Per il Colle, Conte val bene una maggioranza risicata: le assurdità di una crisi nient’affatto assurda

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“Aiutateci”. Un grido finale che sembrerebbe provenire da un barcone di profughi prossimo ad essere inghiottito dalle acque, strozzato dal terrore dell’ultimo attimo; sembrerebbe, perché risuona invece, nell’aula di una Camera consapevole dell’inutile e ossessiva caccia ai cosiddetti “responsabili”, o “costruttori” che dir si voglia, come il richiamo cinico di un uomo che già ben conosce e persegue un percorso parlamentare che lo smentisce platealmente.

Ci sarà una maggioranza assoluta alla Camera, ma solo relativa al Senato, con la riserva, occulta ma non troppo, di poter contare sull’astensione di Italia Viva, fino a quando questa si preoccuperà di evitare anche il minimo rischio di scioglimento del Parlamento. Nel mentre si tenterà di rosicchiare qualche voto aggiuntivo rispetto a quello assicurato dai senatori di diritto, che non per nulla sono di sinistra, ultimo significativo regalo di presidenti della Repubblica grati al blocco progressista che li ha eletti. Sempre lo stesso slogan di Borrelli, “resistere, resistere, resistere”, per evocare la Resistenza contro il nazi-fascismo, che ora come allora dovrebbe salvare non solo la democrazia ma la stessa convivenza civile.

Ecco entrare in campo tutta la simbologia di un passato che si accinge a divorare il presente: la senatrice Segre si leva in piedi dal letto dei suoi novant’anni, esponendosi da novella eroina al rischio di beccarsi l’infezione Covid, per salvare il Paese; l’Anpi guida la solita cordata di associazioni, gruppi, persone di professione antifascista a tempo pieno. Il copione è lo stesso, c’è sempre, maggioranza o opposizione che sia, una sola parte che crede nella Costituzione, difende la democrazia, persegue la crescita sociale. E questa è definita ed individuata dalla presenza del Pci, in tutto il prosieguo di cambio di nomi, che non per niente approdano in quello di Partito democratico, unico e solo, rispetto a cui c’è posto esclusivamente per satelliti, trattandosi di un partito a vocazione maggioritaria. Il motivo non è mai cambiato, dove finisce l’ambito coperto dal partitone, lì si esaurisce il circuito democratico, fuori c’è solo qualcosa da combattere, per poi casomai recuperare una volta ridimensionato o addirittura sparito dalla circolazione.

Fa sorridere ad un ultraottantenne come il sottoscritto, in grado di ricordare benissimo il clima del secondo Dopoguerra, ascoltare gli ex compagni mitizzare De Gasperi, l’uomo politico trentino, attaccato e infamato fino alla sua morte come un fascista, un servo del padronato, un fantoccio tenuto in piedi dall’imperialismo americano. Ma, ancor più, fa malinconia, sentire citare come personaggi del patrimonio storico del Pd nomi del socialismo e del liberalismo che negli anni di università, i miei colleghi destinati a far carriera nel Pci, condannavano come innominabili, all’insegna di un marxismo alla Della Volpe e di un sovietismo alla Kruscioff.

Il passato non è passato del tutto. Rimane nel genoma dell’ex Pci il vizio democratico fondamentale di riservarsi titolo esclusivo a giudicare l’altra parte, quella che solo esistendo e funzionando rende credibile la democrazia; cioè un’altra parte che sempre viene condannata ed esecrata come anti-costituzionale e anti-democratica, ieri l’altro era la Dc e il Psi, ieri Berlusconi, oggi Lega e Fratelli d’Italia, cambia unicamente la definizione, peraltro sempre evocatrice dell’avventura fascista, da ultimo secondo un crescendo, populisti, sovranisti, trumpiani.

Il passato è divenuto presente anche ora, in questa crisi che non può certo essere accantonata con una maggioranza relativa al Senato, fra l’altro dovuta all’astensione di Italia Viva che, da qualsiasi ragione dettata – tenere insieme il gruppo senatoriale e/o evitare lo scioglimento del Parlamento – è ormai una forza di opposizione, condannata senza appello da 5 Stelle, Pd e Leu. Una prima domanda è che cosa lasci intendere il silenzio del presidente della Repubblica, perché non è credibile che quando nel messaggio di fine d’anno parlava di “costruttori” volesse riferirsi a qualche parlamentare in cerca di un letto apparentemente più sicuro se non anche confortevole. Tutti i rumors provenienti dal Colle, così come riferiti ed enfatizzati dagli stessi mass media schierati corpo e anima a sostegno del Governo Conte, erano nel senso di una maggioranza politica stabile, cioè composta da forze con una precisa identità programmatica, cosa che appunto ha dato spazio alla ricerca a tutto campo dei “responsabili”, come gruppo centrista accomunato da un afflato europeista. Fallito, a quanto sembra, il tentativo, l’alternativa meglio praticabile sarebbe stata quella di tener conto della disponibilità manifestata da Forza Italia, riaprire la trattativa anche in costanza del Conte 2 o in vista di un Conte 3.

In tale direzione ci si potrebbe aspettare si sia mossa la moral suasion di Mattarella, ma a stare al discorso alla Camera del nostro presidente del Consiglio non sembra aver avuto alcuno effetto, il che fa pensare che dal Colle si sia ben disposto anche a condividere una maggioranza risicata al Senato, in attesa di una prossima più redditizia campagna di reclutamento, a meno che, prima di andare al Senato, Conte si dimetta, con la garanzia di un reincarico.

Non vale la pena di soffermarsi sull’assurdità della crisi, condivisa da tutti i corifei alla corte dell’avvocato del popolo, anche di autentico nobilitato, come il rotondo e pacioso Paolo Mieli, che, nello stesso momento in cui Mastella annunciava il fallimento della ricerca dei responsabili, consigliando a Conte di riconciliarsi con Renzi, elevava un sentito gradimento per l’implacabile intuito di Travaglio, che solo, fra tutti, aveva mostrato la diritta via da percorrere, quella appunto dei responsabili.

Purtroppo la crisi non è affatto assurda, perché proprio in una situazione estremamente difficile occorre una guida forte, legittimata elettoralmente,  mentre quella che c’è ha dimostrato di mancare clamorosamente proprio sulla questione centrale del Recovery Plan, che, nella sua versione abborracciata fino al grottesco sarebbe certo passata, nonostante le lamentazioni patetiche del fantomatico segretario del Pd, se Renzi non avesse puntato i piedi, con qualche miglioramento, peraltro a quanto pare non ancora sufficiente a passare il controllo comunitario. Ma la prova del nove della fondatezza della mossa renziana l’ha data nel suo discorso lo stesso Conte, costretto a rinunciare alla gestione diretta dei servizi segreti, che forse gli doveva tornare di qualche utilità nella conoscenza delle dinamiche più riservate dell’attività dei partiti.

Ora, se ed in quanto, la maggioranza ormai quasi maggioranza, decidesse di continuare nonostante tutto, l’arma a sua disposizione sarebbe quella di ricollegare alla eventuale sfiducia, in cui dovesse incorrere, le elezioni. Ma per Renzi questo è solo un bluff, che una volta chiamato si è rivelato tale, ad aver tremenda paura delle elezioni è proprio l’attuale coalizione di Governo, che, con qualunque legge elettorale anche proporzionale, sarebbe condannata ad uscire sconfitta. Certo si fa balenare la possibilità di una lista Conte, che dovrebbe costituire una qual sorta di traghetto per gli “europeisti” recuperati, solo che senza escludere una qualche percentuale aggiuntiva, fra il 10 il 15 per cento in gran parte sarebbero voti attinti dall’elettorato dei 5 Stelle e del Pd, con quest’ultimo non di molto al di sopra delle due cifre.

Il piano può anche funzionare, ma con l’imperativo categorico di raggiungere in qualche modo in Senato il fatidico obiettivo di 161 voti; comunque, il rischio di uno scioglimento delle Camere verrà meno fra pochi mesi, sì da risolversi in una sorta di liberi tutti, ciascuno dei volenterosi alla ricerca di un accasamento che gli assicuri un posto in un futuro Parlamento assai più avaro nei numeri. Questo si intreccerà con l’elezione del prossimo presidente della Repubblica, creando un clima già malsano di suo, per essere il corpo elettorale “delegittimato” dalla sua prospettata riduzione; ma in più per il coesistere di un mercato dei singoli dentro al mercato dei partiti, già sfilacciato più del solito.