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Non solo rincari, la globalizzazione detta la crisi dei prodotti ortofrutticoli




Roma, 6 ott – I continui rincari su energia e materie prime si fanno sentire, eccome, anche nei campi e nella produzione dei prodotti ortofrutticoli. Raffaello Mantovani, un imprenditore agricolo del Polesine, dopo decenni di coltivazione di frutta, adesso, ha deciso di darci un taglio, in tutti i sensi. L’agricoltore veneto ha infatti tagliato tutte le piante di prugne precoci. Rinuncerà ben alla metà degli ettari (3 su 6) dei quali dispone a Villanova del Ghebbo, in provincia di Rovigo. Se la crisi però continuerà, avverte l’imprenditore veneto, il prossimo anno potrebbe trovarsi a chiudere definitivamente campi e attività.

E’ alquanto amareggiato l’imprenditore dei frutticoltori di Confagricoltura Rovigo. La sua è la terza generazione di agricoltori dopo il nonno e il papà. “È finita un’epoca per la susina. – dichiara Raffaello Mantovani all’Ansa – Il Polesine è stato un albero da frutta molto diffuso per decenni, con ottimi risultati di resa e di qualità. Poi c’era stato un periodo in cui era stato sostituito dal pero e dal melo, che sembravano avere più presa sul mercato. Dieci anni fa, invece, le prugne erano tornate di moda e quindi la coltivazione stava riconquistando terreno. Invece adesso la mazzata: tra la concorrenza dei Paesi stranieri, la siccità e la crisi economica innescata dal conflitto russo-ucraino, la nostra frutta non la compra più nessuno. La gente acquista il pane, la carne, i formaggi, ma il resto viene considerato un di più”.

Non solo rincari, la globalizzazione strangola il commercio italiano

Stando alle dichiarazioni di Mantovani, dunque, se la crisi dei consumi dettata anche dai folli rincari di energia e reperibilità delle risorse, sancisce un tracollo del settore, il commercio esterofilo fa il resto del lavoro. Ammazzando, di fatto, il lavoro, quello locale. Il consumatore, oggi, nell’epoca del mercato globalizzato, guardando il portafoglio in tasca e le bollette stratosferiche nella buca delle lettere, purtroppo, ma comprensibilmente, preferisce la grande distribuzione con costi nettamente inferiori. “Per le varietà precoci, come la susina Prime Time – continua l’imprenditore di prodotti ortofrutticoli – mi avevano offerto tre centesimi al chilo. Così le ho lasciate tutte sull’albero. Del resto, alla cooperativa, tra costo trasporto, celle frigorifero, lavorazione, imballaggi e trasporto ai supermercati, la susina costa 48-50 centesimi al chilo. La grande distribuzione non le paga più di 52, che è il prezzo con cui compra quelle della Spagna. E i conti sono presto fatti”.

Messo alle strette, l’imprenditore dei prodotti ortofrutticoli del Polesine adesso punta sulla susina della varietà tardiva Angeleno. “È una susina che in frigo può durare parecchio, anche fino a gennaio. Perciò ne ho raccolte metà, con la speranza che per le feste natalizie qualcuno le comperi. Ma i distributori mi hanno detto di non farmi troppe illusioni, perché il mercato adesso chiede le susine extra large a pasta gialla che arrivano dall’estero, molto meno buone delle nostre ma più grandi“.

A rischio la tradizione agricola e famigliare italiana

Raffaello Mantovani però ancora non si dà per vinto. Se il mercato dei prodotti ortofrutticoli e, in particolare, delle susine, è in fortissima crisi, quello delle nocciole potrebbe aprire spiragli davvero importanti. “Ho già alcuni ettari di coltivazione, ma voglio aumentarli perché l’industria dolciaria sta puntando sulle nocciole made in Italy dato che quelle che arrivano da Turchia e Algeria sono piuttosto scadenti. L’Italia produce solo il 30 per cento rispetto al fabbisogno. C’è, quindi, spazio per crescere. Ma noi produttori dobbiamo tutelare i nostri interessi consorziandosi: se ci metteremo in cooperativa potremo avere maggiore potere contrattuale, vendendo direttamente a trasformatori o Gdo. La nocciola viene utilizzata, ormai, in moltissimi campi: non solo nei dolci e dai grandi chef, ma anche dall’industria del wellness, del benessere”.

“Anche i cereali stanno vivendo una grande crisi di mercato e vedo difficile la ripresa – continua Mantovani – Avevo anche vacche da latte, ma le ho vendute perché con il crollo del prezzo, dopo la fine delle quote latte, rischiavo di indebitare l’azienda. E chiudere l’impresa creata da mio nonno, con 70 ettari di terreno, che ha dato da vivere a tre generazioni, mi dispiacerebbe tanto. Perciò bisogna mantenerla sostenibile economicamente, anche perché è in arrivo la quarta generazione, con i miei figli Marco e Matteo, che già lavorano in agricoltura e ai quali, tra qualche anno, vorrei cedere il timone”.

Andrea Bonazza

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