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banche e finanza

di Fabrizio Massaro26 ago 2020

Mediobanca, sì della Bce a Delfin (Del Vecchio) a salire fino al 20%

Via libera della Banca centrale europea a Leonardo Del Vecchio ad acquisire fino al 20% di Mediobanca. Il verdetto della Vigilanza Bce è arrivato giovedì 26 alla scadenza, a mezzogiorno, del termine dei 60 giorni lavorativi dalla richiesta, secondo la formula del silenzio-assenso. Dunque il via libera dell’autorità c’è, come riferiscono fonti a conoscenza del dossier. Un risultato che la Borsa sottolinea con un rialzo di Mediobanca del 3,54% a 7,5 euro, con una capitalizzazione arrivata a 6,5 miliardi di euro. E in serata la stessa Delfin ha confermato di aver «ricevuto in data odierna l’autorizzazione della Banca Centrale Europea ad accrescere la propria partecipazione in Mediobanca Spa oltre la soglia del 10% e fino a un massimo del 19.99% del capitale».

L’ingresso a sorpresa nel capitale

Il patron di Luxottica, 85 anni, tra gli uomini più ricchi del mondo con un patrimonio personale di circa 20 miliardi di euro, attraverso la sua holding lussemburghese Delfin si prepara così a crescere nell’azionariato di Mediobanca, rafforzando il ruolo di primo socio che ha conquistato a sorpresa tra settembre e novembre del 2019 quando si è portato in due step fino al 9,9%, comprando in Borsa a metà settembre il 6,9% e poi, a novembre, parte della quota ceduta da Unicredit, a un prezzo medio tra 9-10 euro. Del Vecchio criticò in un primo momento la strategia del management di Mediobanca, a suo dire troppo dipendente dagli utili derivanti dalla quota del 13% in Generali (di cui Del Vecchio è importante azionista con il 5% circa) e dal credito al consumo e meno dall’attività tradizionale di investment banking. Nel frattempo Del Vecchio ha modificato la sua posizione su Mediobanca: alla pubblicazione del nuovo piano industriale, sempre a novembre, le sue parole furono di appoggio e sostegno alla strategia dell’amministratore delegato Alberto Nagel, dichiarando di «apprezzare lo sforzo fatto dal management» e di essere «soddisfatto dei risultati economici raggiunti» dall’istituto. Anche le critiche sul peso ridotto nell’investment banking sono state respinte con i fatti dal management di Mediobanca, che è attualmente advisor nei maggiori deal dell’anno in Italia: la fusione tra Fca e Psa e l’ops di Intesa Sanpaolo su Ubi e ora deve sistemare il Montepaschi per conto del Tesoro.

La strategia per crescere

Secondo le indiscrezioni circolate in queste settimane di attesa del via libera, Del Vecchio potrebbe innanzitutto salire fino al 13-14% superando così il peso del «patto di consultazione» — un accordo tra i soci storici, non vincolante per le scelte di voto — che pesa oggi per il 12,6%. Sarebbe la prima volta che un singolo azionista, per di più di natura industriale, sale sopra il 10% nell’istituto fondato da Enrico Cuccia, che dell’indipendenza dalle tre Bin fece la propria bandiera. La richiesta ufficiale di salire fino al 20% era stata presentata da Del Vecchio il 29 maggio scorso, dopo mesi di interlocuzioni preliminari con la Banca d’Italia, che istruisce la pratica per conto della Vigilanza unica guidata da Andrea Enria. Per superare i dubbi del regolatore sui rischi di un’impasse nella governance di Mediobanca, Del Vecchio avrebbe affinato la strategia (assistito dall’avvocato Sergio Erede e da Vittorio Grilli di Jp Morgan) chiedendo l’autorizzazione a crescere come «investitore finanziario», ovvero non per prendere il controllo dell’istituto guidato da Nagel. Un elemento, quest’ultimo, decisivo in una fase cruciale per Piazzetta Cuccia: all’assemblea di fine ottobre si dovrà rinnovare il consiglio di amministrazione da 15 membri, e per la prima volta sarà lo stesso board uscente a presentare una lista di candidati. Sarà di fatto un rinnovo del consiglio in scadenza, dal quale usciranno solo i consiglieri Alberto Pecci e Marine Bolloré. Saranno sostituiti con due donne, per la cui individuazione il cacciatore di teste Spencer Stuart ha già stilato una lista di papabili. In assemblea verrà proposta dal board uscente anche la modifica dello statuto per eliminare il requisito dei tre anni da dirigente interno di Mediobanca per il ruolo di amministratore delegato (un elemento della «indipendenza» della banca): una regola che però dovrebbe scattare solo dal rinnovo successivo del board, ovvero dall’ottobre 2023.

Le liste per il board di ottobre

Dato che Del Vecchio non ha intenzione (né potrebbe, a seconda di come sarà effettivamente la formulazione dell’ok di Bce) di presentare una propria lista di candidati, bisognerà vedere se appoggerà la lista del board o quella di Assogestioni (che dovrebbe confermare i consiglieri Angela Gamba e Alberto Lupoi) oppure se sceglierà un’eventuale altra lista che potrebbe essere presentata. A inizio luglio il fondo attivista Bluebell guidato dai finanzieri Giuseppe Bivona e Marco Taricco e presieduto da Francesco Trapani (ex Bulgari) aveva inviato una lettera critica della strategia di Mediobanca e non ha mai escluso di presentare una propria lista per il board, per la quale serve almeno l’1% del capitale.

La possibile strategia

In ogni caso la linea fatta filtrare nei mesi scorsi da Del Vecchio è quella di garante della stabilità e quindi dell’italianità di Mediobanca, specialmente dopo l’uscita dall’azionariato di Unicredit, che fino allo scorso autunno era il primo azionista di Piazzetta Cuccia. In una Mediobanca public company quale è, Delfin si propone come il perno di un nocciolo duro di soci anche a difesa di Generali da possibili attacchi dall’estero. C’è anche l’altra interpretazione circolata nei mesi scorsi, secondo la quale Del Vecchio punterebbe attraverso Mediobanca a spingere Generali a operazioni straordinarie per diventare un polo europeo delle assicurazioni, anche attraverso aumenti di capitale per acquisizioni.

Gli equilibri

Dentro Mediobanca il secondo socio è Vincent Bolloré con il 5,7% fuori dal patto di consultazione. Bolloré aveva a fine 2019 il 6,7% ma a gennaio, secondo quanto indicato nei bilanci delle sue holding riportati dalle agenzie ha ceduto una quota dell’1% a 9 euro. Tra i membri del patto di consultazione, che ha complessivamente il 12,6%, compaiono Mediolanum con il 3,3%, seguito dai Benetton col 2,1% e da Fininvest, col 2%. Piazzetta Cuccia ha in pancia il 13% circa di Generali, di cui è il primo socio, davanti a un gruppo di imprenditori (Caltagirone, lo stesso Del Vecchio, la famiglia Benetton, i De Agostini) che pesa per oltre il 15% nel capitale del Leone.

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