No, il Natale 2020 non è il peggiore della nostra storia: basta guardare il Cinegiornale

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No, il Natale 2020 non è il peggiore della nostra storia: basta guardare il Cinegiornale

Natale 1933, “dodicesimo dell’era fascista”. Novantadue madri italiane, una per ogni provincia, vanno in visita a Roma. Hanno il capo coperto da lunghi veli neri, salgono gli scalini dell’Altare della Patria per deporre una corona di fiori. Si inginocchiano, fanno il saluto romano. E il cinegiornale dell’epoca
titola
: “Nella solennità del Natale, il Fascismo esalta la maternità e l’infanzia“. Propaganda. Nel Ventennio la donna è madre per definizione: deve mettere al mondo il maggior numero possibile di bambini, che il Regime educherà e manderà al fronte. Come eroi, si dice. Come carne da macello, si scoprirà.

Meno di due anni dopo, il cannone ha già ripreso a sparare. Per noi quello del 1935 è il primo Natale di guerra, ma è una guerra lontana. In Etiopia, alla ricerca “dell’Impero”. Ai figli dei soldati chiamati alle armi, il Regime distribuisce «
cibarie e giocattoli
» per alleviare la nostalgia. Sul campo di battaglia, un sacerdote celebra la messa fra le truppe. Il consenso è alle stelle; l’atmosfera, già lugubre. L’isolazionismo della Società delle Nazioni sta spingendo l’Italia sempre più verso la Germania Nazista. L’edizione del 24 dicembre del LUCE è dedicata alla ”
giornata della Fede
“. Che non è cattolica, ma nuziale: i cittadini sono chiamati a donare i loro anelli alla Patria per sostenere lo sforzo bellico; è una sfilata di anziani e poverissimi e persino reduci della Grande Guerra, che restituiscono le medaglie al valore. E poi: «Due coppie di rurali hanno chiesto e ottenuto di celebrare il loro matrimonio dinanzi all’Ara dei caduti. Hanno versato i loro anelli nuziali nel crogiuolo della Patria».

E questo degli sposini, è emblematico: basta guardarsi indietro nei servizi dei cinegiornali, per scoprire come le Feste degli italiani siano state a lungo segnate da sacrifici, mancanze, disparità sociali, oppressione. È una storia famigliare, che ci riguarda da vicino, in filmati e racconti d’archivio che vanno dal 1930 al 1970. E che quest’anno torna di dolorosa attualità

Ricominciamo. Natale 1941, il terzo dallo scoppio del secondo conflitto mondiale. La voce dello speaker è diventata marziale. Per le Feste, chi è rimasto a casa scopre l’autarchia,
la povertà
. Quelli che combattono in Russia, il gelo e la nostalgia. Ricevono i pacchi-dono
in trincea
. Esattamente un anno dopo verranno travolti dai sovietici sul Don, e molti di loro non faranno mai ritorno in Italia. Ma la guerra prosegue, e l’ultimo Natale di sangue è quello del 1944. Il più duro. Un Mussolini ormai sfiduciato tiene un discorso pubblico, ospite del teatro Lirico di Milano. Nella città, perno della Repubblica Sociale contro l’avanzata degli Alleati, in quei giorni la neve cade sui palazzi sventrati dalle bombe. Il tono del LUCE
è epico e funereo
al tempo stesso. Il Duce passa in rassegna le truppe, saluta i cittadini. Dagli altoparlanti, lo ascoltano: qualche fanatico, molti disperati, diversi feriti. Poi benedice la caserma della Legione Autonoma Ettore Muti, un corpo di polizia fascista che in agosto, come rappresaglia a un attentato partigiano, ha fucilato quindici detenuti politici esponendo i loro corpi in piazzale Loreto. Sono stati creati per questo. E a Milano, nel Natale del 1944, ci si deve guardare le spalle anche dalle forze dell’ordine.

Finisce la guerra, comincia la Pace. Nel 1949 l’Italia è libera. È una democrazia, una repubblica. Ma è anche il Paese della miseria, della polvere, degli sfollati che sono ancora troppi e del cibo che è troppo poco. «Papà Natale
distribuisce doni
ai mutilatini», i bambini rimasti feriti durante i bombardamenti degli anni prima. E il tacchino diventa una leccornia su cui
far sognare
gli spettatori. Per il 1950, una famiglia – moglie, marito, quattro bimbi – trasloca: lascia uno dei «
campi di battaglia della miseria
», le tante baraccopoli venute nell’emergenza abitativa di allora; la aspetta un appartamento nella periferia di Roma. Sembra in imbarazzo davanti alla telecamera. Poi il tono si fa malinconico: un metronotte, di turno durante la notte della Vigilia, sorveglia una vetrina di giocattoli a Milano; «guarda i balocchi su cui gli tocca di vegliare: più modesti quelli che lui ha comprato» per i figli. Poi di nuovo nella capitale: nel 1953, si fa vedere addirittura il presidente del Consiglio Giuseppe Pella, che
consegna regali
a «cinquecento bambini delle borgate», invitati a pranzo in un hotel extralusso. È ancora l’Italia della carità.

Quindi arrivano il boom, il benessere, lo shopping. Ma le ferite restano aperte. Dopo dodici anni di prigionia in Russia, per il Natale del 1955 in Germania dell’Ovest tornano i
reduci di guerra
tedeschi. Lo attende anche una commissione d’inchiesta del nostro Paese, guidata da Luigi Meda. «Cerchiamo 65mila dispersi italiani; è mai possibile che siano morti tutti?», chiede a un tedesco appena arrivato. Gli risponde: «Non posso dire nulla di preciso. Ho incontrato tanti italiani, laggiù. Ma non so dire se siano tornati». Solo negli anni Novanta si avranno dati relativamente precisi sulla tragedia. Intanto, l’onorevole deve tornare a casa con un niente di fatto. Troverà un Paese che cerca di mettere da parte il dolore con le luci, i presepi, le vetrine piene. L’economia
si pone in sciopero
»: si spende, si prova a dimenticare.

Ma qualcuno resta indietro. Da Sud verso Nord, una generazione parte dalla Calabria, dalla Sicilia, dalla Campania, e va a Torino e Milano. A lavorare nelle fabbriche, a dormire negli scantinati.
Un filmato
del 1963 mostra un treno riporta a casa gli emigrati. L’Italia scorre bianca dal finestrino. In molti hanno il volto stanco, domina la nostalgia. È la tregua delle Feste. E qualcuno, dalle rughe, sembra dichiararsi implicitamente troppo vecchio per dover lasciare il posto dov’è nato. Ma è stato costretto a farlo lo stesso.

Infine, il 1969. A Milano, il 12 dicembre è iniziata la stagione del terrorismo. Mentre nel bianco e nero atavico del LUCE si intravede già di un Paese moderno. Con una certa euforia, lo speaker racconta della chiusura delle vie del centro di Roma alle auto: sono state convertite ad aree pedonali per lo shopping natalizio, creando «un’isola di tranquillità in un mare di traffico sempre più agitato e frenetico». Ci sono le decorazioni, le luci, le file ai negozi. E l’influenza.
Un’epidemia
che «viene dalla Cina», «ci ha colti del tutto impreparati» e ha già fatto passare «5mila persone a miglior vita». Gli ospedali sono pieni; in tredici milioni, a letto. Il tono è leggero, ma severo: non bastano i classici rimedi, occorre «prevenire» o intervenire col vaccino. Quella puntata del cinegiornale lo dice all’Italia di cinquant’anni fa; e lo ripete, per una strana coincidenza, a quella del 2020. Che queste storie di sacrifici, così famigliari, non era mai tornata a sentirle tanto vicine.