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Missili, dinastia Kim e socialismo: perché la Nord Corea resta uno Stato chiave

Corea del Nord. Repubblica Popolare Democratica di Corea. Tratto di penisola bagnato dal Mar Giallo e dal Mar del Giappone che si estende dal 38esimo parallelo al confine con la Cina. Per la maggior parte del mondo, uno stato misterioso protetto da un’impenetrabile cortina di ferro che alimenta tetri miti e leggende da tabloid. Una sorta di buco nero che parrebbe aver risucchiato in se stesso 25milioni di abitanti affamati e armati fino ai denti. Per l’Asia orientale, un pericolo latente dall’inizio della Guerra Fredda. Pericolo che ciclicamente diventa imminente.

Per l’agenda del Pentagono, una preoccupazione minore, da non sottovalutare s’intenda, ma declassata nel passare degli anni. Sicuramente per chiunque l’abbia visitata uno strappo nel tessuto spazio temporale; una sorta di universo parallelo dove ordine e disciplina imperano in una teocrazia governata per “mandato celeste” dall’ultimo erede dei Kim; leader supremo che tra i successi e i fallimenti dei test missilistici che verrebbero garantirgli una deterrenza nucleare, ogni tanto deve ancora rendere edotto il suo devoto popolo di nozioni per noi assurde: come il fatto che no, nonostante tutto “Il grande Leader non può volare“.

Anche se non è più una preoccupazione all’ordine del giorno, come lo era nei tempi in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – dopo un disgelo dei rapporti che lasciavano presagire il meglio – scherniva il leader supremo Kim Jong-un definendolo il “Rocket man“; e i vignettisti del New Yorker rispolveravano le vecchie illustrazioni della Guerra Fredda, mettendo a sedere su grandi missili balistici intercontinentali i duellanti pronti a premere il dito sul bottone; sembra tornare d’attualità dopo il ritorno della cosiddetta “diplomazia dei missili” nordcoreana.

La strategia di Pyongyang che è ormai acclarata e in un certo senso ripetitiva. Basata sulla perenne provocazione del potenziale missilistico e dalla minaccia che i vettori balistici a raggio intermedio della famiglia Hwasong rappresentano per gli alleati degli Stati Uniti nella regione. Attraverso i test programmati o improvvisati la Corea del Nord vuole ricordare quali sarebbero le conseguenze di una escalation e del drammatico precipitare degli eventi. Ricordando che anche se il tempo passa e le preoccupazioni del mondo sono altre, Lei è ancora lì. A questo vanno sommati gli sforzi per ottenere un’arma nucleare – grazie alla produzione di plutonio e trizio – che si starebbero portando avanti nel poligono nucleare di Punggye-ri. Se Pyongyang raggiungesse la capacità nucleare, potrebbe impiegare in caso di escalation armi “tattiche” contro le armate della Corea del Sud o peggio come rappresaglia sulla capitale Seul. Innescando una temibile reazione a catena che potrebbe concludersi con la completa nuclearizzazione del penisola al prezzo di un costo di vite umane enorme e dei danni al nostro pianeta con conseguenza incalcolabili. Ed è questo che preoccupa il Pentagono: dover mantenere i suoi accordi di mutua assistenza in assenza di una soluzione pacifica.

Alla base di questo perenne equilibrio tra lo stallo provocato e quello che potrebbe apparire come un “accantonamento” del problema – complice lo stand-by causato dalla pandemia di Covid 19 – è l’incompatibilità dei piani e delle richieste di Washington con le necessità e le radicate idee di Pyongyang. Gli Stati Uniti, che nel lontano 2002 hanno inserito la Corea del Nord nel cosiddetto “Asse del Male”, hanno sempre richiesto e cercato di ottenere attraverso l’imposizione di pesanti sanzioni la completa denuclearizzazione in cambio di “pace e trasformazione economica”, che prevedrebbe la totale cancellazione delle succitate sanzioni a vantaggio di un’apertura dei mercati.

La mediazione di Seul e Pechino, interessate entrambe seppur per ragioni diametralmente opposte alla risoluzione diplomatica e alla stabilizzazione della penisola coreana, in passato hanno spinto affinché l’accordo potesse “soddisfare” entrambe le parti. Suggerendo che Stati Uniti e Corea del Nord raggiungessero un accordo che prevedesse si “pace, denuclearizzazione e nuove relazioni” ma che non si basasse solo ed unicamente sui crismi dello Zio Sam, contemplando alcune prerogative che nell’occasione del vertice di Hanoi il leader nordcoreano Kim Jong-un aveva definito legate al concetto di “proteggere la dignità dello Stato e il suo interesse ad uno sviluppo indipendente”.

In breve a mantenere la propria indipendenza senza rischiare l’ingerenza di Washington una volta smantellato il programma nucleare e alleggerito l’arsenale missilistico che ad oggi è forse l’unica garanzia della piccola potenza asiatica messa a dura prova da una prolungata carestia, e per questo perennemente soggetta a quel tipo di retorica bellicista che in mancanza d’altro mette tutti d’accordo, rassicurando vertici militari, politici di alto livello, e un popolo tagliato completamente fuori dalla realtà, dal progresso e dal tempo. Sebbene sia ancora da interrogarsi se tale stato di “astrazione” dal mondo vada considerata come una punizione o un dono dei “cari” leader.

Non meno di un secolo fa un certo Oswald Spengler, raffinato storico e pensatore tedesco, pubblicò un noto saggio dal titolo “Il Tramonto dell’Occidente”; teorizzando da precursore lo sgretolamento di un gran numero di certezze e convinzioni che la nostra civiltà si trova costretta (seppur mal volentieri) ad abbandonare – e noi con lei. L’approccio della Repubblica Popolare Democratica di Corea – per noi più semplicemente Corea del Nord – è sempre stato antitetico e per questo, quale ultimo vero stato socialista in auge, rimane una realtà che merita approfondimento e analisi, senza mistificazioni in taluno o talaltro senso, nell’attesa della sofferta quanto sperata definitiva pace globale.

Se c’è un ricordo particolarmente nitido della mia visita a Pyongyang, è proprio la spiegazione dell’isolazionismo spietato cui i nordcoreani sono costretti e si costringono. Il nostro tutor infatti ci confessò che uno studio approfondito avrebbe dimostrato come ogni stato socialista che avesse a lungo intrattenuto rapporti con gli occidentali e la “frivolezza” del loro Capitalismo, fosse sempre finito per fallire, disgregarsi o adeguarsi tradendo i suoi veri ideali e conformandosi all’Occidente. Questo epilogo plausibilmente concepibile dopo una breve disamina storica, varrebbe per la Federazione Russa della perestrojka come potrebbe valere in futuro per la Repubblica Popolare Cinese della rivoluzione sociale della nuova rampante “classe media”. È ancora importante dunque parlare della Corea del Nord senza concentrasi esclusivamente sui missili, ma analizzando la sua strenua resistenza ideologica che la rende in qualche modo unica, più della stoica Cuba. Una sorta di ultima Thule del socialismo reale.

Sarebbe comunque impossibile dimenticare come per sopravvivere la Corea del Nord non possa fare a meno di minacciare il mondo testando e ritentato i suoi missili balistici nella speranza di poter spronare l’avversario americano a chiudere un accordo a rialzo, solo privando del sonno Seul e Tokyo, che regolarmente vengono svegliate nel cuore della notte dalle sirene dell’antiaerea.

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