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Non sarà una ripresa facile quella che ci attende. Ma sarà ancor più complicata se non si metteranno le aziende al centro dell’azione di governo. L’enfasi con la quale ci si appresta a fare tanta spesa pubblica (a debito) è tutta dedicata a far sì che i cittadini possano reggere alla crisi. Approccio giusto, ma manca un tassello importante. Per resistere alla crisi, oltre ad «assistere» i cittadini, si deve immaginare un futuro di crescita che permetta di passare dalla fase emergenziale allo sviluppo. A parole sembrano essere tutti convinti di questa svolta. La realtà ci dice il contrario. Siamo un Paese che vive continuamente in emergenza, incapace di dare continuità alle proprie politiche. Si pensi alla concorrenza. È uno degli elementi che rendono i Paesi competitivi, che permettono di avvantaggiare le comunità, i consumatori.

Nonostante nel 2009 fosse stato introdotto l’obbligo di emanare una legge sulla concorrenza che ogni anno facesse il punto della situazione partendo dalla relazione del Garante dell’Antitrust, solo nel 2017 quell’obbligo è stato rispettato (e peraltro ci vollero quasi tre anni di discussione prima del varo della legge). Poco importa si dirà: i vantaggi della concorrenza sono soprattutto legati ai prezzi che vengono spinti verso il basso. E in questo momento, in cui siamo in piena deflazione, questo fattore è meno rilevante visto che i prezzi scendono da soli. Ma questa è solo la parte visibile legata ai vantaggi della competizione. Pensare solo alla parte più visibile delle cose è esattamente l’errore che porta il nostro Paese a politiche episodiche e senza continuità. Una sana competizione è quella che garantisce anche maggiore qualità, innovazione. La vera concorrenza permette alle aziende di essere sempre più aderenti alle richieste dei consumatori e dei committenti. Certo è necessario pensare al lungo periodo. Ma questo, in tempi di nuova politica, e di effimeri dibattiti estivi, è forse l’obiettivo più difficile da raggiungere.

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