Matrimonio FCA e PSA, Viberti: “L’ennesima sconfitta della politica italiana”

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di Carlo Viberti.

Il recente matrimonio fra la casa automobilistica ex-torinese e, di fatto, il mondo industrial-statale francese sancisce l’ennesima sconfitta della politica italiana.

Mai, assolutamente mai statisti come De Gasperi o come i tanto criticati vertici della DC o del cosiddetto pentapartito dell’ormai immensamente lontano Novecento, avrebbero permesso una tale operazione, che di fatto sancisce la morte industriale del capoluogo piemontese ed il ruolo di totale subalternità dell’Italia rispetto all’arroganza estera, così come è già successo per varie e note industrie e fabbriche aerospaziali torinesi.

Il Governo italiano di fatto non ha alcuna voce in capitolo, su tale vicenda, e tantomeno ne avrà alcuna influenza sul futuro azionariato, a differenza della Francia.

Senza nulla obiettare a livello governativo, di fatto si permette la dipartita di una realtà tecno-industriale nella quale gli italiani si sono fiscalmente dissanguati per mezzo secolo, tramite decine di salvataggi di Stato; il tutto coi torinesi sempre in prima linea a rimetterci la salute, dentro una realtà urbana posizionatasi, anche a causa delle gigantesche fabbriche automobilistiche di Mirafiori e ad una politica dell’auto da sempre incentrata su inquinanti motori a combustione interna, sul podio delle città più inquinate d’Europa: letale primato ininterrottamente sancito da Legambiente, ed altri enti italiani od europei, per tutti gli ultimi decenni dello scorso secolo ed i primi di questo.

Tali constatazioni sono ovviamente ignorate dalla maggioranza dei mass media e dei preposti organi pubblici intenti a sparare ogni giorno cifre sul virus, mentre è drammaticamente noto come le fatalità direttamente od indirettamente indotte nei torinesi da tale passato industriale, per dozzine di lustri a trazione FIAT, siano storicamente riassumibili in numeri che oscurano di vari ordini di grandezza quelli del Covid-19.

Dopo aver praticamente dimenticato elementari criteri di salubrità urbana e privatizzato per 50 anni gli utili, socializzando le perdite, ovvero dopo aver beneficiato di quasi incalcolabili migliaia di miliardi di lire di denaro delle tasse di tutti quei contribuenti che non possono fiscalmente risiedere nei Paesi Bassi (a differenza della nota “famiglia”), il gruppo automobilistico ex-subalpino ha deciso di completare il depauperamento del passato industriale di Torino, proseguendo nell’abbandono dei quartieri di corso Tazzoli, corso Agnelli e vari altri, in gran parte ora ridotti ad una landa urbana desolata. Idem dicasi per gran parte delle zone industriali in provincia, attualmente denominate “aree industriali dismesse” (leggansi ” territori in irreversibile degrado”), come ad esempio la Valle di Susa.

La nuova realtà Stellantis alle quotazioni attuali unisce il gruppo italiano e quello francese in una maxi fusione da 44 miliardi di capitalizzazione a fine 2020; avrà il controllo di 15 marchi e sarà presieduto dall’erede del defunto avvocato torinese.

Tra i principali azionisti ci saranno la famiglia Peugeot, lo stato francese attraverso una società pubblica, oltre ad un gruppo cinese, con sede nel paradiso fiscale olandese.

Tutto regolare, per l’unione Europea.

Ai fini contabili, la casa francese acquista la casa auto italo-americana, come si evince proprio dal prospetto depositato dalle due case automobilistiche in vista delle rispettive assemblee dei soci, secondo quanto dichiarano entrambe.

Nonostante FCA e PSA continuino a definirla alla pari, la nuova compagine vede la casa francese definita come acquirente, con deleghe operative nelle mani dell’attuale Amministratore Delegato di PSA: chiunque abbia mai gestito o compartecipato ad una società giuridica, ben capisce cosa ciò implichi, negativamente, per il tessuto socio-economico, produttivo e dei correlati o correlabili settori della ricerca tecno-scientifica e dell’innovazione tecnologica per l’Italia ed in particolare per Torino e provincia.

Dopo aver spremuto l’arancia ed averla resa tossica, ora la si butta via, dimenticando la capillare rete di piccole e medie imprese, di fornitori e di lavoratori che per gran parte del Novecento e dello scorso ventennio hanno permesso di generare quella ricchezza che ora viene portata lontano da Torino, per sempre.

Questa trasformazione epocale per la macro-economia dell’automobile e di tutto il suo multi-disciplinare indotto, oltre a dare il colpo di grazia all’occupazione di operai e piccola borghesia torinesi, nel silenzio dei preposti politici ed amministratori, sancira’ per il capoluogo della Mole Antonelliana il definitivo ruolo di grigio e triste dormitorio periferico di Milano: per rendersene conto, basta farsi una intossicante passeggiata in uno qualsiasi dei quartieri della ex capitale del barocco piemontese, in particolare in quelli periferici, zigzagando fra prostitute, spacciatori e immondizia abbandonata.

Una visione a lungo termine per una politica urbano-industriale eco-sostenibile, che sia organica, efficace e coraggiosa in nome di una vera ed indispensabile “bio-economia circolare”, sembra davvero ormai una chimera, non solo per Torino bensì per l’intera Penisola.

Sarà davvero difficile impedire alla mia città natale, dove 50 anni fa mio padre e decine di migliaia di suoi colleghi lavoravano a tempo pieno per fa prosperare immagine e prodotti della “Fabbrica Italiana Automobili Torino”, il destino di primo esempio italiano di città industriale fantasma.