostalgia per i tempi della Nazionale Padana e dei suoi match internazionali con l’Abkasia, l’Aramea, la Transcarpazia, il Punjab e la Contea dei Siculi organizzati dalla Conifa, la Uefa dei separatisti.

PPS

A proposito di eleganza maschile, la divisa ufficiale degli azzurri (foto sopra) ricorda quella del Mondiale 1982, senza le righine, per i membri dello staff. I calciatori vestono una specie di kurta mozzo che ricorda l’immenso Hrundi Bakshi-Peter Sellers di Hollywood party.

Post brevissimo sul fare la Storia con i se e con i ma.

Se alla mafia fosse stata applicata la giustizia sommaria invece di una legislazione premiale che ha creato grandi carriere antimafiose e depistaggi innumerevoli, dei mandanti ne sapremmo quanto ne sappiamo oggi: niente.

Ma avremmo risparmiato notevoli quantità di denaro e di inutile confusione.

PS

Suggerisco la lettura di questo articolo del collega Enrico Bellavia per qualche necessario approfondimento.

2200PPS Off-topic

No, la foto di Brusca non la metto. Metto quella del fu Bernie Madoff, morto due mesi fa a 82 anni nell’infermeria del carcere di Butner (NC) mentre scontava una condanna a 150 anni non per gravissimi reati di sangue ma per avere rubato, per lo più, a farabutti della sua risma. La più grande democrazia del mondo non è aliena dalla giustizia sommaria o ubuesca e non è detto che funzioni peggio di quella italiana. Come direbbero i cronisti sportivi, bisogna adeguarsi al metro arbitrale.

Le mafie si sono adeguate benissimo.

UnknownSi è spenta la voce del padrone. Con Franco Battiato se ne va il dominatore di quattro decenni abbondanti di musica che potrebbe avere mille etichette: pop, colta, dada, situazionista, post-moderna, retro.

Musica divertente, punto e basta. La musica del genio di Riposto ha saputo federare gli snob di ogni classe sociale, e il Maestro era snob nel senso più nobile, con i tenori da doccia. Ha unito gli studenti di filologia iranica e – testimonianza diretta – gli accasermati di un battaglione punitivo alla Cecchignola che sulla carta militare alla voce occupazione, se ladri, scrivevano “c. de rendita” (campo di rendita) e nelle sere senza libera uscita cantavano a memoria “Centro di gravità permanente” o “L’era del cinghiale bianco”.

Battiato è stato soprattutto questo miracolo e poi molti altri che non bisogna descrivere ma ascoltare perché la voce del padrone non si spegnerà.

Lunga vita a Franco Battiato.

1280x720_1461771247253_festa-1-maggioC’è un’enfasi meravigliosa, capillare, sospetta sulle celebrazioni della settimana fra il 25 aprile e il primo maggio.

Quarant’anni fa, quando il fascismo non era minaccia ma realtà in molti paesi del mondo, si procedeva a una diffusione straordinaria dell’Unità, si sfilava e si andava a festeggiare con i compagni in trattoria.

Oggi, in pandemia e senza cortei, si manifesta soprattutto via social con veemenza inversamente proporzionale alla consistenza del rischio.

Nell’anno di grazia 2021 il fascismo è affidato a frange di emarginati tenuti in piedi dal terrificante potere evocativo che il termine fascismo conserva ma a guardare Facebook sembra che Mussolini, Hitler e Franco siano in marcia per conquistare le capitali d’Europa.

Tuttavia, le probabilità che il nazifascismo storico torni al potere sono pari a zero. Allo stesso tempo, oggi l’individuo globale ha a disposizione una gamma articolata e tecnologicamente avanzata di dittature che hanno intaccato la sostanza della democrazia.

Ci sono le autocrazie più o meno tradizionali, da Putin a Erdogan. Quelle collettiviste, come in Cina. E c’è la dittatura di modello occidentale dove si vorrebbe illudere il cittadino di una sua capacità di scelta, di pensiero, di autonomia rispetto ai meccanismi del potere finanziario o, più terra terra, rispetto al simbolo della prigionia universale chiamato con notevole sarcasmo smartphone.

Ogni giorno miliardi di esseri umani accettano – accettiamo – con gesti automatizzati, di portare in giro il loro – il nostro – braccialetto elettronico, una centrale informativa su consumi, desideri, amori, antipatie, soldi in dare o avere. Il tutto è è disponibile a ogni genere di controllo e intrusione al punto che è quasi insensato fare distinguo sulla legittimità di un sistema spionistico pubblico-privato attivo 24 ore su 24.

Mentre gridiamo che il fascismo non passerà, accettiamo di buon grado un dominio che si fa più oppressivo a ogni aggiornamento di software. Non sembra più strano che si telefoni a Tizio per parlargli di Caio e subito dopo si apra Fb e appaiano i post di Tizio e di Caio. Non sembra anormale che si chiacchieri di vacanza in Sardegna con il partner davanti a un bicchiere di vino e che subito Booking proponga offerte per Stintino. Risulta accettabile che, in un paio di anni, ogni servizio bancario online sia diventato accessibile soltanto da cellulare e che la tua banca ti chieda il permesso, se è una banca educata, di sapere dove sei, cosa che sa già benissimo. Ed è normale che qualunque nuova app, oltre a quelle che vengono inserite senza il tuo permesso, ti chieda in fase di installazione “il pieno controllo del tuo apparecchio”, foto, rubrica, documenti e via dicendo.

A quanto pare, però, il problema essenziale sono quattro nostalgici di Predappio, o caso mai delle Br o dell’anarchia, manipolati e finanziati con quattro spiccioli dal potere reale per mantenere vivo lo spauracchio, per consentirci un facile scarico di coscienza a prezzo di un post su Ig o di un tweet e per farci proclamare che il fascismo continuerà a non passare mentre ogni altro genere di oppressione versa in ottima salute.

Per non accorgersi di questo ci vuole una dose robusta di negazionismo. E il negazionismo è un principio attivo declinato in infinite marche di farmaci da banco.

Chi grida al complotto perché deve tenere la mascherina e reclama il diritto civile all’apericena, all’apertura immediata di tutto, nega il fatto che l’apericena, non la mascherina, è il segno della dittatura. A qualcuno verrà da ridere e penserà a un Savonarola redivivo.

Allora mettiamola così.

Il diritto al commercio e il diritto al consumo hanno vinto su tutto, la pandemia lo dice chiaro. Hanno vinto sui trecento morti quotidiani di Covid in Italia da qui a luglio (studio della Fondazione Bruno Kessler). Hanno vinto sulla cultura, sul cinema, sui teatri, sui musei di cui non frega niente a nessuno. Hanno trasformato lo stesso diritto alla salute in una forma di consumismo per chi ha accesso alle cliniche private e di sottoproletarizzazione per chi deve aspettare il turno con l’Asl.

Il diritto al consumo e al commercio senza limiti hanno distrutto l’urbanistica delle città. Hanno creato nuove classi di sfruttati, ultima i rider, e colossali riserve di nero. Infine, en passant, hanno danneggiato il pianeta in un modo che molti scienziati considerano irreversibile.

Detto questo, viva la repubblica antifascista e viva la festa dei lavoratori, per primi gli sfruttati che guadagnano 1800 volte di meno dei loro manager.

Un ottimo primo maggio a tutti.

PS

Quando parte l’embolo predicatorio, è segno che ci vuole una vacanza. La afición non ne può più di Diario del virus e viceversa. Allora dichiariamo anche noi il “non ce n’è Coviddi” e ci rechiamo al bar sottostante dove fanno l’happy hour a 7,50€ con le patatine avanzate dal gennaio 2020 e la variante indiana inclusa nel prezzo.

A presto su questi stessi schermi, magari a parlare di cose più complesse della pandemia. Per esempio, il football.

Di nuovo viva i lavoratori.

195507743-8a1265d0-2744-46f3-915c-92e3d73c3320La prima guerra generata dal Covid-19 è la guerra del calcio. La pandemia e i suoi danni economici figurano alla base delle motivazioni della Superlega annunciata poco dopo la mezzanotte del 18 aprile.

Come in tutte le guerre, si attendeva soltanto un pretesto. I dodici club all’origine della spaccatura con le rimanente autorità del football (Uefa, Fifa e federazioni nazionali) sono gli stessi che da anni spingono per creare un campionato continentale “vip only” come unica via d’uscita a una serie ininterrotta di catastrofi finanziarie che la chiusura degli stadi ha accentuato.

Le tre italiane (Juventus, Milan, Inter), le tre spagnole (Real Madrid, Barcellona, Atlético Madrid) e le sei inglesi (Chelsea, Tottenham, Liverpool, Arsenal e i due club di Manchester) aspettano altri tre soci fondatori (Psg, Borussia Dortmund e quel Bayern che finora si è sempre pronunciato contro la Superlega) più cinque meritevoli da selezionare di anno in anno come pura foglia di fico per respingere le accuse di avere organizzato un torneo che prescinde dai risultati sportivi.

Alla guida della Superlega ci sono i due più convinti assertori del modello superleghista, il madridista Florentino Pérez, che si è appena ritirato dalla corsa ad Aspi (Autostrade per l’Italia), e lo juventino Andrea Agnelli, rispettivamente presidente e numero due della nuova organizzazione.

Ci sarebbe da inserire qui l’abituale predicozzo sulla contrapposizione fra meritocrazia e timocrazia, come nell’antica Grecia si chiamava il potere del censo. Ci sarà tempo. Intanto sono incominciate le consultazioni diplomatiche fra gli emergenti scissionisti e quei poteri costituiti che, calendario alla mano, oggi avrebbero dovuto occuparsi di Euro 2021, con la revisione delle proposte mandate dalle federazioni locali sulla riapertura degli stadi almeno al 25% della capienza per il torneo continentale a dodici sedi.

In verità, non sembra ci siano punti di mediazione. Un nuovo campionato a venti squadre con turni da giocare a metà settimana può forse essere compatibile con i campionati nazionali, per il poco che conterebbero, ma è antagonistico rispetto alla Champions, all’Europa league, alle coppe nazionali e pone un serio problema di convivenza con le manifestazioni per squadre nazionali già compresse oltre ogni limite, prima che dalla pandemia, dalla ricerca ossessiva di nuovi eventi per aumentare i ricavi.

I risultati di un muro contro muro fra i dodici e il blocco, non si sa quanto compatto, Uefa-Fifa potrebbero riportare a una polverizzazione di sigle come quella che ha distrutto la boxe professionistica. In quanto al modello delle leghe Usa (Nba, Nfl, Nhl, Mlb) non sembra riproducibile in Europa ed è basato su premesse imprenditoriali e sportive totalmente diverse.

La Superlega, e questa è una delle poche cose chiare fin dall’inizio, si propone come un nuovo cartello che ambisce a distruggere l’esistente. Può darsi che l’esistente non meriti di esistere ma, con tutte le sue ipocrisie, il sistema in vigore garantiva un minimo di vincolo con la parte sana dell’attività sportiva, quella che arriva dal basso, da migliaia di piccole società dilettantistiche che assicurano un diritto diffuso attraverso una politica di vasi comunicanti, anche se magari comunicanti alla lontana.

La Superlega è la bolla sanificata da ogni circolazione alto-basso del sogno sportivo con una discriminazione netta anche dei tifosi tra vip e appassionati di calcio minore. È un meccanismo oligarchico di cooptazione che fa a meno di elezioni. È la distruzione del sogno calcistico che funziona da 150 anni e così bene da avere portato il football al vertice fra le competizioni sportive del mondo.

Per questo, ma non solo per questo, la Superlega è un progetto nocivo e autolesionistico. E tirare in ballo la pandemia per motivare una scelta che cova da vent’anni è una finezza che non ha bisogno di commenti.

La parola passa agli eserciti, di avvocati.

fontana-morattiÈ strano che esistano i reati di false comunicazioni ai soci e di procurato allarme e non esista il delitto di annuncio fraudolento, stretto parente di entrambi. Per la giunta capitanata, si fa per dire, da Attilio Fontana l’annuncio falso è sistema di governo. Lo si è visto una volta di più quando il Corriere della Sera del 30 marzo ha amplificato l’ennesima vittoria del trio Fontana-Bertolaso-Moratti: “tutti gli over 80 hanno ricevuto la convocazione per il vaccino”.

Quello che il Corsera ha ricevuto, subito dopo, è una valanga di proteste da parte di lettori ultraottantenni che si sono firmati con nome, cognome e codice fiscale quasi fossero tornati a iscriversi sul leggendario portale regionale Aria costato 18,5 milioni di euro ossia quanto un vero portale in oro a 18 carati.

In circostanze simili torna di attualità il dibattito sui doveri di informare. Un medico di base lombardo che fornisce notizie e indicazioni dal territorio qualche giorno fa diceva a RdC: «Voi scrivete che ci sono i vaccini dai medici di base. Questo per me significa ricevere 95 telefonate in una giornata da pazienti che se la prendono con me perché io non ho i vaccini. La maggior parte sono gentili. Alcuni ti maltrattano. Dovreste controllare meglio quello che scrivete».

Parole sante. Verificare una notizia è doveroso. Dopo di che qui ci troviamo di fronte a un organo di governo regionale che da mesi vive di profezie, di piani quinquennali, di trionfi imminenti, di nuovi ospedali e di strepitosi obiettivi.

Un cronista non può esimersi dal riportarli anche se dovrebbe aggiungere un disclaimer, proprio come fa l’assessore al Welfare. Moratti dice: arriveremo ai 6,6 milioni entro giugno, vaccineremo tutti gli anziani entro l’11 aprile, a meno che ci siano i vaccini, non piova troppo, l’Inter vinca lo scudetto e le temperature si mantengano costanti in un arco di variazione fra 1° e 1,5°.

Nei termini del business caro alla vicepresidente assicuratrice, si chiama small print. Sono le piccole clausole di un contratto che i firmatari ingenui firmano senza leggere, a loro rischio e pericolo.

In questo caso i firmatari, per motivi di età, hanno la vista in calo di performance. Magari hanno anche votato Fontana. Magari lo rivoterebbero. Certo è che la sanità lombarda andrebbe commissariata, magari da uno di quei generali alla Cotticelli che tanto bene hanno fatto in Calabria.

Già da domani, c’è da giurarci, si troverà un capro espiatorio da presentare alla coppia di visitatori Figliuolo-Curcio che è in tournée per l’Italia a dire dovunque “andrà tutto bene”. Magari si troverà anche qualcuno per mandare questi benedetti sms. Intanto dal 15 febbraio ci sono molte decine di migliaia di anziani lombardi che non hanno nemmeno avuto il famoso sms di scuse, anche questo annunciato e arrivato a pochi.

Un mese e mezzo di attesa, di stress, di dubbi del tipo forse sono io che non so usare il telefonino, di incertezza assoluta. Non è la polmonite bilaterale ma anche questo, a più di 80 anni e in pandemia, è un danno che la giunta dovrebbe pagare. Come? Semplice. Con le dimissioni.

matteo-bassettiLa chiamano la cura dei vip perché ha rimesso in piedi in un batter d’occhio Donald Trump, positivo al Covid-19 in campagna elettorale. Eppure gli anticorpi monoclonali non riescono a sfondare la barriera numerica necessaria a farne una difesa rilevante contro il virus.

Il molto mediatico Matteo Bassetti (nella foto, con sfondo di testi scientifici) ha dichiarato di recente a Repubblica di avere trattato 300 pazienti. Per il direttore del reparto malattie infettive del San Martino di Genova, talora incline al trionfalismo, è un risultato da record italiano ma per le dimensioni del fenomeno pandemico è nulla.

Intorno ai monoclonali si è creato il classico corto circuito all’italiana. Tutti, o quasi tutti, concordano che siano il golden standard per trattare il contagio e ridurre dell’85% o più la mortalità. Da qui in avanti nascono i problemi.

Per iniziare, sono cure di tipo ospedaliero. A differenza di un anti infiammatorio o del vaccino stesso, le fiale di Regeneron o di Eli Lilly, per citare i due prodotti diffusi sul mercato, presuppongono un ricovero o un trattamento domiciliare eseguito in condizioni equivalenti.

Poi bisogna intervenire a stretto contatto con i primi sintomi. Alcuni dicono una settimana. Per altri non più di tre giorni. I medici di base sono di fatto tagliati fuori. Men che meno possono tenere loro le fiale, che viaggiano sopra i mille euro l’una.

Andare in pronto soccorso ai primi sintomi, se non si ha la fortuna o sfortuna di essere molto malati fin dal principio, significa essere rimandati a casa finché i sintomi non si aggravano. A quel punto, di solito è passato troppo tempo.

Come paradosso aggiuntivo, gli scettici verso i monoclonali fanno notare che la somministrazione ai primi sintomi, di solito più lievi, invalida il giudizio sull’efficacia del farmaco. Per una pura questione di logica, è difficile capire se i sintomi leggeri sono stroncati dal farmaco o se sarebbero spariti comunque. Nel dubbio, se ti chiami Trump, ti danno i monoclonali di Regeneron. Se non ti chiami Trump, aspetta e spera. Oppure ti rivolgi al prof. Bassetti che con il suo protocollo dice di avere ammesso 75 pazienti direttamente in reparto senza passaggio dal pronto soccorso.

Poi c’è la politica. I due produttori principali non sono italiani, anche se uno dei due (Eli Lilly) ha sede anche in Italia a Sesto Fiorentino e produce a Latina. Il blocco dei monoclonali da parte dell’Aifa è stato variamente interpretato come una faida fra presidente in quota leghista (Giorgio Palù) e direttore in quota Leu (Nicola Magrini). La tesi di area Palù sostiene che Magrini ha fermato la diffusione non per prudenza ma per aiutare un’impresa italiana (Menarini). Magrini ovviamente rigetta questa interpretazione.

In attesa di dirimere la contesa, i monoclonali rimangono al margine e il Covid-19 aumenta il pedaggio di vittime, vip inclusi. La scorsa settimana c’è stata una media giornaliera di 400 decessi, mai così tanti dalla prima di febbraio, e i primi giorni del settimana in corso danno cifre in ulteriore ascesa.

Esteri. A proposito di presidenti degli Usa, Joe Biden ha incassato un invito alla buona salute dal collega russo da lui accusato di essere un assassino. Molti hanno interpretato la cosa come una minaccia appena velata. E se invece Volodja sapesse qualcosa che noi non sappiamo? Tipo che arriva presto Kamala?

Gallera news. L’uso di una vecchia sottorubrica di Diario del Virus è dettato da pura nostalgia gallerista. La catastrofe dell’agenzia regionale lombarda Aria, anticipata senza aiuto di palla di cristallo dall’Espresso, è stata risolta con l’usuale brillantezza dalla coppia Attilio Fontana-Letizia Moratti. La vicepresidente è intervenuta con durezza. La squadra Aria non va? Si cacciano i consiglieri non operativi e si conferma, anzi, si promuove l’allenatore.

La prossima volta, assessora, consigliamo una telefonata al cognato Massimo. Nel calcio funziona in un altro modo e il calcio, checché ne dicano i maligni, è uno dei sistemi più meritocratici esistenti in Italia.

Intanto il superconsulente Guido Bertolaso si irrita perché a Sky Tg 24 gli fanno domande sgradevoli e se ne va. Si pregano i colleghi di desistere da questo atteggiamento. Meno tempo Bertolaso passa in tv, più ne ha per fare danno nella sanità lombarda. Infine, il nuovo dg regionale Pavesi scelto da Moratti (Letizia, non Massimo) mette in pista l’AstraZeneca per gli over 80. Non si può fare ma va bene per finire sui giornali. Annunciate annunciate, qualcosa resterà.

figliuolo-1-720x600La sospensione del vaccino Astra Zeneca ha colpito una campagna di immunizzazione che già presentava fragilità notevoli, soprattutto in alcune regioni (Sardegna, Calabria, Liguria, Lombardia) che ora hanno gioco facile a ribaltare le loro inefficienze su governo, Ema, Oms, Aifa, Cts e così via.

Dalla cronaca arrivano testimonianze che non alleggeriscono le tinte fosche del prossimo futuro. Ultraottantenni convocati e poi rimandati a casa intatti perché il Pfizer è finito e Az non si può fare. Medici che si lamentano di avere fatto soltanto 45 iniezioni in un turno di sei ore perché il lavoro amministrativo (compilazione fascicolo anamnesi) è troppo ingombrante. Pazienti che mormorano di essere stati vaccinati in fretta e furia, senza avere compilato il papello informativo. Personale sanitario che chiede lo scudo penale rispetto a eventuali inchieste su incidenti da vaccinazioni. Dati ancora ufficiosi ma preoccupanti sulle dosi sprecate.

Infine, con puntualità straordinaria rispetto alle follie di Carnevale-San Valentino, la contabilità funebre ricomincia a salire e prepara un marzo-aprile in linea con il 2020.

Lasciamo da parte la questione scientifica su Az in attesa che si pronuncino le autorità competenti. Lo faranno a brevissimo e con un esito che sembra scontato: via libera magari con qualche prescrizione in più, come accade ai progetti di opere pubbliche. Queste prescrizioni andranno in senso contrario rispetto alla nuova fase della campagna dove si parla di vaccinare dovunque, alla garibaldina, in farmacia, magari alla posta e per chi ha reazioni sfavorevoli c’è sempre l’ambulanza.

Di sicuro, senza Az non è pensabile condurre una campagna vaccinale che in questo momento in Italia coinvolge tre prodotti: Pfizer (5,9 milioni di dosi distribuite), Moderna (poco meno di mezzo milione di dosi distribuite) e appunto Astra Zeneca (circa 2,5 milioni di dosi distribuite).

Si attende a breve il contributo di Johnson&Johnson mentre Sputnik V sembra allontanarsi dopo che il presidente Usa Joe Biden ha dato dell’assassino al collega russo Vladimir Putin e la pur nobile impresa cubana non ha le capacità produttive per soddisfare richieste globali.

Con il ritorno in campo di Az ci saranno meno scuse per le amministrazioni locali che in one disastrate come la Lombardia già sognano il ritorno in arancione. Ma l’accelerazione decisiva promessa dal generale Figliuolo all’atto della nomina (2 marzo) ancora non si vede.

Se si guarda al numero di dosi somministrate, la somma è raddoppiata in poco meno di un mese, dai 3,5 milioni del 22 febbraio ai 7 milioni superati il 17 marzo. Va sottolineato che i vaccinati a dose doppia sono di poco superiori ai 2 milioni e le dosi disponibili in questo momento sono di poco superiori a 1,7 milioni.

È un buon margine, se Az riparte. Se no, bisogna prepararsi a un’estate molto più grama dell’ultima. In Sardegna, stabilmente ultima nella campagna vaccinale ma in zona bianca, si parla di chiudere chiusura dei confini in vista della prossima estate. Sceicchi e oligarchi esclusi. Loro avranno il Covid pass.

Necrologi. Ci ha lasciato, sembra non per Covid-19, Marvin Hagler. Il suo match del 1979 con Vito Antuofermo è nell’epica della boxe. Ci ha lasciato, per complicazioni legate al Covid, anche Marco Bogarelli, il re dei diritti tv. Non gli mancava né il denaro, né le conoscenze per farsi curare al meglio. Aveva solo 64 anni ed era in buona salute. Un caso ideale per la rieducazione dei negazionisti. Infine, il virus si è preso anche Raoul Casadei, l’imperatore del liscio, uno che all’apice della carriera faceva 400 concerti all’anno. Ma sul vaccino qualcuno in Lombardia ha detto che non c’è fretta.

ama7Uno, nessuno e centomila sono i morti di Covid-19 da quando è partito un conto incerto, approssimato per difetto di un buon 20 per cento. I giornali pubblicano le loro antologie di Spoon River, con i quadretti delle facce allineati come accade nei necrologi delle cronache di provincia. È una scelta arbitraria, necessariamente. Non basterebbe carta per mettere tutti. Si privilegiano i volti giovani, i tanti che non rientravano nella balla negazionista per cui muoiono solo i vecchi e i malati o i vecchi malati.

Alcuni evocano la falsariga bellica: centomila vittime, più della campagna di Russia nella seconda guerra mondiale (ma appena un dodicesimo rispetto alla battaglia della Somme durante la prima guerra). Oppure si richiede una lapide con i nomi come hanno fatto a New York con le vittime dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle.

Giocoforza si tratterebbe di una lapide in aggiornamento perché di Covid si continua a morire e, non per annoiare con la cronaca, ma la scorsa settimana è tornata a salire la curva dei decessi che era in flessione costante dalla metà di gennaio. San Valentino e Carnevale in allegria stanno presentando il conto mentre la campagna vaccinale procede a un ritmo inferiore alla media dei paesi Ue, con l’Italia al trentacinquesimo posto nella classifica online del Financial Times.

L’idea di guerra ha seguito l’evoluzione della pandemia dal principio e fino alla nomina del generale Figliuolo alla guida della struttura commissariale. E che cosa sarebbe mai l’Italia senza generali e commissari? A pochi finora, e a nessuno a livello governativo, è venuto in mente che si potrebbe intavolare una trattativa di pace con le forze di grandezza infinitesimale che hanno mosso guerra alla razza umana per motivi non del tutto ingiustificati. La risposta è stata bellicista: più commissari, più task force, più militari.

Come sempre nelle guerre, rimangono le facce dei morti, sorridenti o stupiti di essere stati mandati al fronte senza sapere perché, con armi insufficienti e la voglia di disertare. Ma certo il pacifismo è una brutta cosa, si sa, è una cosa da deboli. Noi siamo i padroni del cosmo e non dobbiamo chiedere il permesso a nessuno, men che meno a forme di vita visibili soltanto al microscopio. Ora ci attrezziamo con i vaccini, poi potremo continuare come prima con il poker.

Il poker? Che c’entra?

Il poker c’entra sempre. È il gioco d’azzardo più geniale inventato da noi padroni del cosmo perché non esiste il punto imbattibile. Una mano può finire con due scale reali, la combinazione perfetta delle carte, e il pareggio fra contendenti non è previsto. In caso dei due scale reali, la massima batte la media, la media batte la minima. Ma la minima, anche microscopica, batte la massima.

Centomila, anzi, milioni di morti a poker. Questo sì che non si era mai visto.

1608043077385.jpg--sanremo_2021__istruzioni_per_l_uso__amadeus_con_fiorello__26_big_e_tante_donne_per_la_rinascita_L’Italia corre verso la zona rossa. Lo dice Guido Bertolaso, consulente pandemico dell’assessora regionale lombarda Letizia Moratti, e non si capisce a che titolo.

Probabilmente sono gli effetti collaterali di un altro virus insidioso che si è abbattuto sull’Italia già provata dal Covid-19. Si chiama Festival di Sanremo e offre risonanza nazionale invece che una semplice consulenza gratuita con la Lombardia.

Nell’impeto di essere il Fiorello del Covid-19, Bertolaso dichiara inoltre che bisogna andare a Bruxelles a battere i pugni sul tavolo in Eurovisione mentre l’assessora Moratti, preda di un rialzismo non sostenuto dai fatti, annuncia che ci saranno 170 mila vaccinazioni al giorno per raggiungere l’obiettivo dei 6,6 milioni di immuni lombardi entro giugno. L’ultima volta, alla Fiera ex Expo 2015, aveva parlato di 157 mila al giorno.

Se può interessare un raffronto con i dati, al 3 marzo 2021 la Lombardia ha vaccinato circa 143 mila ultraottantenni su 720 mila dal 31 dicembre 2020. Quota 100 mila è stata raggiunta il 26 febbraio. Ciò significa che in cinque giorni si è proceduto a una media poco superiore agli 8 mila over 80 al giorno. Di questo passo, ci vorrebbero 72 giorni a partire da oggi per proteggere la fascia più esposta ai decessi. Si andrebbe così di un mese oltre l’obiettivo (prima metà di aprile) promesso dal trio Fontana-Moratti-Bertolaso.

Ma questo spiacevole ritardo non si verificherà se andremo a battere i pugni sui tavoli di Bruxelles. È una novità che sostituisce il battere i pugni a Roma, dove Arcuri è stato sostituito da un generale, poco incline per mestiere a farsi battere i pugni, e dove Conte è stato rimpiazzato da Draghi con il sostegno di Forza Italia e Lega, i due partiti che comandano in Lombardia.

Ma basta con le tristezze virali.

foto_orietta_bertiLeggere i siti di informazione questa settimana significa fare lo slalom tra le notizie sul Festival di Sanremo. Finora l’evento più traumatico riguarda Orietta Berti, inseguita da tre volanti della polizia in violazione del coprifuoco alle ore 22.05. La pericolosa delinquente emiliana è stata assicurata alla giustizia.

In questa fase della pandemia il Festival assume inevitabilmente una tonalità patriottica declinata sulla resistenza. La commozione impera e, sul palco e dietro le quinte, già piangono tutti dopo un paio di giorni di gara. Eppure nel corso del tempo Sanremo è diventato un evento divisivo. C’è chi lo guarda per principio e chi non lo guarda per il principio opposto. Poi c’è la solita maggioranza silenziosa cerchiobottista che un po’ lo guarda e un po’ non lo guarda, gente incapace di ideologia.

Ogni anno si ripropone un tema di coscienza che è poi il vero movente del festival da quando il sistema produttivo della canzone italiana ha perso centralità nel sistema della musica leggera mondiale.

Sanremo racchiude tutti i dilemmi etici più amati dagli italiani. È giusto pagare tanto Amadeus e Fiorello? Il voto della giuria popolare è una truffa? Com’è possibile che Achille Lauro si vesta come Renato Zero quarant’anni dopo? Orietta Berti può usufruire dell’indulto?

Le risposte a queste domande (rispettivamente, no, sì, mah e 41 bis) anticipano la nuova ondata di chiusure che inizierà quando Sanremo sarà finito e la gente vorrà di nuovo uscire di casa ma non potrà.

Infine, un piccolo parallelo storico. L’anno scorso il festival della canzone si è tenuto nella prima settimana di febbraio, quando la parola epidemia era legata alla città di Wuhan. Era un morbo che sarebbe rimasto dall’altra parte del mondo ad ammazzare un po’ di cinesi mangiatori di pipistrelli.

Invece dello slalom, sui siti di informazione si poteva fare la discesa libera, dritto lungo un percorso dove c’era spazio soltanto per Sanremo e per un grave incidente ferroviario (6 febbraio) sulla linea del Tav nel lodigiano dove in quel momento il Sars-Cov-2 già circolava in modo massiccio a insaputa di tutti e dove sarebbe esploso con il caso del “paziente uno” il 18 febbraio seguente.

Anche Sanremo 2020 è finito nella lista dei grandi diffusori di contagio insieme ad Atalanta-Valencia e alla fiera del fieno di Orzinuovi di galleriana memoria.

PS

È in corso, con molto meno clamore, il Sanremo della letteratura ossia il premio Strega. È forse più giusto dire che Sanremo è lo Strega della musica leggera perché lo Strega nasce nel 1947 ed è quindi maggiore di quattro anni rispetto al festival della canzone (1951).

A parte questo distinguo di vello caprino, la somiglianza è impressionante.