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Dalla malamovida attuale alla ripartenza di Firenze. Dal ruolo del Comune nel ridisegnare il centro alle grandi opere e al futuro della Città metropolitana. È durato due ore il forum del Corriere Fiorentino col sindaco Dario Nardella.

Alla fine di maggio lei presentò il documento intitolato «RinasceFirenze», cioè quello che l’amministrazione intendeva fare per fare uscire Firenze dalla grave crisi causata dal Covid 19. Nelle prime righe c’è scritto: «Firenze sembra risvegliata dal sonno della pandemia come un bellissimo animale che ha visto il mondo cambiare intorno alla città e ai suoi abitanti. In verità non si è trattato di un tempo sospeso, bensì di un tempo di fermento, di maturazione sofferta e impegnativa, che prelude a una profonda trasformazione». Scriverebbe ancora queste parole? Quali sono i segni del fermento di cui lei scriveva e, soprattutto, dove si scorge la profonda trasformazione della città?

«Prima di tutto ringrazio il direttore e la redazione per il forum e soprattutto per il lavoro che avete portato avanti in un momento difficile, come gli altri giornalisti, a rischio e con non poche difficoltà. Sì, riscriverei esattamente quelle parole. Sapevamo che non sarà né breve né semplice, ma inizio a rivedere la rinascita. Abbiamo ricevuto on line tanti contributi per «RinasceFirenze», di cittadini e ordini professionali ed è già un segnale, una risposta della città che non si piange addosso ma guarda avanti per la trasformazione. Nulla deve essere come prima, anche se abbiamo subito un trauma collettivo e c’è anche l’impulso a che tutto torni come prima. Dobbiamo sfruttare questa opportunità. Oltre alle idee abbiamo avuto contributi al nostro fondo per Firenze, importanti: due personalità dagli Usa, una russa, alcune aziende italiane e una fiorentina su tecnologia e piante. Certo non basta…».

E quindi?

«La rinascita è cominciata anche attraverso scelte che abbiamo impostato. Da quelle urbanistiche, per portare più funzioni in centro, al massiccio potenziamento delle politiche ambientali, dall’aumento delle alberature alla forestazione urbana che inizierà grazie al professor Stefano Mancuso nelle prossime settimane, all’accelerazione sulle tramvie. E c’è la voglia di reagire dalla cultura, dal Maggio Musicale che ha presentato uno dei programmi più interessanti degli ultimi 20 anni (il soprintendente Pereira ha gettato il cuore oltre l’ostacolo) agli Uffizi, a giovani e artisti del murales all’Isolotto. C’è voglia di reagire».

Più volte lei ha parlato della necessità di una rivoluzione nello sviluppo della città, in particolare nel turismo. Ci spiega esattamente questa rivoluzione? E ancora: il nuovo presidente di Confindustria Firenze, Maurizio Bigazzi, mette in guardia dalla sottovalutazione del ruolo dell’industria in questo territorio. Il turismo rappresenta il 15% del Pil, il manifatturiero il 20%. Secondo Bigazzi, per non avere una visione da Firenzina, lo sviluppo dovrebbe basarsi su industria, turismo, servizi, strettamente legati. Lei è d’accordo?

«Le parole di Bigazzi sono musica per le mie orecchie: ho detto più volte che Firenze non è solo turismo e lo dicono anche i numeri del Pil. Il fenomeno dell’overtourism riguarda il centro e non abbiamo mai nascosto la necessità di riequilibrare i rapporti, ben prima della pandemia. Da qui le risposte concrete per riportare le aziende in centro con l’azzeramento dell’Imu commerciale per tre anni per chi apre, il blocco dei bus turistici, dei torpedoni, prima in centro e poi in tutto il territorio. Stiamo lavorando a limitazioni su Airbnb, anche se non ci sono leggi nazionali, grazie al regolamento dell’area Unesco così da trasformare gli affitti brevi turistici in affitti medio-lunghi per i residenti, come fanno a Lisbona. Non ci serve altro turismo in centro, dobbiamo investire sui flussi nell’area metropolitana e aggredire la rendita immobiliare parassitaria; per farlo serve anche l’impegno dei proprietari e delle imprese, cui faccio appello. Ci si è adagiati sulla strada comoda del turismo di massa, la pandemia ci ha fatto capire quanto fosse fragile e miope».

Sindaco, gli appelli vanno bene, ma servono regole e leggi… Ad esempio per rendere gli affitti meno onerosi, tassello cruciale per la difesa del centro storico, a che punto siamo?

«Su questo, unici in Italia, abbiamo siglato un patto territoriale per canoni a prezzo concordato, in centro e fuori, stipulato con inquilini e proprietari, per la riduzione degli affitti così da accelerare il ritorno dei residenti in centro. Anche la recente firma della convenzione su Sant’Orsola va in questa direzione: lì non ci sarà un centro commerciale, ma un museo, una biblioteca, una foresteria per studenti. E infine, sul fronte turismo, abbiamo varato lo stop a nuovi alberghi per tre anni».

A proposito dei tavolini di bar e ristoranti all’aperto, lei ha detto che sarebbe stato un modo per far tornare a vivere ogni zona della città. Le zone della città nella visione della giunta tornano a vivere grazie ai locali e non grazie a chi ci abita o ci lavora di giorno, nei negozi e nei laboratori? Perché questa giunta ignora le richieste, i diritti dei residenti? I tavolini sono stati messi, le compensazioni per i posti auto non sono mai arrivate. Pensa davvero che sia questa la strada giusta per far rinascere la città?

«Sul tema dell’uso del suolo pubblico vedo più successi che fallimenti. Occorre considerare che siamo davanti ad una crisi spaventosa e drammatica, con migliaia di posti di lavoro a rischio. In centro ci sono oltre 2.000 aziende, ed io devo dare risposta a come possano sopravvivere. Chi si assumerà la responsabilità della perdita di migliaia di posti di lavoro? Io no. E la risposta sui tavolini, ad esempio in via Tornabuoni e via dei Macci, in generale è stata intelligente, non furba. I trasgressori sono stati multati. Ma è una estate straordinaria anche per altri motivi».

Quali?

«Non essendoci eventi nelle periferie, sia a causa del Covid che per motivi economici, che per la disponibilità degli organizzatori, i flussi di giovani si sono concentrati in alcuni luoghi del centro, con movida molesta. Ma occorre riconoscere che rispetto a qualche anno fa la movida è stata ridotta, con risposte come la Manifattura Tabacchi».

Sindaco non si può dire che la malamovida è scomparsa…

«Non ho detto che la malamovida è scomparsa. E niente giustifica i comportamenti violenti, gli schiamazzi e il disprezzo verso i residenti e gli altri… Non abbiamo solo condannato questi fatti, abbiamo agito. Su molti degli otto punti indicati dal Corriere Fiorentino ci sono state nostre decisioni. Abbiamo messo il divieto di vendita di alcol nei minimarket dopo le 21, anche se voi lo chiedevate alle 19; abbiamo vietato l’asporto in vetro, come volevate; gli steward fuori dai locali ci sono. I bagni pubblici in effetti non sono sempre accessibili, ma abbiamo raggiunto un accordo con gli esercenti di Santo Spirito che pagheranno l’apertura notturna dei bagni. Ed i controlli ci sono, sono stati multati 50 minimarket. Noi abbiamo 50 vigili la notte, anche a supporto dei servizi di Alia, non stiamo né con le mani in mano, né minimizzando. Servono però più forze dell’ordine sul territorio, in particolare dalle 1,30 in poi quando c’è una drastica riduzione della loro presenza».

Non crede si debba intervenire anticipando l’orario di chiusura dei locali?

«Possiamo fare di più. I problemi più importanti di ordine pubblico sono quando i locali sono chiusi. Potremmo però anticipare il divieto di vendita di alcol nei minimarket dalle 21 alle 20 o alle 19 e domani (oggi, ndr) al Cosp in Prefettura chiederò di valutare il divieto di asporto anche per i locali, perché è chiaro che se prendo l’alcol e vado in giro si aumentano le aggregazioni e il caos. Tornando ai locali, sono perplesso sulla loro chiusura anticipata e per questo insisto con la Prefettura, senza polemica, perché nelle ore di fuoco, dalle 23,30 alle 2,30, ci siano più agenti delle forze dell’ordine. Capisco non sia facile sanzionare ma le telecamere possono aiutare vigili e forze dell’ordine a identificare comportamenti scorretti e sanzionare successivamente. Io non ho mai messo in campo così tanti vigili e se posso fare di più, lo farò. Il termine scaricabarile non appartiene al mio vocabolario ma o si agisce tutti assieme o non usciamo dai problemi. Io ho 18 pattuglie di vigili fino alle 1,30 e 6 dopo: la mia richiesta di altrettanti poliziotti e altrettanti carabinieri è legittima».

Siamo d’accordissimo sulla collaborazione tra Comune e forze dell’ordine ma il problema sono le regole di ingaggio, su cosa devono fare vigili e forze dell’ordine. La fascia critica va ben oltre le 2,30, arriva all’alba. Sindaco, vanno rivisti gli orari dei locali, magari più lunghi nel fine settimana. E dopo la chiusura va imposto il silenzio.

«C’è una grande collaborazione tra questore, comandante dei vigili urbani e comandante dei carabinieri. Il problema della movida è complesso e riguarda tutte le città, non solo Firenze».

Le forze dell’ordine hanno difficoltà a intervenire quando ci sono 2-300 persone insieme, non solo in Santo Spirito, ma anche in Sant’Ambrogio e in Santa Croce: non può essere una soluzione portare i locali alle Cascine, dare nuova vita all’anfiteatro come succedeva anni fa?

«In passato abbiamo impostato politiche culturali simili, alle Cascine abbiamo recuperato anche la palazzina di piazzale Kennedy, realizzato iniziative al Campo di Marte, Villa Vogel e non appena ci saranno le condizioni le riprenderemo. Non c’è dubbio che non va concentrata la movida in un solo posto».

Perché vi opponete alla difesa del sagrato delle chiese, come con la cancellata in Santo Spirito?

«Io sono aperto a ogni idea e non mi oppongo al diritto di difendere i sagrati. Con il priore della basilica ho parlato dell’idea di far vivere il sagrato con iniziative culturali, dibattiti, incontri, musica adatta, come si è fatto in passato. Sulla complessa questione della cancellata non mi permetto di parlare prima del vescovo, del prefetto, del questore e del soprintendente, viste le questioni paesaggistiche, di tutela, della divisione tra spazio pubblico e non. Qualora ci fosse l’accordo di tutti, bene: ma se fuori e dentro la cancellata venissero lasciati rifiuti, anche come provocazione e rivalsa, ci ritroveremmo punto e a capo».

E perché non riaprire parzialmente la Ztl per rivitalizzare il centro come alcuni chiedono?

«La Ztl? Mi sembra contraddittorio difendere i residenti, che la vogliono, e dire di aprire la Ztl come chiedono gli esercenti. Ci sono problemi di gestione dei veicoli anche di giorno, nonostante la Ztl, perché in centro più di tante auto non c’entrano. Abbiamo fatto l’unica concessione alle imprese di non attivare la Ztl notturna estiva e c’è l’accordo con i parcheggi privati per chi si avvicina al centro. Anche Bologna, che voi citate spesso come esempio, sulla Ztl diurna non ha fatto alcun passo indietro».

Capitolo economia. Sul fronte degli affitti commerciali da calmierare lei ha detto che avrebbe incontrato le grandi proprietà: come è andata?

«Ci sono due fronti. Il primo è quello delle famiglie, su cui come detto c’è il patto territoriale che dura tre anni. Su quelli commerciali c’è il tavolo della Prefettura, con il relativo protocollo. Come Comune ci siamo mossi, ci sono contatti con i proprietari, di moral suasion, sono fiducioso che qualche effetto si avrà nelle prossime settimane. Ma non è facile: tanti proprietari sono convinti che tutto tornerà come prima e preferiscono aspettare, è la rendita passiva. Per questo chiedo al presidente di Confindustria, Bigazzi, un aiuto: tanti immobili in centro sono proprietà di fondi e aziende».

E cosa si può fare per attrarre in centro le imprese? Nel caso di via Palazzuolo i vostri incentivi sull’Imu non hanno sortito alcun effetto.

«In effetti in via Palazzuolo non ci sono stati i risultati che mi aspettavo, anche se la prima parte della strada si sta riqualificando grazie ai lavori dell’albergo e del Museo Novecento. Ci vuole da parte nostra più comunicazione e più insistenza su queste opportunità, allargandola anche ad altre aree».

In molti casi però le imprese non sono proprietarie degli immobili e gli sgravi sull’Imu non favoriscono loro ma i proprietari.

«Infatti, specie nel caso di artigiani. Dovremo trovare ulteriori strumenti per chi è in affitto. Il Comune potrebbe acquistare immobili dismessi per poi affittarli a prezzo calmierato, come avviene per la residenza con il social housing, e come già avviene in Francia: ho chiesto agli uffici di valutare la fattibilità di questa proposta».

C’è un buco nero, il cinema Fulgor, che rischia di fare la fine di Sant’Orsola. Una proprietà privata. Che si può fare?

«È appunto un problema tra privati, ma noi abbiamo bloccato una speculazione immobiliare con il vincolo che vale per cinema e biblioteche, di trasformazione in commerciale. E se guardiamo il centro nel suo insieme, in 7 anni, hanno riaperto il teatro Niccolini, quello della Compagnia con l’impegno della Regione e non solo, il teatro Rinuccini nel liceo Machiavelli, l’attività dell’Odeon è in collaborazione anche con l’amministrazione. Il caso del Fulgor è spiacevole ma noi non toglieremo i vincoli».

Non sarà «costretto» a toglierli per evitare che resti una discarica?

«Chi la dura la vince. Nel caso della Seves tanti ci dicevano di cambiare la destinazione d’uso e noi, prima Renzi sindaco e poi io, abbiamo mantenuto la vocazione produttiva e alla fine l’area è stata acquisita da un’azienda fiorentina per il suo nuovo insediamento. Finché sarò sindaco non cambierò i vincoli al Fulgor: occorre resistere alla pressione della rendita immobiliare passiva».

Nel documento «RinasceFirenze» lei ha parlato delle Zes, le zone economiche speciali. Perché non formulare un piano organico di interventi fiscali per cambiare la città anche per questo verso, a partire dal centro?

«Una sola misura, come l’azzeramentro per tre anni dell’Imu per le aziende che sbarcano in centro, non può bastare. Sì, insieme con gli strumenti urbanistici, si può varare un piano comunale di strumenti fiscali. E parlerò con il ministro Gualtieri affinché le Zes si possano fare nelle periferie ma anche in centro. Poi, e qui faccio autocritica, servono più controlli. Attraverso la distribuzione delle mascherine durante il lockdown, ci siamo resi conto che in centro ci sono tante residenze fasulle, le prime case non pagano l’Imu e invece magari sono seconde case e pure affittate ai turisti. È bene che diano il contributo che devono. Nel 2021 faremo un nuovo censimento in centro, il primo dopo 10 anni, casa per casa».

Grandi opere: si faranno davvero?

«Capisco lo scetticismo, in tante occasioni ho visto il mio partito, il Pd, in imbarazzo e non gli ho lesinato critiche. Il decreto semplificazioni potrà far bene a Firenze e alla Toscana. A settembre ripartiranno i cantieri per la stazione Foster dell’Alta velocità, si accelererà sulle tramvie sulla linee ferroviarie come metropolitana di superficie. Il premier Conte sa bene che, anche per l’entità delle risorse che arriveranno dall’Ue, siamo davanti ad una opportunità storica, all’ultima possibilità di rilancio del governo. Il Decreto semplificazione si può migliorare ad esempio indicando i sindaci come commissari delle opere strategiche».

E di quale opera lei vorrebbe essere commissario?

«Prima di tutto della nuova pista di Peretola, l’opera principale per la città. Poi le tramvie e gli immobili abbandonati. Oggi i sindaci hanno poteri commissariali solo per l’edilizia scolastica: perché non averli per altri settori?».

Lo stadio resta un problema enorme: come convincere Commisso e il soprintendente Pessina ad un compromesso utile per tutti?

«Le regole vanno rispettate e se Firenze ha molto da guadagnare da un imprenditore brillante, dinamico, coraggioso, è altrettanto vero che lui ha tanto da guadagnare dalla passione, dalla forza commerciale, dalla capacità attrattiva di Firenze. Io mi sto muovendo, senza parlare, con governo, Regione, Parlamento ed è vero quello che dice la proprietà viola: cioè che gli stadi italiani sono fanalino di coda in Europa. L’unica strada è Campo di Marte: ho trovato più disponibilità nel soprintendente e nel Parlamento. Sono abbastanza fiducioso nel restyling del Franchi, anche diverse forze politiche favorevoli ad un nuova norma: ora o mai più, per una norma che con tempi e costi ragionevoli permetta a un privato di ristrutturare il Franchi».

Non c’è stato comunque un errore nei rapporti con il Comune di Campi Bisenzio? Non è il momento di abbattere i confini e ragionare davvero in ottica di Città metropolitana?

«Io non posso trattenere con la forza la Fiorentina a Firenze, ma ritengo che debba rimanere a Firenze. Come sindaco metropolitano ho il diritto-dovere di pensare allo sviluppo di tutta l’area e se ci sarà un progetto lo esaminerò. Non ho posto veti. Però le grandi opere non sono un menù dove uno sceglie cosa ci piace, occorre disegnare tutto lo sviluppo complessivo: termovalorizzatore, aeroporto, autostrade, stadio. È un gioco dello shangai, dove tutto si deve tenere. Purtroppo in passato ha prevalso la logica di veti su quella della collaborazione. Ma la Città metropolitana esiste: lo dimostrano le scelte su tramvie o scuole. E siamo al lavoro per il gran premio di Formula 1 al Mugello».

A proposito di tramvia, lei ha deciso che il tram arriverà all’imbocco di via Martelli. Non era il momento giusto per far passare la tramvia dal Duomo per ricollegare un centro desertificato al resto della città?

«La scelta di non passare dal Duomo per me è irreversibile. Con il tram che si ferma in via Cavour, poco prima della Prefettura, la scelta politica è stata presa, stiamo valutando la fattibilità tecnica e progettuale. Ma non è tutto: sul trasporto pubblico su gomma non vedo l’ora si chiarisca la gara regionale e di poter parlare con il gestore per riportare ordine nel servizio e nei tragitti dei bussini elettrici, che in alcuni casi fanno traiettorie complicate. Intanto spingiamo sulla mobilità soft, dal piano Bartali su più piste ciclabili,al bike sharing e ai monopattini, allo scudo verde su cui andremo avanti. E spero ci sia risposta ai bandi sui parcheggi a Porta Romana e San Niccolò, riservati ai residenti mentre quello sotterraneo di piazza del Cestello sarà a rotazione ».

In un’intervista al Corriere Fiorentino che ha dato il «la» a una bella discussione sulle pagine del nostro giornale, Andrea Ceccherini, presidente dell’Osservatorio Giovani-Editori, ha detto che per il nostro Paese ci vorrebbe un piano di rinascita di lungo periodo, e per Firenze ha usato la metafora della fiaba per dire che servirebbe un modo diverso per raccontare la città al mondo. Al tempo stesso Ceccherini ha espresso sfiducia nella classe dirigente politica e amministrativa, a livello sia nazionale che locale. Che pensa di questa analisi?

«Io non perdo l’ottimismo e ogni giorno da sindaco mi batto per questo. Nella scorsa legislatura ho realizzato cose che sembravano impossibili, come le tramvie. Abbiamo riqualificato piazze, investito in cultura, attratto investimenti, secondi solo a Milano, e i fiorentini lo hanno apprezzato altrimenti non mi avrebbero rieletto con il 57% dei voti al primo turno. Stimo Ceccherini e spero che continui a lavorare in Italia, della cui classe dirigente fa parte. Gli chiederò consigli sulla narrazione di Firenze e su innovazione e formazione, campi che ben conosce».

Ultima domanda. Gran parte del personale comunale è ancora in smart working, con uffici chiusi, necessità di fissare appuntamenti per esser ricevuti. Ci spiega perché? Non crede che dovrebbe essere proprio la macchina di Palazzo Vecchio a dare un esempio di efficienza?

«Occorre uscire da casa e tornare in ufficio, lo dico senza mezzi termini. Il contatto con i colleghi e i cittadini è insostituibile. Il rientro si è fatto nelle fabbriche. Si farà, in ritardo, nelle scuole e lo faremo negli uffici, anzi lo stiamo già facendo, ma occorre accelerare».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

10 luglio 2020 | 10:39

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