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Miseria e nobiltà dello stato padrone

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Economia & Politica: progetti per un paese


di Ferruccio de Bortoli07 lug 2020

Miseria e nobiltà dello stato padrone

Alberto Beneduce, fu tra gli artefici della creazione dell’Iri e suo primo presidente
Alberto Beneduce, fu tra gli artefici della creazione dell’Iri e suo primo presidente

Nel 1961 l’Iri commissionò a Giorgio de Chirico dieci opere d’arte. L’Istituto per la ricostruzione industriale, fondato da Alberto Beneduce nel 1933, era allora presieduto da Giuseppe Petrilli. Il manager vicino ad Amintore Fanfani voleva che la serie di acquarelli fosse rappresentativa dei settori nei quali lo Stato, attraverso la principale delle sue holding, era presente. Il grande maestro della pittura metafisica paragonò l’Iri a Giove che per i suoi fulmini ricordava le industrie produttrici di energia elettrica. L’Enel non era ancora nato, la nazionalizzazione non completata, altrimenti sulla scelta di de Chirico si sarebbero scatenate le tante gelosie e rivalità che costellarono l’epopea della presenza pubblica nell’economia.

Nelle parole dell’artista – che riprendo da La storia dell’Iri , a cura di Pierluigi Ciocca (Laterza) – più che nelle sue opere, è racchiuso il riassunto di quel mondo. Un universo produttivo – fatto anche di grandezze ineguagliabili, di tenaci e competenti personaggi – che contribuì non poco al cosiddetto miracolo italiano. «Per il telefono – scriveva de Chirico – mi devo rivolgere a una società dell’Iri, la mia banca è una banca dell’Iri, quando feci un viaggio in America la nave era dell’Iri, costruita in cantieri dell’Iri, con acciaio fabbricato dall’Iri. In aereo non viaggio, perché ho paura, ma anche gli aerei italiani sono dell’Iri. Mi piace guidare la macchina e se non ho un’Alfa Romeo, che è dell’Iri, è perché fabbrica macchine troppo veloci. A me piace guidare tranquillamente e sono contento che vi siano delle autostrade dell’Iri. Ma più della macchina mi piace la televisione. Ho definito la televisione la spesa di cui non ci pente mai e anche la televisione è dell’Iri». Ed era allora un monopolio pubblico. La tv commerciale? Nemmeno immaginabile. De Chirico forse aveva una Fiat. Nei giornali dell’epoca i modelli della casa torinese venivano definiti «utilitarie» per non fare (pensate un po’) pubblicità. E poi, con una punta di perfidia che caratterizzava il personaggio, scrisse che negli acquarelli aveva messo il massimo dell’impegno perché «contrariamente ai critici e ai pittori astrattisti sono un lavoratore». Impagabile. Ma de Chirico, comunque, non fu pagato poco. E l’investimento nelle sue opere fu certamente tra i migliori dell’Iri.

Piramidi e lottizzazione

Giorgio de Chirico, esponente della pittura metafisica
Giorgio de Chirico, esponente della pittura metafisica

Lo storico dell’economia Franco Amatori ha definito l’Iri dell’epoca una piramide rovesciata perché a lungo le società operative ebbero una reale indipendenza nei confronti della holding. Gli attori del capitalismo di Stato (Oscar Sinigaglia, Guglielmo Reiss Romoli, Fedele Cova) godettero di una larga autonomia che venne meno con il crescente appetito e con le logiche successive della lottizzazione. La piramide tornò alla posizione normale e l’industria di Stato cominciò ad accumulare forti perdite (nel 1993 l’Iri aveva un’esposizione di 70 mila miliardi di lire).

Il contribuente, senza saperlo, attraverso i fondi di dotazione, era chiamato sempre di più a ripianarle. E il debito pubblico cresceva. L’Efim, l’altro ente di partecipazione, costituito nel 1962 e messo in liquidazione nel 1992, fu al centro di un lungo contenzioso con le banche estere sulla sua esposizione (18 mila miliardi di lire) che portò al declassamento anche dei titoli di Stato per la scarsa credibilità della garanzia pubblica. La storia dell’Efim finì nel 2007 con un costo di liquidazione di 5 miliardi di euro.

Tra Eni e Telecom

Enrico Mattei, dall’Agip in liquidazione fece grande l’Eni
Enrico Mattei, dall’Agip in liquidazione fece grande l’Eni

Franco Bernabé è attualmente presidente di Cellnex, tra i maggiori operatori indipendenti europei nelle infrastrutture per le telecomunicazioni mobili. Ha scritto, insieme a Giuseppe Oddo, A conti fatti , Feltrinelli. Da poco in libreria. Una delle migliori analisi sul capitalismo italiano, di cui Bernabé è stato, tra pubblico e privato (alla testa dell’Eni e di Telecom), protagonista di primo piano. Il libro è quasi un romanzo. Una lettura storica piacevole, documentata. A giudizio di Bernabé lo Stato si è dimostrato lungimirante con Eni più di quanto il mercato non lo sia stato con Telecom. L’Eni oggi è, nel solco dell’eredità di Enrico Mattei (che impedì nel Dopoguerra la liquidazione dell’Agip), una delle maggiori compagnie energetiche del mondo. Seriamente impegnata nella transizione verso fonti rinnovabili. Il governo Amato la trasformò da ente di gestione in società per azioni, quotandola in Borsa e mantenendo però il controllo. Telecom nel disegno di Ciampi, Prodi e Draghi doveva essere una public company. I privati, all’epoca del cosiddetto nocciolino, ebbero il braccio corto, cortissimo. L’Opa Olivetti la caricò di troppi debiti. Insopportabili e pagati con minori investimenti e un ruolo sul mercato internazionale più marginale, anche a causa di un azionariato instabile e conflittuale. Lo Stato è ritornato nelle telecomunicazioni con Open Fiber creando una situazione del tutto peculiare a livello europeo. Secondo Bernabé sarà estremamente difficile integrare due reti con architetture differenti (una totalmente in fibra ottica e l’altra misto fibra e rame dell’ex monopolista pubblico). «Se non si troverà una soluzione, e a meno che Telecom non riesca ad accelerare il processo di trasformazione della sua rete, potrebbe essere Open Fiber, con i suoi minori costi di gestione, ad avere la meglio». Intanto le due società si affrontano in giudizio in una causa miliardaria che farà ricchi solo i legali.

Interventi e deliri

Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia dal settembre 2019
Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia dal settembre 2019

La storia aiuta a comprendere virtù, limiti ed eccessi dell’intervento pubblico. E a sciogliere illusioni e prevenire inganni. Sarebbe utile se la si studiasse di più, almeno per non ripetere gli errori. Troppo sperare di replicarne le lungimiranze. Lo Stato può e deve intervenire specie quando si tratta di garantire lo sviluppo di reti e piattaforme indispensabili per la crescita e la coesione del Paese. Quando c’è un reale interesse pubblico, un bene collettivo da perseguire, ma soprattutto per creare un mercato nel quale possano proliferare i soggetti privati. È un azionista paziente ma non dormiente, né cieco e compassionevole. Né eterno e per definizione irreprensibile come la retorica neostatalista vorrebbe. Con il temporary framework, la Commissione europea ha sospeso la normativa sugli aiuti di Stato. Ma non per sempre. Lo Stato non è un imprenditore di ultima istanza che, «costi quel che costi», salva all’apparenza posti di lavoro già cancellati di fatto dal mercato. In quel caso è solo un dissipatore di risorse scarse che altrimenti potrebbero essere destinate a nuove attività con maggiori prospettive di sviluppo. Non è nemmeno un agente vendicatore che punisce il privato sotto accusa (Autostrade) nei panni di un azionista pubblico di riferimento, l’unico in grado di tutelare sicurezza ed efficienza. Come se non esistesse uno stato di diritto e l’esercizio di una funzione giurisdizionale fosse a piacimento della maggioranza di turno.

In questi giorni è stato nominato il nuovo vertice di Alitalia che è costata finora, negli infiniti tentativi di rilancio, 10 miliardi a contribuenti e azionisti. Presidente è stato nominato Francesco Caio che quando era amministratore delegato delle Poste si oppose duramente al rischio di perdere del capitale investendo nel «buco nero» di Alitalia i risparmi postali delle famiglie. Amministratore delegato è Fabio Lazzerini.

L’acquarello di de Chirico, scelto nel 1961 per l’Alitalia, mostra il cavallo alato di Pegaso. Senza voler smentire il maestro della metafisica – che ricordiamo non amava volare – ci sarebbe stato nei decenni successivi un gran lavoro per i suoi colleghi astrattisti. Forse gli unici in grado di rappresentare un’intera epopea di delirio, tra Stato e mercato, della compagnia di bandiera. Senza titolo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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