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Non basta stare all'opposizione per cambiar testa. La lezione di Galli – Formiche.net

Il Professor Carlo Galli, ex deputato del Partito Democratico e confluito poi in Articolo 1, mette in discussione la buona riuscita del congresso indetto dal Partito Democratico, addentrandosi negli scenari europei e sullo scacchiere della politica internazionale

Qualcuno lo definì “un essere mitologico, metà professore e metà politico”. In entrambi i casi, Carlo Galli non è un dogmatico né un timorato del politically correct. Anzi, sarebbe più corretto definirlo ‘un avventuriero intellettuale’ che non esita a mettere in risalto le contraddizioni del nostro tempo. Qui, tira in ballo le differenze che distinguono la destra dalla sinistra; “la linea della responsabilità”, sposata nel 2011, dal Partito Democratico e la consequenziale deriva verso il “governismo”, la strumentalizzazione della questione morale di berlingueriana memoria, l’ombra di un congresso (quello dei democratici) che sembra destinato a esaurirsi in una lotta tra correnti, l’adesione acritica del Pse all’Unione Europea, il destino di un Occidente non più europeo ma atlantico, e la necessità per i dirigenti del Pd di correre ai ripari organizzando una rimpatriata con Hegel, Marx, Schmitt e compagnia.

 Lei ha scritto molto sull’argomento, ovvero sulle differenze sostanziali e formali che distinguono la destra dalla sinistra e viceversa. Oggi è possibile rintracciare, ancora, tali demarcazioni, oppure ha vinto l’approccio semplificativo “gaberiano”? Cos’è la destra, cos’è la sinistra?

 L’idea che sia scomparsa la differenza tra destra e sinistra è un’interpretazione funzionale all’autodefinizione del neoliberismo in crisi. In questo modo, si afferma che lo stato di cose presente (gli assetti di potere, le forme della produzione, le modalità della politica) non prevede alternative; e che la politica non può sperare di modificarlo. Il rifiuto della possibile esistenza delle ideologie è, in realtà, un discorso ideologico. Implica infatti che ciò che esiste sia la Verità oggettiva, mentre la critica dell’esistente sarebbe velleità, malafede, ideologia appunto. Io invece penso che tutta la politica moderna sia intrinsecamente di parte, e queste parti sono la destra e la sinistra. Oggi le possiamo chiamare come vogliamo, ma non esiste una politica oggettiva, perché la politica è l’insieme dinamico dei rapporti umani analizzati dal punto prospettico del potere. Le società dentro le quali prende forma non sono omogenee, ma divise e conflittuali.

Certo, ma per quanto riguarda le differenze?

 Destra e sinistra, a loro volta, sono straordinariamente complesse al loro interno. Bobbio sosteneva che la differenza fondamentale è che le destre credono nella diseguaglianza degli uomini e le sinistre credono nell’uguaglianza. Io dico che questo è la conseguenza di qualcosa di ancora più radicale. Cioè le destre accettano che l’origine della politica sia il conflitto, e che questo sia insuperabile, che si presenti sempre come energia che rilutta alla forma, che sfida l’ordine. Mentre, invece, le sinistre pensano che il conflitto sia determinato da specifiche condizioni storiche, politiche, economiche e sociali, e che, una volta rimosse queste, il conflitto non esisterà più. In altre parole, il conflitto, nel primo caso è naturale, per le sinistre è innaturale. Per le destre, la politica consiste nell’affrontare il conflitto per gestirlo continuamente, poiché non si spegne mai. Anche quando la destra si presenta come “legge e ordine”, come progetto di potere monolitico, come difesa di solidi valori tradizionali, coltiva sempre l’incessante necessità di combattere un nemico. Anche la sinistra può ragionare allo stesso modo, ovvero può pensare che il proprio ordine sia minacciato, e tuttavia non rinuncia a credere che un giorno l’uomo, la società e l’economia subiranno una radicale modifica, conquistando finalmente la pace. Altrimenti è impossibile comprendere il messaggio e la storia del marxismo, del socialismo e di tutta la socialdemocrazia.

Nel 2011 la lettera della Bce comporta la caduta di Silvio Berlusconi. Il Partito Democratico sposa “la linea della responsabilità” sostenendo il governo Monti con tutto ciò che ne consegue: il pilota automatico, la riforma Fornero delle pensioni, la riforma dell’art.18, il pareggio di bilancio in costituzione, la riduzione degli ammortizzatori sociali. Secondo lei, un po’ di anni all’opposizione cambieranno la linea del Pd?

 Non basta essere all’opposizione. Bisogna sapere perché e per chi si combatte l’avversario politico. Altrimenti si tratta soltanto della voglia di revanche di un partito che ha perso le elezioni e che vuole ritornare a tutti i costi al governo, ma non cambia nulla della sua natura. È evidente che se non si fa analisi radicale delle sconfitte, delle proprie difficoltà, e dei propri obiettivi, non si comprende nulla e non si giunge a nulla. Non basta andare all’opposizione per cambiar pelle, bisogna cambiare soprattutto la testa.

Perché?

 Il Pd ha sposato a tal punto l’ideologia neoliberista che considera veramente il capitalismo come il portatore di un possibile equilibrio. E considera la politica come “cacciavite”, cioè come un insieme di piccoli interventi che aggiustano i funzionamenti della macchina esistente: una macchina che è l’unica possibile e a cui si deve, ogni tanto, una qualche revisione. Un’operazione che può fare soltanto un meccanico esperto, cioè un partito di governo. In realtà il capitalismo frenetico e perennemente in crisi è portatore di lacerazioni, di contraddizioni, di potenziali conflitti, e obbliga a parteggiare. E il Pd non sa parteggiare, se non in alcune circostanze giuste e sacrosante, ma scontate – le donne in Iran ad esempio; una causa sposata da tutto l’arco politico, come del resto la causa  dell’Ucraina (che inoltre ha un ovvio rilievo di politica internazionale).

Ma nel conflitto sociale preferisce non schierarsi perché è prigioniero (o lo è stato fino a ora) dell’idea che la politica non abbia capacità di intervento strutturale nel prodursi concreto dell’economia, nei rapporti materiali di lavoro, e sia solo l’ultima mano di vernice di un quadro dipinto da altri. E soprattutto il Pd ha a lungo condiviso la teoria che il privato è meglio del pubblico, con i risultati che si vedono, soprattutto nella Sanità. Abbiamo constatato sulla nostra pelle cosa vuol dire disinvestire tutti gli anni un paio di miliardi, sulla Sanità. Ce ne siamo accorti al tempo della pandemia, quando gli ospedali scoppiavano. E queste politiche chi le ha fatte? Non certo la Meloni. La Meloni probabilmente le farà, ma al momento appartengono alla responsabilità dei democratici. La verità è che la politica deve avere un ruolo di guida, non di assecondamento dei processi economici. Mentre questa guida non c’è stata.

E questo non ha senso…

 Certo che no, o meglio poteva avere una sua logica dopo la caduta dell’Urss: esplode la globalizzazione, irrompe una grande euforia non interrotta nemmeno dall’attentato alle torri gemelle, fino alla grande crisi del 2007-2008. Bene, il Pd nasce proprio in quel momento, portandosi appresso un bagaglio di cultura politica rivolto all’indietro, vale a dire alla fase in cui sembrava che il capitalismo trionfante fosse la fine e il fine della storia, e la politica solo una funzione subalterna. Dal punto di vista della sociologia politica, inoltre, il Pd è la somma dei ceti politici dei due principali partiti della Prima repubblica che ha assemblato quel che resta del Pci e della sinistra Dc in un partito leggero, contendibile (ma in realtà gestito da vecchi leader di correnti) che si è dato un volto etico e progressista mentre, al contempo, socialisti e democristiani di destra, furono captati da Silvio Berlusconi.

Lei, una volta, lo definì “un centrismo di fatto non teorizzato”

Esattamente. Due tronconi di due forze politiche, in grave crisi, che decidono di fondersi per salvare carriere, apparati di potere, e per garantire il governo di una nuova fase politica. Ma si noti che le leve reali del governo non sono in Italia, e stanno piuttosto in poteri e in regole europee e in condizionamenti mondiali che lasciano al governo nazionale ben pochi  margini di manovra: fu Draghi a sottolineare che  esiste un “pilota automatico” . Tutto ciò, è la conseguenza della vecchia tesi del vincolo esterno, sostenuta da Andreatta, Carli e dai grandi borghesi italiani che negli anni Ottanta, completamente sfiduciati nei confronti dell’Italia e del suo ceto politico, e ben consci del collasso del sistema di Bretton Woods in cui era maturata la Prima repubblica e la sua crisi, pensano che la politica italiana non sarà mai capace di gestire la nuova fase, e che l’Italia eviterà la decadenza soltanto se ci sarà qualcuno che la obbliga a salvarsi. È necessario il vincolo esterno; prima lo Sme e poi l’euro.

Di conseguenza, il nostro Paese, perduta la sovranità monetaria, sarà disciplinato e costretto a comportamenti virtuosi (nel senso dell’ordoliberalismo vittorioso in Europa) e se avrà bisogno di soldi dovrà chiederli ai mercati. Il ruolo difensivo dell’euro è innegabile; ma è anche innegabile che sia l’espressione di un nuovo paradigma economico, che funziona a favore più dei profitti che dei salari (per i quali si predica la “grande moderazione”); un paradigma che esige una grande ed efficiente struttura amministrativa e una società coesa, di cui la Germania è l’emblema.

La dottrina cameralistica docet.

 Appunto. Si esige un’amministrazione efficiente in una società ubbidiente (il che oggi significa disponibilità ai sacrifici, alla flessibilità, a retribuzioni più basse di quanto sarebbe possibile). Un paradigma che in un Paese come l’Italia si è rivelato insostenibile. E qui troviamo la spiegazione al populismo.

 A proposito, passiamo al rapporto che intercorre tra Partito Democratico e Cinque Stelle. Il Pd prima ha avallato l’istanza pentastellata tagliando il finanziamento pubblico ai partiti, salvo poi pentirsene amaramente, e in seguito Nicola Zingaretti ha sostenuto il taglio dei parlamentari. Quali sono le conseguenze?

 Chiariamoci: il populismo è una protesta della società contro il neoliberismo. Eppure, quando i Cinque stelle portavano avanti i temi che lei ha ricordato (oggi sembrano maturati) erano essi stessi subalterni all’ideologia neoliberista nella sua forma semplificata: “la politica è una truffa, è un insieme di privilegi e di ingiustificate gerarchie, perciò meno ce n’è meglio è”. Il Pd è stato oggettivamente interno al neoliberismo in altro modo: uno soprattutto ha riguardato la scuola, che non deve essere un luogo di formazione al pensiero critico, ma il luogo dove si apprendono competenze, cioè nozioni operative. E anche queste in modo differenziato: nella gran parte delle scuole (con le solite eccezioni) anche le competenze che si apprendono non sono molte (i risultati dei testi Invalsi parlano chiaro), mentre nelle scuole e nelle università di eccellenza (termine tremendo) questa consiste in realtà nel fatto che vengono impartite molte nozioni, anche corrette, ma prive di profondità prospettica, cioè senza che ci si interroghi sulla genealogia di questi saperi, sulla loro provenienza. Il sapere resta sempre quello codificato, quello consolidato nei canoni. Si producono esperti, mentre non interessano i critici. E ciò indebolisce tanto la qualità degli stessi esperti che le sedi universitarie più accorte cominciano a immettere insegnamenti di humanities anche nei curricula più tecnico-scientifici.

Così la comunità studentesca è condannata a una prassi senza teoria. Si muove nel mondo non da protagonista, ma come comparsa trascinata sul palcoscenico…

Pensiamo al compiacimento con il quale gli adulti hanno assistito ai Fridays for Future. Ai miei tempi (mi lasci usare questa tragica espressione), quando protestavi almeno avevi contro i professori e i genitori: oggi, invece, praticamente ti ci mandano.

Quindi, torniamo alla neutralità decisionale del Pd…

Il Pd ha spesso preferito abdicare a una funzione critica e ha scaricato le responsabilità sulla Ue, col ritornello “ce lo chiede l’Europa”. Si figuri, adesso con quel che è successo, come è facile, per i critici, rispondere “in realtà lo vuole il Qatar”. Questa subalternità avrebbe senso se tutto ciò a cui il Pd è stato sottoposto funzionasse, ma non è così. Il neoliberismo è in crisi radicale – tranne che per quanto riguarda l’ideologia individualistica, che continua a permeare tutta la società, anche i settori più critici e antagonistici -. Perciò il Partito Democratico si trova senza un’ideologia, senza un punto di vista sulla società, senza un elettorato sociale di riferimento. Vive ancora come se fossimo ai tempi di Veltroni con il suo ‘ma anche’. Ma se il Pd non vuole decidere, di fatto si colloca dalla parte di chi sta meglio, nonostante la sua retorica (peraltro in prevalenza recente) dell’attenzione ai più deboli.

Dunque, il Partito Democratico sembra esitare su identità, confini ideologici (basti pensare alle primarie aperte a tutti, dove anche un elettore di Fratelli d’Italia potrebbe dire la sua), ricambio generazionale, interessi da tutelare, sempre più attento alla tutela dei diritti civili e poco credibile sul campo dei bisogni. Inoltre, il partito di Letta, oggi, decide: prima le primarie, poi la costituente. Questo congresso, questa sfida tra Schlein e Bonaccini, potrebbe essere l’occasione buona per ridefinire un recinto ideologico o lei si aspetta la solita lotta tra correnti di potere senza pensiero?

La seconda che ha detto. Anche perché non conosco il pensiero sociopolitico di Schlein – da lei mi pare provenire più un atteggiamento tribunizio piuttosto che un’analisi politica –. Bonaccini, d’altro canto, è un amministratore ex-comunista emiliano con le doti e i limiti del caso. Bonaccini è uno degli allievi della scuola amministrativa del Pci emiliano, dentro la quale son vissuto anch’io. Non perché ero comunista, ma perché sono emiliano. Per cui, ho sperimentato anche i successi, il buon funzionamento di una macchina ormai rodata da oltre settanta anni. Però, questo non è sufficiente a fare del governatore dell’Emilia un leader nazionale. Bonaccini chiede di essere votato sulla base del buon operato di chi come lui amministra un pezzo d’Italia con una certa storia, con una certa società (non del tutto frantumata, per essere chiari). Ma l’Italia, purtroppo, è una società profondamente lacerata.

Inoltre, fattore decisivo, in Emilia c’è sempre stata un’egemonia numerica, oltre che culturale, della sinistra, che in Italia non esiste; a ciò, va aggiunta la capacità economica della società emiliana che, purtroppo, non è lo specchio dell’Italia. Queste sono le condizioni storico-politiche dell’operato di Bonaccini in Emilia, del suo vantato pragmatismo. Ma su scala nazionale che cos’è il pragmatismo? Che cos’è il pragmatismo a Napoli, in Calabria, nel Lazio? Oltre al pragma, al fare, servono idee, e la “carta dei valori” del Pd non è un bagaglio culturale sufficiente. IL candidato più attento a queste difficoltà strutturali del Pd è forse Cuperlo, ma la sua forza politica non è poi molta.

Perché il Partito Democratico non riesce a costruire un proprio protagonismo nel mondo del lavoro? Gran parte della working class vota Meloni o Conte.

Il Pd è il quarto partito fra i lavoratori. Quando sentiamo dire “è il partito della ZTL”, non si fa della retorica, si dice la verità È proprio statisticamente vero e non c’è niente da fare. Ed è vero anche in Emilia, dove permane ancora un antico ricordo della vecchia egemonia comunista. Infatti, molte persone della mia età continuano a votare Pd con la stessa testa con cui un tempo votavano Pci. Poi, succede che una personalità come Aboubakar Soumahoro si presenta a Modena e intasca una sconfitta. Soumahoro è stato votato nella parte urbana del collegio in cui si è presentato e ha perduto rovinosamente nella parte non urbana. In settantacinque anni, non è mai successo a un candidato di sinistra di alzare bandiera bianca a Modena. Eppure, la narrazione eroica che era stata costruita attorno a Soumahoro, il migrante di colore, bracciante-sindacalista, un tempo gli avrebbe conferito la maggioranza schiacciante  dei consensi.

Andiamo oltre. La questione morale di berlingueriana memoria ha influenzato la condotta dei democratici in ambito giudiziario. Quale postura dovrebbe assumere il Pd in materia di giustizia? Guardando anche alla riforma architettata da Nordio.

 Un partito di sinistra, quale non è il Pd, deve essere assolutamente sicuro che la giustizia non sia ingiusta. Ad esempio, se fossimo in America dovrebbe vigilare sul fatto che non sia quasi matematica la condanna di un imputato perché nero. Alludo insomma a ingiustizie strutturali. Affinché la sinistra abbia un’identità deve far leva sulla “radicalità”, cioè andare alla radice dei problemi, soffermarsi sulle strutture e non solo sulle sovrastrutture, sulla sostanza e non sull’apparenza. Perciò, non si deve  interessare alla questione morale perché vuol fare la morale a qualcuno. Poi, bisogna anche saper leggere quel breve testo di Berlinguer. Lui chiamava morale, generando un equivoco, una questione tutta politica. Il problema che lui vedeva era che in Italia i partiti comandavano, erano dappertutto, ma erano solo macchine di carrierismi e di clientelismi, privi ormai di carica politica. I partiti così congegnati avevano invaso lo Stato e distrutto la sua capacità politica. Questa è la questione morale di Berlinguer. Non ci sono i buoni e i cattivi, ma l’analisi di un processo che ha visto la politica – la dimensione dello Stato, in cui Berlinguer credeva perché credeva nella democrazia e nella giustizia, come prodotti politici dello Stato – distrutta da comportamenti privatistici (cioè affaristici) dei partiti.

Allora, diciamo che la questione morale è stata male interpretata o volontariamente strumentalizzata da Tangentopoli in poi…

Appunto. La Politica, pur agendo in una società composta da parti, deve riuscire a elaborare l’Universale. Ciascuna parte, ciascun partito deve essere portatore di una veduta dell’universale e dell’intera società. Invece, tutto ciò non c’è più. Non ci sono le parti politiche, né l’universale politico bensì delle parti, ridotte a parzialità privatistiche, attente alla tutela dei propri interessi e di quelli dei propri clientes. E l’Universale, lo Stato, è invaso, parassitato da esse. Questa è la questione morale, un discorso da comunista, da uno che crede nella politica, e che è stato declassato a mero slogan. “La sinistra è migliore degli altri”.

Ma chi lo ha detto? Su che base? Quale sinistra? La sinistra di oggi che non legge più niente, che vive soltanto di stereotipi, di un linguaggio, banale, televisivo, giornalistico? Semmai sono uguali agli altri. Non sono né migliori intellettualmente né migliori moralmente. Son bravi solo a comandare, ma in modo subalterno perché chi comanda non sta nemmeno in Italia. Vogliono essere quelli che trasmettono le grandi decisioni, oppure quelli che tirano la coperta e decidono chi resta scoperto. Se vince la Meloni restano scoperti i pensionati che hanno più del quintuplo della pensione minima, se vincono i progressisti restano scoperti altre categorie di pensionati. Questo è il range di variabilità. A saldi invariati puoi fare quello che ti pare.

 Prendo in ostaggio una definizione che lei utilizzò per descrivere il Pd: “un mammut ibernato”. Anche il Partito Socialista Europeo sembra congelato in un limbo. La visione di Orbàn, Morawiecki e dei conservatori europei è chiara, nonostante al suo interno si trovino a convivere posizioni se non antitetiche quantomeno distanti su alcuni temi, mentre quella dei socialisti pare limitarsi ad una fedeltà cieca all’Ue e al suo status quo. Come immagina un nuovo PSE? Su cosa dovrebbe basarsi il rilancio della sua capacità di iniziativa politica e su quali valori comuni?

 Guardi non me lo immagino, francamente. Lei dice bene che il Pse ha una fedeltà acritica all’Ue, eppure le decisioni non le prende l’Ue, ma la Germania, in dialogo con la Francia; anche se si vuole uscire dalla semplificazione dell’Europa franco-tedesca, è vero che la Ue non è un soggetto politico unitario (in cui il parlamento sia centrale, e quindi lo siano i  partiti di maggioranza), bensì un sistema intergovernativo, dove prevalgono gli Stati più grossi. Vi sono sovranismi espliciti come quello di Orbàn e come quello dei polacchi, e vi sono sovranismi impliciti come quello francese e tedesco. Ciascuno cerca di massimizzare il vantaggio del proprio Stato. Ogni azione politica non nasce dal parlamento ma da queste relazioni di potere.

La regola dell’unanimità da una parte rappresenta il grande freno che impedisce l’azione, e segnala che la Ue non è una federazione, un soggetto politico unitario (che può decidere a maggioranza), mentre dall’altra è chiaro che se non ci fosse l’unanimità obbligatoria nelle decisioni, l’Europa, strutturata com’è oggi, sarebbe davvero un condominio franco-tedesco. Ma certo, quando la decisione non si riesce a prendere, l’Europa non decide e deve esser spinta da altri poteri. L’abbiamo visto, sul price-cap del metano e davanti all’invasione russa dell’Ucraina. Se avessimo un minimo di memoria ricorderemmo l’esitazione tedesca: la Germania ha investito molte delle sue risorse nella costruzione di un rapporto forte con Mosca perché entrambe hanno bisogno l’uno dell’altro per fronteggiare l’anglosfera. La Germania, infatti, a parte la passata politica dei gasdotti, è stata riluttante nell’invio di armi a Kiev. Poi, ad un certo punto, si sono imposte le logiche trans-atlantiche militari, e Berlino ha dovuto chinar la testa. Ma la decisione è stata a dir poco favorita dagli Usa.

In una sua intervista, lei dichiarò: “L’Europa per esistere deve essere sovrana”. Cosa significa in termini concreti? Qual è il ruolo a cui deve aspirare il vecchio continente, soprattutto nella formazione del nuovo ordine mondiale?

 In termini concreti vuol dire una cosa semplicissima. Gli Stati Uniti che cosa sono? Una federazione di Stati. Verso l’esterno noi vediamo un’unità nell’agire politico americano, mente all’interno la sovranità è limitata, frazionata. Certo, se l’Europa arrivasse ad essere un soggetto con una forma politica di questo tipo, io sarei un europeista sfegatato. Ma ciò comporterebbe la nascita di una federazione. Detto in altro modo, gli Stati che costituiscono gli Stati Uniti d’America non sono stati sovrani. Sono Stati con grandissime autonomie, con grandissime capacità di decisione, però non battono moneta, non fanno politica estera, non fanno la guerra. Non è facile immaginare gli Stati europei – pur tanto deboli, oggi – fare una cosa del genere. Tornando agli Usa, le tredici colonie originarie erano abbastanza omogenee. In seguito, hanno dovuto fare la guerra civile per decidere se fossero una federazione o una confederazione. Insomma, la costruzione di una federazione esige tanto una qualche uniformità quanto un investimento di energia politica enorme. Gli stati con poca energia politica, o con energia residuale, al massimo partoriscono un sistema intergovernativo, come quello attuale in Europa, dove ciascuno cerca di tirare l’acqua al proprio mulino.

L’essere europei combacia automaticamente con l’essere occidentali?

 L’Occidente presenta almeno due fasi. Nella prima, l’Occidente era l’Europa: “Il tramonto dell’Occidente” di Spengler alludeva al tramonto dell’Europa. Dalla Seconda guerra mondiale in poi, il concetto d’Occidente non è stato più definito dal vecchio continente, ma dagli americani e dalla loro linea d’esclusione  che si sposta progressivamente verso Est, verso l’Europa, fino ad arrivare a contatto con le avanguardie dell’Armata rossa. Dalla dottrina Monroe fino a Roosevelt, il meccanismo della politica internazionale americana consisteva nel tracciare una linea fra l’Est, il vecchio mondo corrotto, e l’Ovest, il nuovo mondo dei Santi.  A est il peccato, a ovest la salvezza. Una linea che all’inizio coincideva con la massa continentale americana (era il divieto d’ingerenza rivolto alla Spagna e all’Inghilterra)  ma poi ha iniziato  a muoversi in mezzo al mare e a inglobare l’Islanda, fondamentale sotto il profilo strategico. Infine, con lo sbarco degli Alleati in Europa, Occidente è tutto quello che cade sotto la sfera di influenza americana. Un Occidente atlantico, non europeo.

Sia chiaro, faccio questi discorsi perché da professore ho il dovere di farli. Ma, oggi, il ritorno all’Occidente europeo, inteso come un’Europa sovrana, non è un’ipotesi realistica. Quest’Europa sovrana avrebbe due nemici: la Russia e gli Stati Uniti. Da una parte gli Usa sanno benissimo che la loro posizione di dominio mondiale è resa possibile dal controllo di entrambe le sponde degli oceani su cui si affacciano (da un lato devono tenere la Corea, il Giappone, le Filippine, Singapore, dall’altra la Norvegia, l’Inghilterra, la Francia, il Portogallo, la Spagna e poi l’Italia come baluardo verso est). Chiunque studi un po’ di relazioni internazionali e non sia prigioniero della retorica del ‘vogliamoci tutti bene’, oppure dalla tesi assurda che le relazioni internazionali sono governate dal diritto internazionale, considera queste dinamiche come ovvie. Dall’altra parte, di questa Europa sovrana sarebbe nemica anche la Russia, che oggi lavora certamente per staccare l’Europa dagli Usa, ma che, se ciò le riuscisse, non sarebbe certamente per nulla contenta di avere di fronte una compatta superpotenza territoriale Europea. La Ue così com’è fa comodo a entrambi i contendenti.

 Al sarcasmo l’ultima parola: quali autori consiglia di rispolverare ai dirigenti del Pd?

Oddio! Beh, allora: Hobbes, Locke, Hegel, Tocqueville, Marx, Gramsci e Schmitt. E cosa gli consiglierei di non leggere? Leggere fa sempre bene, ma questi sono i fondamenti a cui aggiungere tutto il resto, su cui costruire un pensiero politico adatto ai tempi.

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