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Meloni apre ai sindacati: torna la concertazione? – Il Riformista

Resta l’incognita Cgil

Catilina — 6 Ottobre 2022

Meloni apre ai sindacati: torna la concertazione?

Tra le parti sociali le parole pronunciate dal palco della Coldiretti dalla presidente del Consiglio in pectore, Giorgia Meloni, nella sua prima uscita pubblica hanno avuto una eco positiva. «Non intendiamo fare da soli – ha detto la leader di Fratelli d’Italia a una platea di entusiasti imprenditori – quindi aspettatevi di essere coinvolti come tutte le altre associazioni di categoria».

Il segnale dato alle forze produttive del Paese e ai sindacati è stato chiaro. Finisce l’era della disintermediazione, dell’occupazione del campo sociale da parte dei partiti che, in un momento di grande preoccupazione e incertezza per il futuro, restituiscono al dialogo e alla concertazione con le associazioni di categoria l’individuazione delle scelte migliori per sostenere l’economia e l’occupazione. Da tempo i sindacati, per lo più inascoltati, chiedevano con insistenza, anzi pretendevano, un cambio di atteggiamento da parte dei governi. In modi diversi, con sfumature variegate, Cgil, Cisl e Uil, come la stessa Confindustria, insieme alle altre associazioni di categoria, lamentano la sostanziale messa ai margini del processo decisionale sugli indirizzi e sulle scelte di politica economica e sociale del Paese. Che il prossimo governo cambi atteggiamento è diventata ora una speranza suffragata non solo dalle parole incoraggianti di Giorgia Meloni, ma anche dal retroterra di rapporti con i sindacati e le associazioni datoriali delle forze che si apprestano a guidare il Paese.

Fratelli d’Italia in questi anni ha costruito solidi legami con una parte consistente dell’imprenditoria e può far affidamento sulle comune origini, se non sulla militanza, di molti sindacalisti che in passato operavano nella Cisnal, il sindacato di riferimento dell’Msi. La Lega di Matteo Salvini ha introiettato nella sua orbita di influenza l’Ugl, la quarta confederazione e principale sindacato della destra politica, e ha saputo costruire, grazie al governo di quasi tutto il nord Italia e alla mediazione con le associazioni imprenditoriali di categoria di Giancarlo Giorgetti, un proficuo dialogo. Infine Forza Italia il cui rapporto con Confindustria è primigenio e alla quale in un recente passato, e in molti casi ancora oggi, hanno fatto riferimento spezzoni importanti sia della Cisl, sia della Uil.

La situazione economica in peggioramento rende poi quasi indispensabile cercare un confronto con le parti sociali la cui predisposizione all’ascolto e al dialogo sembra essere in maggioranza positiva. Se per Confindustria e le associazioni imprenditoriali la postura verso il nuovo governo potrà essere più semplice e lineare, più complesso è prevedere quale potrà essere la risposta delle organizzazioni sindacali.

La Cisl ha da tempo assunto un atteggiamento laico nei confronti delle forze politiche e dei governi, teso più al riconoscimento del suo ruolo di interlocutore e mediatore delle istanze dei propri iscritti che di soggetto portatore di istanze di trasformazione della società. I rapporti instaurati via via con i vari governi siano essi a guida Forza Italia, Lega o di tipo tecnico sono sempre stati intensi. Non dovrebbe perciò stupire se il sindacato di via Po saprà trovare, a maggior ragione questa volta, interlocutori capaci di capire, dialogare e offrire gli scambi necessari e possibili.

La Uil è oggi un sindacato in mezzo al guado. Senza riferimenti politici chiari, senza un orizzonte programmatico o organizzativo da proiettare all’esterno e senza un’identità definita fatica ad assumere un ruolo autonomo. Con la nuova segreteria ha per ora scelto di seguire Landini contro il precedente esecutivo e di assumere una postura più di lotta che di governo, ma per il futuro nulla sembra scontato.

Resta l’incognita Cgil, il maggiore e più radicato tra i sindacati e con una leadership, almeno nominalmente, più solida, visibile e radicata. Nel passato per i governi di centrodestra è stato sempre difficile, se non impossibile, porre in essere riforme sociali, economiche e in materia di lavoro senza il consenso dei sindacati e della Cgil in particolare. Nel 1994 vinte le elezioni il governo Berlusconi provò a riformare le pensioni contro il volere delle tre confederazioni. Si dimise dopo aver firmato un atto di resa con Cgil, Cisl e Uil, mentre la riforma delle pensioni fu in seguito varata con il loro consenso da un governo tecnico.

Nel 2001 la destra si scontrò nuovamente con i rappresentanti dei lavoratori. Provò ad abolire l’articolo 18 dello Legge 300 – il famoso reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa. La Cgil mise in campo una forte opposizione portando a Roma, in una oceanica manifestazione, tre milioni di persone. Il governo resse, l’articolo 18 non venne toccato, la sinistra riprese fiato e coraggio, ma sui temi del lavoro, e non solo, rimase ideologicamente ingessata per i successivi quindici anni. Tra il 2008 e il 2011 sarà nuovamente il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi a cercare di annullare il potere di veto in primis della Cgil. L’alleanza con Cisl e Uil emarginò il “sindacato rosso”, ma permise alle altre due Confederazioni di condizionare l’azione di governo ben più di quanto una parte di quell’esecutivo avrebbe voluto.

Il rapporto passato tra sindacati e governi di centro-destra non aiuta a comprendere fino in fondo quale sarà la risposta dell’ala sinistra della rappresentanza sociale nei confronti di un esecutivo che si immagina fortemente conservatore, per di più a trazione Fratelli d’Italia considerata da molti militanti di quell’area avere origini e tendenze fascistoidi. In realtà la più grande delle tre Confederazioni è molto cambiata. La cura Landini ha modificato profondamente la sua stessa identità. Non più esplicitamente schierata, non più sindacato esclusivamente rosso, non più così chiaramente e palesemente vicina alla sinistra di governo, la Cgil resta sì fortemente legata alla Costituzione repubblicana nata dalla lotta partigiana, ma è sempre più apartitica, corporativa, tendenzialmente chiusa in una riserva indiana abitata dai lavoratori occupati nella media e grande impresa, attenta ai pensionati ma sostanzialmente disinteressata alla contrattazione sociale, nominalmente di lotta ma petulantemente alla ricerca di un riconoscimento di ruolo da parte della politica.

Landini ha certamente aperto una linea di credito nei confronti del nuovo governo, ma contemporaneamente ha convocato una manifestazione l’otto dicembre a Roma contro la destra fascista. È probabile che alla chiamata identitaria sotto i vessilli della Cgil aderirà convinta la sinistra sconfitta alle urne, per ritrovarsi e rinfrancarsi, ma anche per rinnovare l’impegno contro il futuro governo. Alla Cgil di Landini farà gioco restare in un’area di opacità sui suoi obiettivi e sulle sue reali intenzioni. Nel disastro della politica progressista, brillerà la forza della torre Cgil a difesa della Costituzione e sotto le sue insegne si riconoscerà quella sinistra massimalista e antigovernativa, che nell’avanzata di queste destre vede un reale pericolo per la democrazia.

Allo stesso tempo la Cgil si mostrerà prontissima al compromesso, a sedersi al tavolo con il governo di questa “pericolosa” destra e, presumibilmente, a firmare accordi, cominciando dalla modifica della Fornero, o dalla futura politica di bilancio e anzi pretenderà il grande patto sulla politica economica e sociale del Paese. Un’eventualità questa che nel passato, anche recente, non sarebbe stato neppure possibile immaginare. Ma come sostiene la dottrina Landini:Non importa se è un gatto bianco o un gatto nero, se cattura un topo è un buon gatto”.

Catilina

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