Non bastano i Ciampolillo per governare, Conte ha esaurito il suo ciclo

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La due giorni di votazioni in Parlamento per la fiducia al Governo Conte ha evidenziato il paradosso tragicomico di un esecutivo che mentre da un lato parlava di futuro, Recovery Fund e gestione della pandemia, dall’altro andava in cerca dei peones – soprattutto al Senato – per conservare il potere. L’Avvocato del Popolo, assurto al ruolo di leader del “campo progressista” per de-salvinizzare l’Italia, si è ritrovato ciampolillizzato da Renzi. Con questi numeri al Senato l’agibilità politica del Governo è pressoché nulla in aula e nelle commissioni. Il soccorso – legittimo, per carità – dei 3 senatori a vita non può bastare a Conte per compensare la perdita di una gamba realmente politica della sua maggioranza, quella rappresentata dai renziani, un tempo motore di avviamento del suo secondo esecutivo.

Ma se con i Ciampolillo e i Giarrusso abbiamo riso – un riso davvero amaro, fatto alle nostre stesse spalle – i dati politici del voto di martedì sono sotto gli occhi di tutti. In primis, si è assistito all’ennesimo episodio di sfarinamento di Forza Italia. Tutti i responsabili-costruttori che hanno votato a favore di Conte sono venuti proprio dalle fila dei berlusconiani sia alla Camera che al Senato. Uno sfarinamento in atto ormai da 10 anni, sin dai tempi della scissione finiana, dell’apparizione dei primi “responsabili”, e dalla nascita del Nuovo Centrodestra e dei Conservatori e Riformisti prima ancora che di Idea e Cambiamo!, da costole del partito di Berlusconi. I forzisti sono allo sbaraglio dopo il passaggio di Ravetto e Zanella alla Lega e la sconfitta nel rimpasto della Giunta lombarda, dove l’assessore alla Salute Gallera è stato messo fuori, e quello alle Attività produttive, Mattinzoli, ha perso le sue deleghe. Forza Italia, tra l’altro, ha perso pure la vicepresidenza della Regione.

Ma se gli Azzurri stanno vivendo forse la fase finale della loro agonia, trovando difficoltà anche nel proporre una narrazione che sia diversa da quella del Pd – ieri tra gli interventi di Mirabelli e Ronzulli in aula facevano fatica a scorgersi differenze significative – l’altro dato significativo dello psicodramma politico è la rinnovata centralità di un Renzi che sembrava dato per morto solo il giorno prima e che, con la sua astensione, tiene in mano Conte ora come non mai. Il governo, che ha ottenuto solo una maggioranza relativa al Senato, inizierà ora la caccia a nuovi responsabili che, contrariamente a quanto strombazzato dalla stampa amica, non si sono palesati nemmeno ieri. Qualche posto di governo e sottogoverno potrebbe ingolosire qualcuno, ma la sensazione è che Conte abbia esaurito il suo ciclo e che sarà difficile per lui traghettare questo Parlamento verso il semestre bianco e l’inevitabile governo di transizione – magari guidato da Marta Cartabia – che porterebbe il Paese verso l’elezione di un nuovo presidente della Repubblica e le elezioni. Le prime con 400 deputati e 200 senatori.

Puntellare la maggioranza con qualche “caso umano” – come li ha giustamente definiti il senatore di Fratelli d’Italia Ciriani – conferma l’inadeguatezza del governo in un periodo straordinario (con accezione, purtroppo, rigorosamente negativa) della vita pubblica del Paese contrassegnata dalla pandemia e dalla recessione economica.

Alla fine, Renzi, che nel suo intervento ha massacrato il governo di cui lui è stato parte attiva nonché ideatore, aveva e ha ragione: di piccolo cabotaggio il Paese è morto in passato e rischia di morire ancora oggi. Solo che gli italiani non vogliono più che sia lui a porre critiche e questioni. A Conte servirebbe uno scatto, una considerazione e un’azione politica che non è nelle sue corde di leguleio: un’epoca è finita e con 156 senatori non si può governare. Né l’Italia né la pandemia.