Non solo vaccini. Cazzola legge i (veri) numeri sul Covid

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L’Istituto Superiore di Sanità (Iss) ha aggiornato al 16 dicembre scorso il bilancio dei decessi sulla base della distribuzione geografica secondo le tre fasi che hanno caratterizzato la pandemia. Ecco cosa emerge

Nel momento cui si annuncia la campagna di vaccinazione contro il Covid-19 (si andrà avanti per tutto il 2021) l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) ha aggiornato al 16 dicembre scorso il bilancio dei decessi sulla base della distribuzione geografica secondo le tre fasi che hanno caratterizzato la pandemia: la prima ondata (marzo-maggio), la fase di bassa incidenza (giugno-settembre), e la seconda ondata (ottobre-dicembre), quest’ultima ancora in corso.

L’Iss avverte correttamente che ciascuna Regione ha la propria organizzazione per l’aggiornamento e relativi tempi di esecuzione. Nel leggere quindi i dati per Regione, bisogna tenere conto che i tempi di notifica, controllo, verifica e aggiornamento dei dati varia da Regione a Regione e da periodo a periodo; ciò può implicare variazioni (in aumento e/o in diminuzione) e differenze sia con i dati già pubblicati nei report precedenti, sia con i dati pubblicati dalla Protezione Civile.

Va inoltre considerato che le differenze regionali nella percentuale di decessi riportate non devono essere interpretate in termini di rischio. La letalità dipende, infatti, dal numero di infezioni avvenute in ciascuna Regione in un arco temporale compatibile con l’eventuale osservazione dell’evento fatale. A questo proposito, occorre anche tener presente che la differenza tra il numero di infezioni e casi notificati può variare a livello regionale e nel corso del tempo in funzione di diverse strategie di accesso al test adottate durante l’epidemia, distorcendo così il confronto. La tabella mette in evidenza la distribuzione dei decessi nelle tre fasi ricordate e per ciascuna regione.

Come si può notare, sia pure in senso decrescente rispetto ai decessi della prima fase, Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto sono le regioni in cui la letalità ha colpito di più: in media il 65,2% per 41.413 (su 63.562) decessi da marzo al 16 dicembre. L’età media dei pazienti deceduti e positivi a Sars-CoV-2 è pari a 80 anni. Le donne decedute sono state 27.132 (42,7%). L’età mediana dei pazienti deceduti positivi a Sars-CoV-2 è più alta di oltre 30 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l’infezione (età mediane: pazienti deceduti 82 anni – pazienti con infezione 48 anni). Le donne decedute dopo aver contratto infezione da Sars-CoV-2 hanno un’età più alta rispetto agli uomini (età mediane: donne 85 – uomini 80). L’andamento dell’età media dei pazienti deceduti positivi a Sars-CoV-2 per settimana di calendario, a partire dalla 3° settimana di febbraio 2020 (la data del primo decesso risale al 21 febbraio 2020). L’età media dei decessi settimanali è andata sostanzialmente aumentando fino agli 85 anni (1° settimana di luglio) per poi calare leggermente.

Per quanto riguarda i decessi di età inferiore a 50 anni, al 16 dicembre 2020 sono 737, dei 63.573 (1,2%), i pazienti deceduti SARS-CoV-2 positivi. In particolare, 190 di questi avevano meno di 40 anni (117 uomini e 73 donne con età compresa tra 0 e 39 anni). Di 41 pazienti di età inferiore a 40 anni non sono disponibili informazioni cliniche; degli altri pazienti, 130 presentavano gravi patologie preesistenti (patologie cardiovascolari, renali, psichiatriche, diabete, obesità) e 19 non avevano diagnosticate patologie di rilievo.

Prima del ricovero in ospedale, il 21% dei pazienti deceduti Sars-CoV-2 positivi seguiva una terapia con ACE-inibitori e il 14% una terapia con Sartani (bloccanti del recettore per l’angiotensina). Nelle donne il numero medio di patologie osservate è di 3,8; negli uomini è di 3,5.

Nel 90,6% delle persone decedute e di cui sono state analizzate le cartelle cliniche nella diagnosi di ricovero erano menzionate condizioni (per esempio polmonite, insufficienza respiratoria) o sintomi (per esempio, febbre, dispnea, tosse) compatibili con Sars-CoV-2. In 522 casi (9,4% ) la diagnosi di ricovero non era da correlarsi all’infezione. In 76 casi la diagnosi di ricovero riguardava esclusivamente patologie neoplastiche, in 176 casi patologie cardiovascolari (per esempio infarto miocardico acuto-Ima, scompenso cardiaco, ictus), in 73 casi patologie gastrointestinali (per esempio colecistite, perforazione intestinale, occlusione intestinale, cirrosi), in 197 casi altre patologie.

L’insufficienza respiratoria è stata la complicanza più comunemente riportata nel campione di deceduti per cui sono state analizzate le cartelle cliniche (94,0%), seguita da danno renale acuto (23,8%), sovra-infezione (19,4%) e danno miocardico acuto (10,8%). Nell’intero arco temporale preso in considerazione, aumentano i decessi di persone con 3 o più patologie preesistenti e diminuiscono quelli con meno patologie o nessuna: ciò sembra indicare che nel secondo e nel terzo periodo i decessi riguardano persone più anziane e con una condizione di salute preesistente peggiore rispetto ai decessi relativi al primo trimestre (tabella 1). Estremamente diverso nei tre periodi è anche l’uso di farmaci, con una netta riduzione nell’utilizzo degli antivirali e un aumento nell’uso degli steroidi nel secondo e terzo periodo.

La terapia antibiotica è stata comunemente utilizzata nel corso del ricovero (85,8% dei casi), meno utilizzata quella steroidea (51,3%), più raramente la terapia antivirale (48,7%). Il comune utilizzo di terapia antibiotica può essere spiegato dalla presenza di sovra-infezioni o è compatibile con inizio terapia empirica in pazienti con polmonite, in attesa di conferma laboratoristica di Sars-CoV-2. In 1409 casi (23,9%) sono state utilizzate tutte 3 le terapie. Al 4,1% dei pazienti deceduti Sars-CoV-2 positivi è stato somministrato Tocilizumab come terapia.

Nel battage quotidiano sulla pandemia la complessità dei problemi che emergono da questi dati non compare. Ne deriva un’informazione parziale e incompleta. Soprattutto per quanto riguarda la causa del decesso e se l’evento è da attribuire al covid-19 oppure se il contagio sia nella generalità dei casi una complicazione intervenuta su di un quadro patologico di per sé letale.

Si sta facendo strada con riferimento al covid-19 un approccio che sviluppa il concetto di sindemia: ovvero l’insieme di problemi di salute, ambientali, sociali ed economici prodotti dall’interazione sinergica di due o più malattie trasmissibili e non trasmissibili, caratterizzata da pesanti ripercussioni, in particolare sulle fasce di popolazione svantaggiata. A chi scrive l’adozione di questo concetto sembra più pertinente alla realtà. Senza nulla togliere alla gravità della pandemia, ma osservando con più cura i casi in cui sia causa o concausa del decesso, anche per diffondere statistiche più veritiere.