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Partiti fragili, campagna elettorale affidata agli umori dei social

Dal 1994, per l’esattezza 28 anni, un periodo lunghissimo valutato coi tempi del nostro presente storico, in Italia nessun governo e nessuna maggioranza sono riusciti a farsi riconfermare dai cittadini italiani nelle urne. Tutti i governi e gli esperimenti politici sono stati bocciati dalla verifica delle elezioni successive.

Sarà così anche questa volta perché l’equilibrio politico emerso dalle elezioni di quattro anni fa si è sbriciolato fin da pochissime settimane dopo quel voto (4 marzo 2018). Allora FdI era pressoché inesistente (4 per cento e qualcosa), oggi i sondaggi danno come primo partito quello della Meloni che di Fdi è la leader. I 5S, allora incontrastati trionfatori, conserverebbero solo poco più di un terzo dei voti sprofondando tra 10 e 15. Anche Salvini (tra i vincitori del ‘ 18) e Berlusconi (già allora sconfitto) sono considerati dai sondaggi in caduta libera rispetto allora: cedono secchiate di voti alla Meloni e pescano poco dalle novità e dal disastro 5S.

Paradossalmente l’unico partito a reggere perché dato in crescita è (sarebbe) il Pd di Enrico Letta (dal 18,7 per cento di allora al 21/ 22). Un risultato ritenuto lusinghiero perché, a dar retta ai sondaggi, Letta avrebbe riassorbito per intero la scissione Calenda- Renzi (valutati poco sopra il 5 per cento dall’Ipsos) e avrebbe addirittura guadagnato qualche punto. Ma lusinghe a parte, l’incremento Pd è troppo debole per assicurare una svolta al voto. Non a caso Letta è al centro di robusti attacchi politici e mediatici.

Certo oggi (quando mancano ancora 18 giorni al voto) nessuno può sapere come andrà a finire. L’assenza di partiti e la loro sostituzione con (presunti) leader e/ o uffici specializzati in pubblicità (soprattutto per coprire i social) non consentono valutazioni attendibili. È questo l’aspetto più grave e pericoloso innescato dalla crisi del nostro sistema politico fondato sui partiti che si infragilisce sempre di più e peggiora col passare del tempo. I partiti sembrano aver consegnato tutto il dibattito per la formazione degli orientamenti elettorali a centri specializzati.

Da qui parte poi una spinta verso i giornali quotidiani che, data la loro crisi crescente, si appoggiano e si riversano sempre più sui circuiti televisivi. Basta ormai tenere a mente l’orientamento delle televisioni e la testata dei giornalisti “ospiti” per indovinare come si snoderà la discussione e per quale partito o coalizione si sta facendo il tifo o la pubblicità. In questo quadro nessuna sorpresa se Pagnoncelli, presidente Ipsos, spiega che il 51 per cento degli italiani (il 18 per cento poco, il 33 per nulla) non ha seguito alcun dibattito elettorale. Solo il 22 per cento degli elettori è stato attratto e coinvolto dal circuito propagandistico.

La verità è che nel paese sta crescendo con molta forza un orientamento politico che si fonda sui sondaggi senza tenere conto che i voti attribuiti coi sondaggi ( i sondaggisti lo ripetono sempre ma nessuno sul punto li prende sul serio) sono solo una piccola parte dell’orientamento politico degli italiani i cui contatti coi partiti sono sempre più deboli e fragili.

Nonostante sia questo il quadro preelettorale del nostro paese l’attenzione per il voto fuori dall’Italia è altissima. Il voto degli italiani del 25 settembre avrà un peso politico inedito paragonabile, forse, soltanto al precedente del 1948. In questo momento l’Italia è per dimensione la terza potenza dell’Unione europea dopo Germania e Francia. Sono molto forti, e con ramificazioni anche in Europa e dentro il nostro paese, le forze che lavorano e sperano che l’Italia diventi il tallone d’Achille dell’Europa unita.

L’aggressione russa, immaginata come una serena e rapida passeggiata per sottomettere l’Ucraina e indebolire l’Europa frantumandola, s’è rivelata come lo specchio delle debolezze della Russia di Putin. Dall’inizio dell’aggressione ad oggi la condizione della Russia, a leggere le valutazioni della Banca mondiale, sono drasticamente peggiorate. Per il 2022 si calcola una contrazione del reddito del 10 per cento. Importazioni ed esportazioni precipitano di quasi 30 punti e l’inflazione per fine 2022 potrebbe superare il 20 per cento. Lo scontro armato è bloccato.

Putin non riesce a procedere e inizia ad avvertire il peso della situazione. Tanto più che la guerra uccide chi la fa e sono finite le riserve di “volontari” e soldati di professione e per continuare bisognerà iniziare a mandare sul fronte i ragazzi di Mosca. I russi non nascondono la certezza e la speranza che l’Italia si frantumi diventando il tallone d’Achille dell’Europa unita. Le prossime elezioni italiane hanno al centro questa posta. È un problema che va oltre le coalizioni di centro destra e centro sinistra che si presentano agli elettori. Anche perché entrambe, dal punto di vista della guerra, registrano al proprio interno posizioni diverse. Ma ai partiti forse non è chiaro.

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