Palamara: “Così la Procura di Roma si oppose alla nomina di Gratteri a ministro della Giustizia”

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L’ex presidente dell’Anm ripercorre le fasi della mancata nomina di Nicola Gratteri a ministro della Giustizia con l’allora governo Renzi: «La magistratura è più potente della politica e può condizionare la riforma della politica»

«La magistratura è più potente della politica e può condizionare la riforma della politica». Lo ha detto l’ex presidente dell’Anm, Luca Palamara, intervenendo alla trasmissione Buongiorno Regione della TgR Calabria. L’ex magistrato, che ha origini calabresi, ha sottolineato che in Calabria «ci sono degli importanti investigatori e importanti magistrati che si battono per la legalità», quindi ha ripercorso le fasi della mancata nomina di Nicola Gratteri a ministro della Giustizia con il Governo Renzi. «Nicola Gratteri – ha detto – è una persona troppo indipendente. Con lui ho condiviso l’inizio della mia carriera. Basta prendere l’ultimo documento di pochi giorni fa di Magistratura Democratica per capire che Gratteri all’interno della magistratura, quanto meno, non è benvoluto dalla parte che conta della magistratura. Ho sempre apprezzato, al di là del merito delle inchieste, comunque il suo coraggio». L’ex presidente dell’Anm ha aggiunto: «Nella vicenda della mancata nomina a ministro della Giustizia, sicuramente all’interno della magistratura e nell’allora mio ufficio, la Procura di Roma, c’era timore che potesse diventare Ministro. Per la mia esperienza, quando si mettono in moto questi meccanismi, difficilmente la politica può accettare una cosa del genere. Successivamente – ha concluso Luca Palamara – ho avuto modo di sapere in alcuni incontri politici che non era voluta da alcuni magistrati della Procura di Roma».

I fatti risalgono al 2014. L’anno in cui Matteo Renzi era presidente del Consiglio: appena incaricato dall’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il leader di Italia viva voleva a tutti i costi Gratteri alla guida del ministero della Giustizia. Gratteri al tempo era procuratore aggiunto a Reggio Calabria ma si era già fatto notare per la sua lotta alla criminalità organizzata e una popolarità sempre crescente anche al di fuori della magistratura Per questo Renzi voleva affidargli la guida di via Arenula, ergendolo a «segnale più importante della discontinuità che intendo dare al mio esecutivo». Gratteri era pronto ad accettare ma, disse, «soltanto se avessi la libertà di realizzare le cose che ho in testa». Voleva carta bianca, insomma, e l’allora neo inquilino di palazzo Chigi era disposto a dargliela. Ma non finì bene, perché a mettersi di traverso fu proprio Napolitano, che storse la bocca quando Renzi presentò la lista dei ministri. Si parlò di una regola non scritta, ma praticamente sempre rispettata, per cui un magistrato ancora in servizio non potesse ricoprire il ruolo di ministro della Giustizia. Non tutte le ricostruzioni di quei momenti convergono, fatto sta che dopo tre ore di colloquio la lista dei ministri cambiò e quella casella venne occupata da Andrea Orlando, democratico garantista, pro abolizione dell’ergastolo e contrario all’obbligatorietà dell’azione penale.