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PAdova

10 luglio 2020 – 08:32

La donna, madre «intenzionale» di due gemelle, si è rivolta al Tribunale di Padova, che ha rinviato il caso ai giudici costituzionali, perché la ex compagna, da cui è separata, le vieta ogni rapporto con le figlie

di Elena Tebano

Madre lesbica separata non vede le figlie da due anni, il caso alla Consulta: «Rapporto da tutelare»

È giusto che alcuni figli paghino i conflitti dei genitori, «perdendone» uno quando questi si separano? E la legge italiana permette di tutelare il diritto dei bambini ad avere entrambi i genitori anche se sono nati con tecniche di fecondazione assistita vietate in Italia (ma permesse negli altri Paesi europei)? Sono le domande sollevate da un caso di cui dovrà occuparsi la Corte costituzionale, a cui si è rivolta la Prima sezione civile del Tribunale di Padova, con un’ordinanza pubblicata mercoledì in Gazzetta Ufficiale. Riguarda due gemelle di 8 anni, Clara e Lucia, che non vedono «mamma Laura» dal 18 ottobre 2018, perché la madre biologica, l’unica riconosciuta legalmente, ha interrotto ogni contatto con lei (tutti i nomi sono di fantasia per proteggere la riservatezza delle minori). Clara e Lucia infatti sono nate da due madri lesbiche, che le hanno concepite a Barcellona, in Spagna, dove è legale, grazie al seme di un donatore.

«Poco meno di due anni fa la mia ex compagna mi ha chiamata e mi ha detto di non andare a prendere le bambine a scuola, come facevo di solito. Da allora non ho più potuto vederle, né sentirle. La mia ex ha smesso di parlare di me alle bambine, senza spiegazioni, come se non esistessi» racconta Laura. Eppure le due donne, che hanno avuto una relazione durata dieci anni, dal 2007 al febbraio del 2017, le avevano volute e cresciute insieme. «All’inizio ero stata io a sottopormi all’inseminazione artificiale, a Copenaghen, nel 2010. Non ha avuto successo e allora abbiamo deciso di provare la fecondazione con stimolazione ormonale a Barcellona. L’ha fatta la mia ex. Io avrei dovuto tentare la gravidanza successiva: non sapevamo che avremmo avuto delle gemelle e volevamo due figli». A Barcellona entrambe, conferma l’ordinanza del Tribunale di Padova nell’ordinanza di rinvio alla Corte costituzionale, «prestarono il consenso scritto» all’eterologa (cioè all’inseminazione con il seme di un donatore anonimo). «Dai documenti prodotti e dalle allegazioni non contestate risulta inequivocabilmente che la coppia ha condiviso il progetto di procreazione», scrivono i giudici, e «che le parti, pur senza residenza anagrafica comune, hanno convissuto anche dopo la nascita delle bambine per quasi cinque anni, con coinvolgimento di entrambe nella cura, nell’educazione e nella crescita delle piccole, le quali ora hanno sette anni e, per gli ostacoli frapposti dalla madre biologica, da più di un anno non hanno rapporti con la ricorrente (che chiameremo madre intenzionale, mutuando una terminologia oramai divenuta di uso comune)».

In base alla legge spagnola (come anche a quella danese) con il consenso all’eterologa entrambe le donne sarebbero legalmente le madri delle bambine. Clara e Lucia, però, sono nate in Italia, nel 2012, prima dell’approvazione delle unioni civili e prima che alcuni tribunali e sindaci iniziassero a riconoscere i genitori gay e lesbiche. E sono state registrate come figlie della sola madre che le ha partorite, «la mamma di pancia, come abbiamo sempre detto alle bambine, quando spiegavamo la differenza che c’era tra lei e me» aggiunge Laura. Che non è mai stata riconosciuta legalmente come loro madre, e non si è mai unita civilmente alla madre legale delle bambine: «Non abbiamo fatto in tempo — racconta Laura —. Poco dopo l’approvazione della legge Cirinnà, era un sabato, ho detto alla mia ex: “Perché non ci sposiamo?” Lei mi ha guardata, è rimasta in silenzio e poi mi ha detto “non ti amo più”».

Laura è andata via dalla loro casa comune nel febbraio 2017, ma ha continuato ad occuparsi delle bambine come fanno di solito i genitori separati. «Le parti elaborarono un accordo scritto nel quale disciplinarono sia gli aspetti economico patrimoniali sia quelli personali, concordando la residenza prevalente delle figlie presso la madre biologica, gli incontri con la ricorrente a fine settimana alternati e una o due volte durante la settimana e un contributo al mantenimento delle bambine a carico della ricorrente pari ad euro 300 mensili» si legge nell’ordinanza. «Quando però ho detto alla mia ex che volevo adottare legalmente le bambine, lei si è opposta, e ha deciso di non farmele vedere più» dice adesso Laura. Per questo ha deciso di rivolgersi al Tribunale, assistita dall’avvocato Alexander Schuster. C’è almeno un precedente, a Palermo, del 2015, quando i magistrati hanno concesso alla «madre intenzionale» di una coppia lesbica il diritto a mantenere il rapporto con i figli, anche se non avevano un legame riconosciuto dalla legge, a «tutela del supremo interesse dei minori». Laura chiede di venire riconosciuta come secondo genitore dei bambini.

I giudici del Tribunale di Padova hanno inviato il caso alla Corte costituzionale perché ritengono che il diritto dei bambini al rapporto con il secondo genitore, Laura, vada tutelato, ma ritengono che nel loro caso ci sia un vuoto normativo che non permette di farlo. Le coppie lesbiche italiane possono sottoporsi alla fecondazione eterologa all’estero «del tutto legittimamente» — scrivono — «realizzando insieme un progetto di genitorialità che porta alla nascita di bambini, che, in quanto persone, sono portatori di propri diritti, distinti da quelli di coloro che hanno scelto di intraprendere il percorso procreativo. È chiaro infatti, e al riguardo vi è anche sufficiente consenso sociale, che dall’illegalità (amministrativa) della tecnica nel territorio nazionale non possa conseguire una limitazione dei diritti delle persone nate a seguito della medesima, sulle quali, evidentemente, non può ricadere la responsabilità dei modi in cui è avvenuta la procreazione», spiegano. Affermano inoltre che in Italia sono ammesse forme di genitorialità lesbica e gay, perché la legge riconosce i figli di coppie dello stesso sesso nati all’estero, ed è prevista l’adozione in casi speciali (quella che viene comunemente chiamata stepchild adoption).

Né l’una né l’altra strada, però, sono percorribili per le piccole Clara e Lucia, perché le bambine sono nate in Italia e perché per la stepchild adoption è necessario il consenso della madre legale, che in questo caso manca. «L’assenza di riconoscimento del legame tra il bambino e la madre intenzionale pregiudica il bambino lasciandolo in una situazione di incertezza giuridica quanto alla sua identità nella società e può essere fonte di gravi lesioni, per esempio ai diritti successori, al diritto al mantenimento della relazione in caso di separazione dei genitori o di morte del padre, o in caso di rifiuto alla cura della madre intenzionale», aggiungono. Per questo «a fronte dell’obbligo di riconoscimento del legame» e dato che il Parlamento non ha ancora previsto una forma adeguata di tutela per questi bambini «pur a fronte dell’importanza degli interessi in gioco» si rivolgono alla Corte costituzionale chiedendo che indichi come proteggere i loro diritti fondamentali «nei confronti di chi si è assunto la responsabilità della procreazione», al pari di tutti gli altri bambini.

Non farlo porterebbe di fatto a creare una classe di bambini di serie B: «Consentire il permanere di tale discriminazione significherebbe legittimare nel nostro sistema una nuova (e unica) categoria di nati non riconoscibili, che ricorda tristemente categorie già fortemente discriminate in passato e superate grazie all’evoluzione sociale e giuridica stimolata soprattutto dai principi costituzionali: ci si riferisce alla categoria dei figli adulterini (nel linguaggio comune, con connotazione spregiativa “bastardi”) non riconoscibili prima della riforma del diritto di famiglia di cui alla legge n. 151/1975 e a quella dei figli di persone tra le quali esista un legame di parentela» scrivono. Una protezione ancora più necessaria per queste bambine perché tra le loro madri c’è un conflitto aperto. E «proprio la tutela dei bambini anche nella fase di crisi della coppia costituisce il banco di prova della effettività della tutela stessa».

10 luglio 2020 (modifica il 10 luglio 2020 | 08:43)

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